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Aleksandr Daniel (Memorial): "L'unica via per la pace in Ucraina è la sconfitta militare della Russia"

(ansa)
Parla Aleksandr Daniel, dirigente dell'ong premiata col Nobel per la pace e figlio di Julij, che fu condannato al Gulag sotto Brezhnev: "Qui da sempre il governo non festeggia i propri cittadini premiati da Oslo e Stoccolma"
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MOSCA – “Solamente in Russia le autorità non festeggiano i propri cittadini premiati dal Comitato dei Nobel”. A fare la constatazione amara è Aleksandr Daniel, dirigente di Memorial, l’organizzazione russa per i diritti umani premiata col Nobel per la pace che da mesi lotta contro la “liquidazione” decretata lo scorso dicembre dalla Corte Suprema moscovita.

L’ong nacque nel 1989 per custodire la memoria delle repressioni staliniane per poi lottare contro la persecuzione politica della Russia contemporanea e infine diventarne una vittima essa stessa.

Persecuzioni che Daniel ha vissuto anche in prima persona: suo padre, Julij Daniel, scrittore e traduttore, fu condannato al Gulag negli anni di Brezhnev insieme al collega Andrej Sinjavskij dopo aver pubblicato libri all’estero. Una storia magistralmente raccontata nel libro Lo scrittore senza nome di Ezio Mauro.

Che cosa pensa di questo riconoscimento proprio nel gior…

MOSCA – “Solamente in Russia le autorità non festeggiano i propri cittadini premiati dal Comitato dei Nobel”. A fare la constatazione amara è Aleksandr Daniel, dirigente di Memorial, l’organizzazione russa per i diritti umani premiata col Nobel per la pace che da mesi lotta contro la “liquidazione” decretata lo scorso dicembre dalla Corte Suprema moscovita.

L’ong nacque nel 1989 per custodire la memoria delle repressioni staliniane per poi lottare contro la persecuzione politica della Russia contemporanea e infine diventarne una vittima essa stessa.

Persecuzioni che Daniel ha vissuto anche in prima persona: suo padre, Julij Daniel, scrittore e traduttore, fu condannato al Gulag negli anni di Brezhnev insieme al collega Andrej Sinjavskij dopo aver pubblicato libri all’estero. Una storia magistralmente raccontata nel libro Lo scrittore senza nome di Ezio Mauro.

Che cosa pensa di questo riconoscimento proprio nel giorno in cui l’ennesimo processo ha decretato il sequestro della vostra storica sede?

“Che ne penso? Innanzitutto sono molto felice e fiero. Abbiamo lavorato tanto, anche se non siamo riusciti a fare tutto quello che volevamo.  Mi sembra che col nostro lavoro ci siamo meritati qualcosa. Inoltre mi sembra  che questa decisione del Comitato Nobel di dividere il premio in tre sia stata una scelta molto precisa e giusta”.

Quale messaggio vede in questa decisione? È un messaggio a Vladimir Putin o a evitare contrapposizioni sterili tra popoli che si trovano a lottare dalla stessa parte?

“Non mi sembra che sia un messaggio a Putin. Lo ha detto anche il presidente del Comitato dei Nobel in conferenza stampa. Non è stato un messaggio al presidente russo nel giorno del suo settantesimo compleanno. A mio avviso, non è neanche un messaggio ai rispettivi popoli, ma è un messaggio all’intera umanità. Ed è ovvio che qui non c’è nessuna contrapposizione. Ales Bialiatski è un nostro buon amico. Abbiamo inoltre collaborato con diverse ong per diritti umani in Ucraina dove tra l’altro c’è anche una nostra filiale”.

Il premio va a una ong come Memorial fondata da un Nobel come Andrej Sakharov. E l’anno scorso andò a Dmitrij Muratov direttore di un giornale fondato dal Nobel Mikhail Gorbaciov. Che cosa accomuna questi diversi esponenti russi insigniti del Nobel?

“È ridicolo, ma la prima cosa che salta all’occhio è che oramai è diventata quasi una tradizione che i premi Nobel per la pace, o la letteratura, che si conferiscono a esponenti russi suscitino un’irritazione al potere. I premi a Bunin e Pasternak, a Sakharov e Solzhenitsyn e infine quello a Muratov non hanno entusiasmato il Cremlino. Per qualche motivo  è così. Se negli altri Paesi si è fieri dei propri Premi Nobel, qui il potere di solito è molto ostile ai premiati di orientamento umanistico. D’altro canto è comprensibile, perché entrambi i Premi Nobel, per la pace e la letteratura, sono premi indirizzati alla società. E i rapporti tra il potere e la società in Russia sono sempre stati, per usare un eufemismo, tesi. Memorial è un’organizzazione internazionale: abbiamo filiali in tanti Paesi del mondo. Memoria e libertà non appartengono solo a un certo popolo o a un certo Stato: appartengono all’umanità. Scusate la risposta patetica, ma è così”.

Ultimamente in Russia sta prendendo piede la tendenza a giustificare la repressione sotto l’Urss dicendo che le vittime del regime comunista sovietico in realtà fossero criminali che meritavano il Gulag o la morte. Le fa male che a distanza di tempo si neghi il giusto riconoscimento a vittime come suo padre?

“Non sarei così duro. Il fatto è che in Russia adesso non c’è consenso della società nei confronti delle vittime del terrore sovietico e non c’è un’agenda storica ufficiale riguardo a questo. L’atteggiamento è molto eclettico, molto ibrido. In sostanza, la maggioranza capisce che si tratta di vittime innocenti. Ma pur capendolo, non hanno l’idea che si tratti di vittime ammazzate da criminali.  Non ce l’hanno proprio. Certo, poi è vero, sempre più persone credono che i dissidenti perseguitati, le vittime del terrore staliniano, del “terrore rosso”, fossero in realtà nemici del popolo. Ma non sono la maggioranza. Il fatto che stiano aumentando forse vuol dire che abbiamo lavorato poco o male”. 

La negazione dei crimini del potere avviene anche adesso. La gente nega i massacri a Bucha o Irpin. Non vuole vederli? O è tutta colpa di propaganda e censura?

“Sono vere entrambe le ragioni. Da un lato, la gente non vuole vederli. Dall’altro, non li vede a causa di propaganda e censura. Che cosa influisca di più qui, non lo saprei dire”.

Una pace è possibile? E quanto tempo ci vorrà per sanare le profonde ferite che ha creato l’operazione?

“Non sono un veggente. Vorrei, certo, che si giungesse a una pace. Qualsiasi conflitto finisce alla fine con una pace. Però, purtroppo, il nostro potere ha stretto la morsa così tanto che io non vedo nessuna via possibile per la pace se non la sconfitta militare dell’esercito russo in Ucraina. E non oso neanche pensare quanto tempo ci vorrà per sanare le ferite che ha creato l’operazione. Ho proprio paura a pensarci”.

Ha collaborato Aleksej Larionov