Armi all'Ucraina, Mosca minaccia l'Occidente: ma nella Storia le "linee rosse" sono state spesso calpestate
di Enrico Franceschini , di Enrico FranceschiniLONDRA – “Se l’Occidente fornisce nuove armi più potenti all’Ucraina, sarà considerato un coinvolgimento diretto nella guerra a cui dovremo reagire”. Il monito lanciato da Mosca, all’indomani della brutale ondata di bombardamenti ordinata da Vladimir Putin contro Kiev e altre città, come risposta all’attacco al ponte della Crimea, sembra rappresentare una cosiddetta “linea rossa” del conflitto: oltrepassarla comporta conseguenze, anche se il Cremlino non specifica quali. L’uso di armi non convenzionali, quale una bomba nucleare tattica? Attacchi contro i convogli che trasportano armamenti della Nato? O addirittura un attacco contro un paese membro dell’Alleanza Atlantica? Ma la storia è piena di “linee rosse” e non sempre valicarle ha prodotto i risultati previsti: spesso chi ha indicato una linea rossa da non attraversare si è dovuto rimangiare la minaccia. Ecco alcuni cas…
LONDRA – “Se l’Occidente fornisce nuove armi più potenti all’Ucraina, sarà considerato un coinvolgimento diretto nella guerra a cui dovremo reagire”. Il monito lanciato da Mosca, all’indomani della brutale ondata di bombardamenti ordinata da Vladimir Putin contro Kiev e altre città, come risposta all’attacco al ponte della Crimea, sembra rappresentare una cosiddetta “linea rossa” del conflitto: oltrepassarla comporta conseguenze, anche se il Cremlino non specifica quali. L’uso di armi non convenzionali, quale una bomba nucleare tattica? Attacchi contro i convogli che trasportano armamenti della Nato? O addirittura un attacco contro un paese membro dell’Alleanza Atlantica? Ma la storia è piena di “linee rosse” e non sempre valicarle ha prodotto i risultati previsti: spesso chi ha indicato una linea rossa da non attraversare si è dovuto rimangiare la minaccia. Ecco alcuni casi per capire cosa potrebbe succedere se l’Occidente non cede al ricatto della Russia.
Una linea nel deserto
L’origine dell’espressione risale al 1928, all’epoca della fine dell’Impero Ottomano, quando le più grandi compagnie petrolifere di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia discutono con i rispettivi governi come suddividere il Medio Oriente. Per rimediare il problema degli incerti confini tra i nuovi Stati creati nella regione dalle potenze coloniali, un uomo d’affari armeno di nome Calouste Gulbenkian estrasse dal taschino una penna rossa e tracciò una serie di arbitrarie frontiere nel deserto dell’ex-impero turco. Il termine “linea rossa” deriva letteralmente da allora ed è diventato particolarmente significativo in diplomazia dalla Seconda guerra mondiale in avanti.
Cecoslovacchia e Polonia
Nel 1939 i governi di Londra e Parigi firmano un accordo di sicurezza in difesa della Polonia, la cui indipendenza viene minacciata dalla Germania di Hitler. Sulla carta, Gran Bretagna e Francia sembrano ammonire Berlino che saranno pronti a intervenire militarmente per proteggere Varsavia. Ma il precedente comportamento inglese e francese nella crisi in Cecoslovacchia del 1938, quando la Conferenza di Monaco praticamente consegnò al Fuhrer parte e poi praticamente tutta la nazione cecoslovacca, fece credere a Hitler che non sarebbe successo niente se avesse invaso anche la Polonia, come accadde. La “linea rossa”, in quella circostanza, non ebbe lo sperato effetto deterrente, anche se la decisione tedesca di invadere la Polonia provocò l’inizio della Seconda guerra mondiale.
Pechino e la Corea
Nel 1950 la Cina cercò di impedire agli Stati Uniti di attraversare il 38esimo parallelo ossia di attaccare la Corea del Nord, affermando che avrebbe valutato con “estrema gravità” una simile decisione. Ma la minaccia era vaga e il nascente regime cinese appariva debole e dipendente da Mosca, per cui Washington non si lasciò minimamente impressionare da quella linea rossa: il 38esimo parallelo fu oltrepassato, portando alla guerra fra le due Coree. Di nuovo la deterrenza non aveva funzionato.
Kennedy e la crisi di Cuba
Un decennio più tardi, nel 1962, il presidente americano John F. Kennedy usa un linguaggio analogo dichiarando che, se l’Urss avesse stazionato armi strategiche a Cuba, sarebbero sorti “i più gravi problemi”. Anche in questa occasione la minaccia era formulata senza precisare le conseguenze e infatti il leader sovietico Nikita Krusciov non la prese seriamente, andando avanti con i suoi piani: le due superpotenze dovettero arrivare a un passo dalla guerra nucleare, prima che Mosca indietreggiasse davanti al bastone e a un po’ di carota agitati dagli americani.
