Perù, il presidente Castillo nel mirino dei giudici: "È a capo di un'organizzazione criminale"
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoLa procuratrice nazionale lo accusa di corruzione nell'assegnazione degli appalti pubblici. Il capo dello Stato, che ora rischia l'impeachment, contrattacca: "È un golpe"
LIMA – Sale, fortissima e improvvisa, la tensione tra giustizia e presidenza in Perù. La procuratrice nazionale Patricia Benavides ha accusato formalmente Pedro Castillo di essere a capo di “un’organizzazione criminale che ha il suo centro operativo nel Palazzo del Governo”. Un’iniziativa clamorosa giunta al culmine di mesi di indagini che vedono sempre coinvolto l’ex maestro di Cajamarca alla guida di un esecutivo azzoppato e in crisi di legittimità. Per lanciare la sua sfida, l’alto magistrato ha realizzato un video poi mandato in onda su tutti i media e ripreso a valanga sui social. Circondata da tutto il pool dei pm titolari delle altre sei inchieste in cui Castillo risulta coinvolto, Benavides, con aria seria e con l’enfasi del momento, ha spiegato che “sono state trovati gravi indizi sull’intensa attività di influenza e collusione” del presidente “nell’assegnazione di numerosi…
LIMA – Sale, fortissima e improvvisa, la tensione tra giustizia e presidenza in Perù. La procuratrice nazionale Patricia Benavides ha accusato formalmente Pedro Castillo di essere a capo di “un’organizzazione criminale che ha il suo centro operativo nel Palazzo del Governo”. Un’iniziativa clamorosa giunta al culmine di mesi di indagini che vedono sempre coinvolto l’ex maestro di Cajamarca alla guida di un esecutivo azzoppato e in crisi di legittimità. Per lanciare la sua sfida, l’alto magistrato ha realizzato un video poi mandato in onda su tutti i media e ripreso a valanga sui social. Circondata da tutto il pool dei pm titolari delle altre sei inchieste in cui Castillo risulta coinvolto, Benavides, con aria seria e con l’enfasi del momento, ha spiegato che “sono state trovati gravi indizi sull’intensa attività di influenza e collusione” del presidente “nell’assegnazione di numerosi appalti pubblici”.
Gli “indizi” sarebbero stati raccolti dalla polizia giudiziaria durante un blitz nella casa della sorella di Castillo, Gloria, dove vive anche la madre, a San Juan de Lurigancho, un popoloso quartiere nella zona est di Lima. L’ex leader di Perú Libre, partito con il quale il già noto dirigente sindacale degli insegnanti era stato candidato alle ultime elezioni ma che aveva lasciato sei mesi fa perché in rotta con il gruppo dirigente, ha protestato con veemenza sostenendo che l’incursione della polizia è “un grave abuso”. Gloria Castillo è da mesi sotto inchiesta anche lei per concorso in corruzione. Più volte è stata interrogata ma si è rifiutata di rispondere ad alcune domande. La magistratura aveva ordinato che non lasciasse il Paese e le aveva tolto il passaporto. Gli inquirenti erano convinti che sapesse più di quanto dichiarasse e che fosse la custode delle prove che potevano incastrare il fratello.
Non si sa quali di queste siano state trovate in casa sua. Ma la determinazione con cui la procuratrice nazionale annuncia l’incriminazione ufficiale del presidente fanno ritenere che siano rilevanti. Si tratta di un atto costituzionale: il capo dello Stato non può essere messo sotto accusa senza il consenso di una maggioranza qualificata del Congresso. Per questo la stessa magistrata ha esortato il Parlamento a “invocare la Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione” per incriminare formalmente Castillo davanti alla magistratura. “La decisione è ora nelle vostre mani”, ha detto Patricia Benavides.
È la premessa all’avvio di un procedimento di impeachment dagli esiti imprevedibili. Il presidente del Perù era già stato sottoposto altre due volte a richieste di “dimissioni per manifesta incapacità morale” e se l’era cavata per un soffio. Erano mancati i voti sufficienti ad aprire il processo parlamentare. Ma questa volta è diverso: l’offensiva parte dal vertice della magistratura e si basa, a quanto pare, su solidi elementi di prova. La nuova inchiesta accorpa i filoni di indagini sull’assegnazione di grandi appalti pubblici nel settore edilizio ed energetico noti come Mtc-Puente Tarata, Petro Perù e Ministero dell’Edilizia abitativa. L’atto di accusa è raccolto in un dossier di 376 pagine e vede coinvolti anche due ex ministri del governo Castillo: Juan Silva Villegas (Trasporti e Comunicazioni), latitante, e Geiner Alvárado López (Alloggio, Edilizia e Servizi igienico-sanitari). Entrambi sarebbero i terminali della trama corruttiva, gli uomini che avrebbero gestito l’assegnazione degli appalti. “La denuncia”, ha voluto precisare la procuratrice nazionale, “si basa sulla scoperta dell’ottenimento di benefici economici dagli incarichi in posizione chiave, nella raccolta delle percentuali delle gare illecitamente ottenute e sull’uso illecito dei poteri presidenziali”. Soldi. Trovati su conti correnti intestati a figure di comodo. Probabilmente girati alla fine su quelli dei parenti più stretti. Accuse pesanti e circostanziate.
La procuratrice Benavides ha anche denunciato “la costante e feroce ostruzione alla giustizia mostrata dalla presunta organizzazione criminale”. Secondo la magistrata, Castillo e il suo entourage, forti della loro posizione minacciano “l’autonomia del pubblico ministero e compiono un’intimidazione permanente contro di lui e della sua famiglia”. Il presidente ha convocato la stampa e ha negato tutte le accuse. “È iniziata”, ha aggiunto, “l’esecuzione di una forma di colpo di Stato”. Quindi, replicando con la stessa enfasi della sua accusatrice si è rivolto al paese e ha detto: “Eccomi qui e il mio sangue deve essere versato per strada a beneficio di questa città, lo farò. Se devo dare la mia vita, lo farò”. Sembra che il presidente non possa neanche lasciare il Paese su ordine della magistratura. Qui, caso raro in America Latina, esiste l’arresto preventivo per chi è incriminato formalmente. Per tutti, nessuno escluso. Esiste sempre il pericolo di fuga. L’ex presidente Alejandro Toledo, scappato negli Usa con parte della cassa, è un precedente che pesa.
Mai, dalle famose, contestatissime elezioni in cui il maestro di Cajamarca venne eletto presidente (con uno scarto di solo 40 mila voti), il Perù ha vissuto momenti così incerti. Pedro Castillo si era imposto in una consultazione sofferta ma riconosciuta da tutti, anche a livello internazionale. La sua gestione è stata difficile e piena di ostacoli. Ha cambiato 22 ministri, due primi ministri, è stato accusato di aver promosso indebitamente alcuni alti ufficiali della Polizia e di averne licenziato altri che lo ostacolavano. Di gestire il delicato capitolo degli appalti pubblici, e quindi di una montagna di denaro, nel segreto della sua casa dove riuniva gli interessati in lunghe riunioni notturne. Ha cercato consensi a sinistra, poi al centro; ha rotto con i dirigenti del suo partito che lo hanno a loro volta disconosciuto. Si è alienato il sostegno anche degli ultimi disposti ad appoggiarlo. Si è chiuso in sé stesso, ha giocato con i veri poteri economici che contano nel Paese. È scivolato nel gorgo degli appalti e delle tangenti. Ha finito per fare quello che facevano i suoi predecessori. In Perù cambiano i presidenti, non cambia la realtà.