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Gli "accattoni" di TikTok: livestream di profughi siriani per tenere incollati gli utenti all'app

(ansa)
Alla Bbc la storia di Mona Ali Al-Karim e delle sue sei bambine: collegamenti in vieo da un campo profughi per raccogliere fondi. Ma la piattforma trattiene l'80 per cento dei guadagni. Il social cinese risponde: "Ci impegneremo per prevenire lo sfruttamento dei minori"
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Ogni giorno Mona Ali Al-Karim e le sue sei bambine siedono sul pavimento della loro tenda in un campo profughi del sud-ovest della Siria, e davanti a un cellulare in modalità ripresa ripetendo per ore le uniche frasi in inglese che conoscono: "Please like, please, share, please gift". Ossia: "metti un like, condividi, facci un regalo". La speranza è raccogliere quanto basta a far operare agli occhi la piccola Sharifa, affetta da una malattia. I livestreaming su TikTok sono d'altronde l'unica entrata della vedova, il cui marito è morto in un attacco aereo, come racconta nelle letteralmente gettonatissime clip. La famiglia ogni giorno è seguita da migliaia di persone che non esitano ad aprire il portafogli e mandare ciò che il social, lanciato in Cina nel 2016 e amatissimo della Generazione Z, permette. Doni virtuali, certo, dai fiorellini da pochi centesimi ai leoni - digitali anche questi - che di euro ne costano pure 500.…

Ogni giorno Mona Ali Al-Karim e le sue sei bambine siedono sul pavimento della loro tenda in un campo profughi del sud-ovest della Siria, e davanti a un cellulare in modalità ripresa ripetendo per ore le uniche frasi in inglese che conoscono: "Please like, please, share, please gift". Ossia: "metti un like, condividi, facci un regalo". La speranza è raccogliere quanto basta a far operare agli occhi la piccola Sharifa, affetta da una malattia. I livestreaming su TikTok sono d'altronde l'unica entrata della vedova, il cui marito è morto in un attacco aereo, come racconta nelle letteralmente gettonatissime clip. La famiglia ogni giorno è seguita da migliaia di persone che non esitano ad aprire il portafogli e mandare ciò che il social, lanciato in Cina nel 2016 e amatissimo della Generazione Z, permette. Doni virtuali, certo, dai fiorellini da pochi centesimi ai leoni - digitali anche questi - che di euro ne costano pure 500. Sorta di aiuti ai creatori dei contenuti: sostegno a una causa o, come in questo caso, a una famiglia bisognosa.

Peccato che nelle tasche di chi va in onda arriva poco meno del 20 per cento di quanto raccolto. Lo ha scoperto un'inchiesta della Bbc, l'emittente pubblica britannica, compiuta nei campi profughi fra Idlib ed Aleppo dove 11 anni di guerra civile hanno costretto circa 2,8 milioni di persone a viverci dentro. È qui che intermediari locali, reclutatori che vivono pure loro nelle tendopoli, a loro volta arruolati da agenzie di marketing con sede in Cina e in altri paesi mediorientali, assoldano le famiglie più povere - e con tanti bambini - affinché chiedano la carità, appunto, in livestreaming. Sorta di Grande Fratello dell'accattonaggio, capace di conquistare il cuore di milioni di utenti ignari, tanto da raccogliere fino a 1000 euro l'ora. Di cui alle famiglie, però, arrivano solo le briciole. Un fenomeno relativamente nuovo, nato a inizio 2022 e parte di un'aggressiva campagna globale di TikTok per reclutare live-streamer e convincere gli utenti a passare più tempo (e spendere di conseguenza più soldi) sull'app. Per carità, dicono i portavoce del social ai giornalisti britannici: "Non volevamo certo arruolare bambini: provvederemo". Rifiutando però di dire quanto ricavano dai "doni".

La Bbc lo ha scoperto ugualmente: assoldando un freelance che, dopo essersi messo in contatto con un mediatore in un campo siriano, a sua volta legato a un'agenzia affiliata a TikTok, ha aperto il suo canale. Lo staff della Bbc gli ha subito mandato 110 euro, costatando però che, poche ore dopo, gliene venivano accreditati 34. Il social, insomma, si appropriava del 70 per cento. Non basta: il 30 per cento del restante andava al mediatore "per ripagare le spese": il telefono e la sim, acquistate - racconta Hamid, che gestisce "gli affari" di 12 famiglie - vendendosi il bestiame. Al freelance, insomma, sono finiti appena 19 euro. "Una truffa" tuona ora Keith Mason, l'ex giocatore di rugby britannico riconvertitosi influencer di TikTok, che dopo aver donato a una famiglia siriana 350 euro ha invitato il suo milione di follower a fare altrettanto. Intanto a rilanciare l'inchiesta ci pensa Access Now, no profit "per i diritti digitali delle persone": "questi live streaming sono contrari alle stesse regole di TikTok tese a prevenire lo sfruttamento dei minori sulla piattaforma" dicono. E vedremo se cambierà qualcosa.