Israele e i paesi arabi
Una delle nazioni che hanno più fatto ricorso al termine “linea rossa” è Israele. Nel 1975 il ministro degli Esteri israeliano Yigal Allon affermò che gli Stati Uniti “hanno disegnato una linea rossa che tutti i paesi arabi sanno di non dover attraversare: la consapevolezza che l’America non sacrificherà Israele per il sostegno del mondo arabo”. In altre parole, Allon voleva dire che se gli arabi avessero attaccato Israele, Washington avrebbe difeso con tutte le sue forze lo Stato ebraico: parole importanti dopo lo spavento della guerra dello Yom Kippur di due anni prima, quando un attacco arabo inaspettato sorprese inizialmente Israele e ne minacciò la sopravvivenza. All’epoca, peraltro, il governo israeliano era già in grado di difendersi da solo da una minaccia mortale, essendo riuscito a costruire un proprio arsenale nucleare, sebbene non abbia mai confermato ufficialmente di averlo. La conferma, quest’ultima, che la migliore “linea rossa” non ha bisogno di essere esplicitata.
L’America e la Bosnia
Nella guerra nella ex-Jugoslavia tra il 1992 e il 1995, il segretario di Stato americano Warren Christopher usò apertamente la frase “linea rossa” riferendosi al controllo della Bosnia da parte delle forze di pace della Nato: una politica che condusse ai bombardamenti dell’Alleanza Atlantica contro i serbo-bosniaci, ma soltanto dopo ripetuti massacri e violazioni dei moniti occidentali.
Barack Obama e la Siria
Il caso più noto e più citato di una linea rossa invalicabile che è stata valicata senza conseguenze immediate è l’uso di armi chimiche da parte di Damasco nel conflitto che spaccava il Paese. In un discorso pronunciato il 20 agosto 2012, il presidente Obama disse testualmente: “Siamo stati molto chiari con il regime di Assad, ma anche con altre forze presenti sul terreno, che per noi una linea rossa è se vediamo movimenti o utilizzo di armi chimiche. Questo cambierebbe i miei calcoli, cambierebbe la mia equazione. Ci sarebbero enormi conseguenze”. Qualche tempo dopo, Obama fu ancora più chiaro in un altro discorso: “L’uso di armi chimiche è e sarebbe totalmente inaccettabile. Se farete il tragico errore di usarle, ci saranno conseguenze e verrete giudicate responsabili”. Assad non si intimorì e adoperò il gas nervino. Ma soltanto nel giugno 2013, quando l’utilizzo di armi chimiche da parte di Assad venne provato senza ombra di dubbio, l’amministrazione americana rese noto che avrebbe fornito armi ai ribelli, senza escludere la possibilità di ulteriori azioni militari. Il senatore repubblicano John McCain attaccò Obama affermando che la linea rossa tracciata dal presidente “era stata scritta con un inchiostro che poi è scomparso”. In seguito Obama cercò di difendersi dicendo: “Non ho fissato io una linea rossa. È stato il mondo a fissare una linea rossa quando i governi che rappresentano il 98 per cento della popolazione terrestre hanno definito abominevole l’uso di armi chimiche e hanno approvato un trattato che ne proibisce l’uso anche in guerra”. Ciononostante l’episodio è passato alla storia come il più grave passo falso compiuto da Obama nei suoi due mandati alla Casa Bianca.
Israele e l’Iran
Parlando all’Assemblea Generale dell’Onu nel settembre 2012, l’allora primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu disegnò personalmente una linea rossa su un manifesto mostrato alla platea che ritraeva il grafico di una bomba nucleare possibilmente in costruzione in Iran: il suo tratto di penna rossa indicava il limite dell’arricchimento dell’uranio necessario alla fabbricazione di un’arma nucleare, oltrepassato il quale lo Stato ebraico sarebbe intervenuto militarmente contro Teheran per impedire che il procedimento proseguisse. I negoziati tra l’Occidente e il regime degli ayatollah, con un patto per la non proliferazione nucleare poi abbandonato da Trump, hanno impedito che Israele portasse a compimento la minaccia, anche se il governo israeliano ha orchestrato varie operazioni clandestine per minare il programma nucleare iraniano e continua a rivolgere ammonimenti a Teheran e al mondo a questo riguardo.
Il problema della linea rossa
In conclusione, come scrive Bruno Tertrais in “Diplomacy of Red Lines”, un rapporto sull’argomento pubblicato dalla Fondation pour la Recherche Stratégique, la diplomazia della linea rossa sbatte contro una serie di problemi. Il primo è se l’avversario non è convinto che soffrirà davvero conseguenze se la oltrepassa. Il secondo è se le conseguenze sono espresse in modo troppo vago. Il terzo è se la reputazione del paese che ha fissato la linea rossa è debole o non sufficientemente solida. Il quarto è se la linea rossa viene continuamente spostata, cioè viene fissato un nuovo limite oltre il quale succederà qualcosa. E un quinto è che in certi casi anche la punizione più grave per avere oltrepassato una linea rossa può venire considerata accettabile: nel 1973 il presidente egiziano Sadat sapeva che attaccare Israele sarebbe risultato nella più forte reazione militare possibile e in una probabile sconfitta sul campo di battaglia, ma attaccando avrebbe ristabilito comunque l’orgoglio e la reputazione dell’Egitto, cambiandone la percezione nel quadro mediorientale, ovvero calcolò che valeva la pena di pagare il prezzo. Come conclude il succitato rapporto, in materia di “linee rosse” e nel potere di deterrenza in generale, “avere la capacità di infliggere danni all’avversario e comunicarla esplicitamente non è sempre sufficiente a impedire un’azione”.