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Arroganza, incompetenza, Brexit e un Regno Unito ormai più instabile dell’Italia: alle origini del disastro Truss

(reuters)
Come ha fatto la prima ministra a passare in neanche sei settimane da "nuova Thatcher" a "Lady di Latta” con i giorni contati a Downing Street? Come è stata possibile una simile catastrofe in così poco tempo? Eccone i motivi, dal partito “cannibale" dopo l’uscita dall’Ue al possibile ritorno di Boris Johnson
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Come è stato possibile un disastro simile? Come ha fatto Liz Truss a passare in neanche sei settimane da nuova aspirante Margaret Thatcher a Lady di Latta? Come ha fatto ad accumulare una simile catastrofe in così poco tempo, culminata oggi con l’ennesima, umiliante retromarcia sul taglio delle tasse, stavolta alle grandi aziende, e il pietoso licenziamento del suo “soulmate” ideologico e ultra-liberista, il ministro delle Finanze Kwasi Kwarteng?

Ci sono due motivi principali. Il primo: il nuovo governo sinora ha dimostrato di essere un raro cocktail di arroganza, incompetenza e ideologia radicale. Truss, Kwarteng e gli altri si sono sempre professati pro mercati. Invece, li hanno sfidati e ne sono usciti con le ossa rotte, oltre ad avere la reputazione e la credibilità devastati. Quattro cancellieri dello Scacchiere (ossia il glorioso ministero delle Finanze e del Tesoro) in soli quattro mesi (Sunak, Zahawi, Kwarteng e ora il rimpiazzo Jeremy H…

Come è stato possibile un disastro simile? Come ha fatto Liz Truss a passare in neanche sei settimane da nuova aspirante Margaret Thatcher a Lady di Latta? Come ha fatto ad accumulare una simile catastrofe in così poco tempo, culminata oggi con l’ennesima, umiliante retromarcia sul taglio delle tasse, stavolta alle grandi aziende, e il pietoso licenziamento del suo “soulmate” ideologico e ultra-liberista, il ministro delle Finanze Kwasi Kwarteng?

Ci sono due motivi principali. Il primo: il nuovo governo sinora ha dimostrato di essere un raro cocktail di arroganza, incompetenza e ideologia radicale. Truss, Kwarteng e gli altri si sono sempre professati pro mercati. Invece, li hanno sfidati e ne sono usciti con le ossa rotte, oltre ad avere la reputazione e la credibilità devastati. Quattro cancellieri dello Scacchiere (ossia il glorioso ministero delle Finanze e del Tesoro) in soli quattro mesi (Sunak, Zahawi, Kwarteng e ora il rimpiazzo Jeremy Hunt) sono solo la punta dell’iceberg: la sterlina è crollata, i tassi di interesse dei mutui schizzati alle stelle, quelli dei bond oramai più costosi di Italia e Grecia, i fondi pensione sull’orlo del crack, se solo due settimane fa non fosse intervenuta la Banca d’Inghilterra comprando titoli di Stato per 65 miliardi di sterline. 

E invece: Truss ha deciso di andare cocciutamente dritta contro un muro, epurando chiunque non ripetesse indiscutibilmente i mantra della sua “Trussnomics” (meno tasse, più crescita in una congiuntura estremamente negativa) da oggi ufficialmente sepolta perché i mercati la hanno considerata un azzardo senza le necessarie coperture. 

Ora, la prima ministra ne paga le tremende conseguenze. La conferenza stampa di oggi a Downing Street è stata allucinante, oltre che imbarazzante: la prima ministra non ha mai chiesto scusa, non ha mai ripudiato alcuna delle sue mosse, ha risposto roboticamente ai giornalisti tanto che Theresa May a confronto sembrava Virginia Woolf e ha accettato solo quattro domande dei reporter, prima di scomparire goffamente sullo sfondo, dopo neanche 8 minuti di conferenza stampa. I suoi giorni sono oramai contati e non è escluso che possa essere costretta a dimettersi molto presto, nonostante una maggioranza di 80 seggi ereditata da Boris Johnson, che pure fu costretto a mollare quando la pressione dei suoi lo travolse qualche mese fa. 

