La premier britannica Liz Truss, in crisi in patria, si riavvicina all'Europa
di Enrico Franceschini , di Enrico FranceschiniLONDRA – “Macron è un amico”, afferma Liz Truss e parole simili, in bocca a un premier britannico, potrebbero suscitare dall’altra parte della Manica ironici commenti sul generale Lapalisse: la guerra dei cent’anni tra Inghilterra e Francia è finita da un pezzo, i nemici di Londra e Parigi sono altrove, come sottolinea l’aggressione russa in Ucraina. Eppure, il commento della nuova inquilina di Downing Street assume un certo rilievo, per almeno due ragioni.
Il disgelo con Macron
La prima è che contraddice quello che la medesima Truss diceva appena un paio di mesi or sono, durante le primarie del…
LONDRA – “Macron è un amico”, afferma Liz Truss e parole simili, in bocca a un premier britannico, potrebbero suscitare dall’altra parte della Manica ironici commenti sul generale Lapalisse: la guerra dei cent’anni tra Inghilterra e Francia è finita da un pezzo, i nemici di Londra e Parigi sono altrove, come sottolinea l’aggressione russa in Ucraina. Eppure, il commento della nuova inquilina di Downing Street assume un certo rilievo, per almeno due ragioni.
Il disgelo con Macron
La prima è che contraddice quello che la medesima Truss diceva appena un paio di mesi or sono, durante le primarie del partito conservatore che l’hanno portato a diventare l’erede di Boris Johnson: “Il verdetto non è ancora stato scritto”, dichiarò in uno dei suoi interventi, intendendo che restava da stabilire se, per il Regno Unito, Macron fosse appunto un amico o un nemico. Ora che è primo ministro, evidentemente, la leader dei Tories ha le idee più chiare ed è capace di considerare il presidente francese un partner.
La seconda ragione per cui la sua affermazione non è poi così lapalissiana come sembra è che Truss l’ha pronunciata questa settimana a Praga al summit della neonata Comunità politica europea, l’organismo voluto proprio da Macron per ampliare l’Europa oltre i confini dell’Unione Europea, perlomeno su alcune questioni fondamentali che possono unire l’intero continente, compresi gli Stati che non fanno parte della Ue. Qualche tempo fa non era così scontato che un premier britannico sarebbe andato al vertice di questa comunità allargata, nel timore di dare l’impressione che la Gran Bretagna, sei anni dopo la Brexit, cominciasse a ritornare sui suoi passi: verso l’ovile europeo, per così dire.
Passi avanti sull'Irlanda del Nord
Invece alla fine Truss ci è andata: decisione che almeno in parte suona opportunistica, perché non c’è niente di meglio della politica estera per nascondere problemi di politica interna, ma potrebbe segnalare anche un cambio di atteggiamento nella leader britannica. Non è probabilmente un caso che, negli stessi giorni, siano arrivati segnali più incoraggianti sull’Irlanda del Nord, la questione che minaccia di fare saltare gli accordi commerciali post-Brexit fra Londra e Bruxelles. L’ex-premier irlandese Varadkar riconosce che le norme del protocollo europeo sull’import-export nella regione sono “un po’ troppo rigide”. Gli Stati Uniti, in nome dei forti legami sia con la Gran Bretagna che con l’Irlanda, ammoniscono Downing Street a non essere a sua volta intransigente. Indiscrezioni britanniche parlano di possibili progressi per superare l’ostacolo e migliorare i rapporti. È presto per dire che l’intesa è vicina, ma si intravedono maggiori speranze di sciogliere il nodo nord-irlandese. “Un piccolo, fragile passo nella direzione giusta”, lo definisce il Guardian.
La crisi domestica
Liz Truss ha bisogno di riabilitarsi in fretta dall’imbarazzante disastro provocato, appena entrata nel pieno delle funzioni, dal suo taglio delle tasse ai più ricchi: il peggiore inizio possibile per un premier, con il crollo della sterlina, i fondi pensione vicini al fallimento e le bacchettate del Fondo Monetario Internazionale. La sua presenza al summit europeo, l’etichetta di “amico” concessa a Macron, uno spirito meno bellicoso nella trattativa sull’Irlanda del Nord, rappresentano per lei un temporaneo sollievo. Non si tratta del ritorno a casa del figliol prodigo. Né ha importanza ricordare che Truss, nel referendum sulla Brexit del 2016, votò per restare nella Ue: in vita sua ha cambiato spesso idee e bandiera, allineandosi con chi riteneva più conveniente. Un pizzico di ragionevolezza nelle relazioni con l’Europa, tuttavia, è comunque benvenuto. “È ora di trovare cause comuni con i nostri amici europei, ci sono questioni come la sicurezza, la crisi energetica, i migranti, su cui possiamo lavorare insieme”, ha scritto la premier questa settimana sul Times. Anche questa, in effetti, è un’affermazione lapalissiana. Ma meglio arrivarci tardi che mai.