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Nobel per la Pace a Memorial, il direttore Rachinskij: “È un segnale forte. Il mondo crede nella società civile”

(ansa)
Intervista al direttore dell'ong premiata: “Trovarci nel novero di compatrioti come Sakharov, Gorbaciov e Muratov è un onore”
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MOSCA - Quando ci risponde al telefono, Jan Rachinskij è ancora incredulo. Ha appreso da pochi minuti che il Comitato del Nobel per la Pace ha deciso di premiare Memorial, la ong che ha cofondato e dirige, e che oramai si trova a lottare per la propria sopravvivenza. Dopo averla dichiarata "agente straniero", lo scorso dicembre la magistratura russa ne ha decretato la "liquidazione".

Fondata nel 1989 da un gruppo di dissidenti sovietici, tra cui il Nobel per la pace Andrej Sakharov, la più longeva organizzazione russa per i diritti umani ha fatto luce sulle vittime politiche dell'Urss prima e della Russia contemporanea di Vladimir Putin poi, per diventarne infine essa stessa una vittima. "Proprio adesso vado al tribunale per l'ennesimo processo. Stavolta vogliono sequestrare la nostra sede". Quando l'avevamo visitata l'ultima volta lo scorso marzo, nel giorno della sentenza della Corte Suprema, sulla scrivania di Rachinskij …

MOSCA - Quando ci risponde al telefono, Jan Rachinskij è ancora incredulo. Ha appreso da pochi minuti che il Comitato del Nobel per la Pace ha deciso di premiare Memorial, la ong che ha cofondato e dirige, e che oramai si trova a lottare per la propria sopravvivenza. Dopo averla dichiarata "agente straniero", lo scorso dicembre la magistratura russa ne ha decretato la "liquidazione".

Fondata nel 1989 da un gruppo di dissidenti sovietici, tra cui il Nobel per la pace Andrej Sakharov, la più longeva organizzazione russa per i diritti umani ha fatto luce sulle vittime politiche dell'Urss prima e della Russia contemporanea di Vladimir Putin poi, per diventarne infine essa stessa una vittima. "Proprio adesso vado al tribunale per l'ennesimo processo. Stavolta vogliono sequestrare la nostra sede". Quando l'avevamo visitata l'ultima volta lo scorso marzo, nel giorno della sentenza della Corte Suprema, sulla scrivania di Rachinskij era rimasto soltanto lo schermo del pc. Durante l'ultimo raid, la polizia aveva prelevato tutti i server. "È una lotta quotidiana - ammette il dissidente sessantatreenne - ma il Nobel ci incoraggia a continuarla".

Si aspettava questo riconoscimento?
"In una certa misura sì, in una certa misura no. Non posso dire che sia stato del tutto inatteso, perché Memorial era stata candidata al Nobel per la pace già parecchie volte finendo regolarmente nella rosa dei favoriti. Ma, allo stesso tempo, dal momento che finora i pronostici non avevano mai indovinato, stavolta non ce lo aspettavamo più. Proprio no".

Che cosa significa per voi questo premio proprio nel momento in cui vi trovate a subire la più dura repressione?
"Il momento non ha importanza. L'importante è che sia nell'Urss, sia nella Russia moderna, il Nobel per la pace sia stato conferito a persone e organizzazioni meritevoli. Trovarsi nel novero di compatrioti come Andrej Sakharov, Mikhail Gorbaciov e Dmitrij Muratov, per noi di Memorial è un grande onore e anche un enorme incoraggiamento a continuare la nostra attività e i nostri sforzi in tempi così deprimenti".

Siete stati premiati insieme al dissidente bielorusso in carcere Ales Bialiatski e al Centro ucraino per le libertà civili. È possibile una "comunione" diversa da quella immaginata da Vladimir Putin nello spazio post-sovietico? E soprattutto, si può superare la logica che divide i popoli in buoni e cattivi, e in complici?
"Senza dubbio. L'unione può avvenire soltanto grazie a uomini e donne di buona volontà. Non si può imporre con la prepotenza. Il nostro pensiero va ad Ales Bialiatski e a tutti i prigionieri politici nelle carceri russe e bielorusse, e ai colleghi ucraini che devono lavorare tra le bombe".

Che significato ha questo premio per l'intera opposizione russa sullo sfondo della cosiddetta "operazione militare speciale" in Ucraina e della repressione interna?
"La pressione esercitata contro le ong e le associazioni civili in Russia è enorme. Ma la memoria e la libertà non si possono vietare. Il Nobel per la pace a Memorial, un Nobel 'russo' per il secondo anno consecutivo dopo quello conferito l'anno scorso a Dmitrij Muratov, direttore di Novaja Gazeta, dimostra la coerenza della comunità mondiale nella difesa dei valori e dei diritti umani. E questo ci rende ottimisti. Riflette anche le speranze mondiali nella società civile russa. Penso che l'opinione sia che molto ora dipende anche da noi, inclusa la risoluzione della situazione attuale per fermare lo spargimento di sangue. Ora più che mai è importante ricordare il pensiero di Sakharov: 'Pace, progresso e diritti umani sono tre obiettivi inscindibili l'uno dall'altro'. Uno Stato che soffoca i diritti all'interno del proprio Paese è una minaccia per il mondo intero".

Il Nobel a Muratov non ha impedito la chiusura del giornale Novaja Gazeta. Il Premio può essere uno scudo? O temete che possa attirarvi ulteriori ritorsioni?
"Tutto è possibile. In generale il Nobel per la Pace non è mai stato uno scudo assoluto. A suo tempo non aiutò molto neppure Sakharov. Vedremo quello che succederà. La nostra missione resta la stessa: difendere i diritti umani, tutelare la memoria, aiutare le vittime delle repressioni, lottare contro la violenza di Stato. Abbiamo tanto lavoro da fare. Continueremo a farlo in ogni caso, indipendentemente dalle persecuzioni nei confronti di questo o quell'altro ente giuridico. Memorial comprende diverse entità: International Memorial, il Centro per i diritti umani Memorial e le sedi di Memorial nel mondo, compresa quella russa che continua a operare. È una grande comunità. Un movimento. Una rete. È fatta di persone. E questo riconoscimento va a tutti. Ai miei colleghi che lavorano negli archivi, nelle zone di conflitto o nelle commissioni di monitoraggio. Sono orgoglioso e felice anche per loro".

Alla vigilia, tra i favoriti al Nobel, circolava anche il nome dell'oppositore in carcere Aleksej Navalny. Lo avrebbe meritato?
"Bisognerebbe chiederlo al Comitato dei Nobel. I loro criteri non sono sempre chiari. Non c'è dubbio però che il coraggio di Navalny meriti grande rispetto, benché ci possano essere opinioni diverse su quanto fosse costruttiva o meno la sua attività. Ma io non voglio né criticarlo né lodarlo. Ne stimo il coraggio. Non dobbiamo dimenticare né Navalny né tutti gli altri detenuti politici".

Questo riconoscimento cade nel 70° compleanno di Putin. C'è un messaggio che vorrebbe indirizzare al presidente?
"A dire il vero, no. Non vogliamo avere alcun rapporto con lui. Non ne vediamo alcun senso".