Il secondo motivo del disastro è un partito conservatore oramai diventato un insaziabile cannibale. Tutto è iniziato dall’errore di David Cameron di concedere il referendum della Brexit nel 2016, certo della vittoria. Da allora, i tories hanno dato il peggio di loro, in una letale spirale di harakiri: la “stella nera” Theresa May, Johnson buttato a mare per lo scandalo “Partygate" nonostante il clamoroso trionfo elettorale del 2019 e ora il frontale di Liz Truss. Il problema principale è l’ala destra, ultra-liberista e brexiter del partito sempre più feroce e brutalizzata dalle batoste di Covid, Brexit e fallimenti del controllo dei flussi migratori. Un’agguerrita fazione che però ancora decide il destino dei tory e del Paese.

Il risultato è un partito conservatore oramai al capolinea dopo 12 anni al potere segnati da austerity e schizofrenia. Sinora i tory erano riusciti a rimanere a galla, non solo perché sinora avevano avuto contro un partito laburista “rapito” dall’utopia movimentista e di sinistra radicale di Jeremy Corbyn ma anche perché erano comunque considerati, dalla maggioranza relativa dei britannici, come il porto sicuro di risparmi, investimenti e pensioni. Ora, dopo il suicidio finanziario di Truss e Kwarteng, non più. 

Non stupisce, dunque, che il Labour del moderato e a tratti noioso Sir Keir Starmer stia volando nei sondaggi, con oltre 30 punti di vantaggio sui tories e oramai lanciato verso una vittoria quasi assicurata alle prossime elezioni. Perché la sua affidabilità, talvolta piatta, è un focolare rassicurante rispetto al caos dei tory in questo momento. Oggi la Press Association (l’Ansa britannica) ha dovuto cambiare le proporzioni dei suoi grafici sulle intenzioni di voto perché non si era mai vista sinora una distanza simile tra tories e laburisti.

Un’altra batosta per l’ala dura e brexiter dei tories è il fatto che il nuovo cancelliere dello Scacchiere, Jeremy Hunt, ha votato per rimanere in Ue nel 2016, come del resto Liz Truss, prima della conversione euroscettica. Il nervosismo è tale (“La Brexit è in pericolo, i “remainer sono tornati al potere!”, urla il leader del partito Reform UK Richard Tice) che potrebbe verificarsi un’altra scissione come quella limitata avvenuta con il Brexit Party di Nigel Farage nel 2018-2019.

Allora, però, arrivò Boris Johnson, con la sua Brexit dura, a salvare e ricompattare il partito e a traghettarlo, solo in apparenza, fuori dalla palude. Ora l’ex primo ministro potrebbe anche tornare, visto che tanti deputati conservatori in subbuglio e nel panico più totale si sono già pentiti di averlo cestinato per una leader ambigua e già ultra-screditata come Truss. L’altro giorno Johnson ha guadagnato 150mila euro per il suo primo discorso da ex leader, ma è ovvio che il suo obiettivo principe è tornare al numero 10 di Downing Street, come fece il suo idolo Churchill. A questo punto, nulla è escluso. Come non sono impossibili nuove elezioni anticipate.

Infine, un ultimo paradosso. Nonostante i paragoni facciano storcere il naso a Londra in un’apoteosi di sdegnoso “cringe”, la politica britannica oramai è ancora più instabile di quella italiana. Sono già 4 i primi ministri in 6 anni, e ora potrebbe essercene un quinto qualora Truss cadesse dall’orlo del precipizio dove si trova, per non parlare della succitata girandola dei cancellieri dello Scacchiere. Il Regno Unito ha votato per la Brexit per il sogno di una “Global Britain” dominatrice nel mondo, lontana dalle catene e dalle contraddizioni dell’Europa, forza stabile, autarchica e illuminata. Invece in questo, momento sembra una “Little England”, sempre più contraddittoria, masochista e schizofrenica, che, di questo passo, rischia di diventare lo zimbello politico e finanziario del continente.