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Kim lancia i missili in Giappone per provocare gli Usa: Mosca appoggia la "strategia del pazzo" del Maresciallo

(afp)

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Pyongyang distrae Biden dalla guerra in Ucraina cercando lo status di potenza nucleare mentre richiama all'attenzione Pechino: è il doppio gioco di Kim Jong-un, che fa l'occhiolino alla Russia e fa pressing sull'alleato Xi, che nelle ultime settimane si è raffreddata verso Mosca.
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PECHINO - «Kim Jong-un sembra voler copiare qui in Asia la strategia che Putin sta usando in Ucraina. Quella “teoria del pazzo” che per primo Nixon coniò: minaccio il nemico con un attacco spropositato per ottenere ciò che voglio», spiega a Repubblica Sung-wook Nam, direttore del Centro per la Corea del Nord all’Istituto di ricerca asiatica a Seul ed ex analista dell’intelligence sudcoreana. Quello che vuole il Maresciallo — col sesto lancio di missili in dodici giorni, i 12 caccia alzatisi in volo ieri sulla frontiera e con lo spauracchio di un imminente nuovo test nucleare — è rispondere alle “provocazioni” delle esercitazioni militari di Usa e alleati (Corea del Sud e Giappone), che il Regno eremita vede come una minaccia alla propria esistenza e preludio a un’invasione. L’escalation serve a Kim a testare le sue armi e a inviare il messaggio che lo sviluppo dei missili è un suo &ldqu…

PECHINO - «Kim Jong-un sembra voler copiare qui in Asia la strategia che Putin sta usando in Ucraina. Quella “teoria del pazzo” che per primo Nixon coniò: minaccio il nemico con un attacco spropositato per ottenere ciò che voglio», spiega a Repubblica Sung-wook Nam, direttore del Centro per la Corea del Nord all’Istituto di ricerca asiatica a Seul ed ex analista dell’intelligence sudcoreana. Quello che vuole il Maresciallo — col sesto lancio di missili in dodici giorni, i 12 caccia alzatisi in volo ieri sulla frontiera e con lo spauracchio di un imminente nuovo test nucleare — è rispondere alle “provocazioni” delle esercitazioni militari di Usa e alleati (Corea del Sud e Giappone), che il Regno eremita vede come una minaccia alla propria esistenza e preludio a un’invasione. L’escalation serve a Kim a testare le sue armi e a inviare il messaggio che lo sviluppo dei missili è un suo “diritto sovrano”. Un modo di fare pressione su Washington e Seul, affinché accettino il suo Paese come Stato nucleare, riconoscimento che il dittatore ritiene necessario per ottenere — in parte — la revoca delle sanzioni. Di denuclearizzare, però, il Maresciallo non ha nessuna intenzione: sa che è la sua “assicurazione sulla vita”. La prova è arrivata il mese scorso con la nuova dottrina che consente di colpire preventivamente.

Con gli Usa distratti finora dalla questione ucraina Kim alza il tiro, spostando l’obiettivo in questa parte di mondo e facendo diventare ancora più precarie le dinamiche di sicurezza dell’Asia orientale. Aprendo un fronte parallelo a quello europeo. Che a Mosca non dispiace, per creare caos e per richiamare l’attenzione di Pechino, che nelle ultime settimane tra annessione e minacce nucleari si è raffreddata verso Mosca. E infatti la Cina vorrebbe evitare l’escalation nel Pacifico, per non fornire un motivo agli Usa di spostare risorse militari strategiche nella regione. «È un modo per Kim di fare pressing sull’alleato cinese, che però continua a parlare della necessità di un dialogo e una risposta forte di Pechino forse arriverà solo dopo il Congresso del Pcc», continua Nam.

In questo triangolo quello che si sta un po’ defilando è Xi, impegnato nella rielezione in Patria. «Sembra aver messo tra sé e Putin un po’ di distanza, viste proprio le minacce nucleari russe», dice Nam. L’evolversi della guerra ha portato allora a legami più stretti tra Pyongyang e Mosca. Kim è stato uno dei primi a riconoscere le repubbliche di Donetsk e Lugansk. E questa settimana è arrivato l’applauso ai referendum russi. «Ci sono contatti quotidiani con l’ambasciata russa a Pyongyang», spiega l’analista. «Per questo servono al più presto negoziati». Il regime sta cogliendo l’opportunità dell’impasse Onu per portare a un più alto livello le sue minacce. «Il lancio del 4 ottobre sopra il Giappone serve a spaventare Seul. E gli Usa: il missile avrebbe potuto raggiungere la base di Guam», dice Nam. Dall’escalation di 5 anni fa, la situazione è cambiata: nuovi equilibri emersi dalla guerra in Ucraina; la nuova amministrazione Usa e quella a Seul dove, finita l’era del dialogante Moon Jae-in, è arrivato il falco Yoon Suk-yeol; l’intensificarsi delle alleanze tra Usa, Corea e Giappone. L’unità mostrata nel 2017, quando l’Onu votava compatta per dure sanzioni al Nord, è finita. Già a maggio Pechino e Mosca posero il veto. E lo si è visto di nuovo mercoledì sera. Kim continua a godere dell’ombrello dei due potenti vicini. Resta da vedere come reagirà Pechino — attore fondamentale per reintavolare un dialogo — che però deve prima appianare i rapporti con Washington e capire che fare con l’amico russo.