L'Europa apre la porta alla Bosnia, ma sul Paese gravano gli spettri della guerra civile e l'ombra di Mosca
di Salvatore Giuffrida , di Salvatore GiuffridaL’Europa apre le porte alla Bosnia Erzegovina proprio quando il piccolo paese balcanico rischia di implodere per le ingerenze della Russia e le tensioni nella comunità serba: la Commissione europea ha raccomandato la concessione al piccolo paese balcanico dello status di paese candidato all’ingresso nell’Ue.
“È una offerta al paese e al popolo bosniaco ma rivolgo un invito alla classe politica a completare le riforme costituzionali”, ha detto il commissario all’Allargamento Oliver Varhely. Sono parole storiche: la Bosnia aveva chiesto nel 2016 il riconoscimento di status di paese candidato e ieri, per la prima volta, è arrivata la risposta affermativa dalla Commissione Europea. Ma è solo un primo piccolo passo: l’adesione del paese balcanico all’Ue dipenderà da una serie di strette riforme economiche, giuridiche e sociali, dalla lotta alla corruzione e soprattutto da un percorso di riconciliazione soci…
L’Europa apre le porte alla Bosnia Erzegovina proprio quando il piccolo paese balcanico rischia di implodere per le ingerenze della Russia e le tensioni nella comunità serba: la Commissione europea ha raccomandato la concessione al piccolo paese balcanico dello status di paese candidato all’ingresso nell’Ue.
“È una offerta al paese e al popolo bosniaco ma rivolgo un invito alla classe politica a completare le riforme costituzionali”, ha detto il commissario all’Allargamento Oliver Varhely. Sono parole storiche: la Bosnia aveva chiesto nel 2016 il riconoscimento di status di paese candidato e ieri, per la prima volta, è arrivata la risposta affermativa dalla Commissione Europea. Ma è solo un primo piccolo passo: l’adesione del paese balcanico all’Ue dipenderà da una serie di strette riforme economiche, giuridiche e sociali, dalla lotta alla corruzione e soprattutto da un percorso di riconciliazione sociale che, a 26 anni dalla fine della drammatica guerra del 1992, non è mai decollato. Anzi: dopo le elezioni del 2 ottobre si sono acuite le tensioni fra le tre etnie che compongono il paese, serba, croata e bosniaca musulmana.
Le urne hanno visto la vittoria dei partiti nazionalisti che però non stanno riuscendo a formare il governo nazionale, ma il problema principale è che le tensioni stanno raggiungendo livelli preoccupanti nella Repubblica Srpska, la regione autonoma serba che spinge per l’indipendenza: dalla sera del 2 ottobre Trzcna Krajna, la piazza centrale del capoluogo Banja Luka, è diventata il cuore delle proteste contro il leader nazionalista Mirolad Dodik, accusato di brogli elettorali.
Il timore è chiaro: le formazioni paramilitari cetniche potrebbero prendere le armi per difendere Dodik e spingere sull’acceleratore per la secessione da Sarajevo, con buona pace della fragile stabilità nei Balcani. Non solo: i croati, che non vivono in una regione autonoma come i serbi, reclamano più poteri amministrativi e politici e minacciano di boicottare le fragili istituzioni nazionali: la Bosnia sta vivendo la crisi peggiore dalla fine della guerra del ‘92. Del resto il piccolo paese balcanico, specchio della coscienza dell’Europa, deve ancora superare i traumi della guerra. È una repubblica federale con un sistema politico tra i più complessi al mondo perchè vanta tre presidenti eletti in rappresentanza delle tre etnie serba, croata e bosniaca musulmana: ognuno ha potere di veto e in sostanza il paese è bloccato.
A livello locale il paese è diviso in cantoni di fatto autonomi con una propria costituzione: non c’è integrazione fra serbi, croati e bosniaci. La debole coesione sociale è garantita solo dall’Alto rappresentante Carl Schmitt, figura istituita dagli accordi di pace di Dayton, in sostanza il babysitter del paese. Sul quale pende una spada di Damocle chiamata Putin: la guerra in Ucraina ha acuito le tensioni fra serbi e bosniaci a causa delle spinte secessioniste serbe della repubblica Serba di Bosnia e del suo leader Dodik, a cui la Russia non ha mai nascosto appoggio e sostegno politico. La miccia dei Balcani si chiama Repubblica Srpska e adesso è accesa, anche se la Commissione Europea sta provando a spegnerla. “La destabilizzazione sta prendendo dimensioni pericolose, gli incidenti sono possibili ma non credo che ci siano ritorni immediati al conflitto armato - spiega Anna Maria Corazza già negoziatore per la pace per l’Onu e l’Ue dal '92 al '98 e presidente della Ong Missing Children Europe - la posizione della Commissione europea è politicamente rilevante ma è legato a condizioni molto precise sulle riforme: la strada è ancora in salita, il paese deve volare da solo ma l’ombra di Putin preoccupa molto e peserà sul processo di integrazione nell’Ue dei paesi di tutta la regione”.