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"Per Xi la prima sfida è risollevare l'economia provata dalla politica zero-Covid"

(afp)
In occasione dell'apertura del Congresso del Partito comunista cinese parla Rana Mitter, docente a Oxford di Storia e Politica della Cina moderna
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PECHINO - “Vedo quattro grandi sfide per Xi all’orizzonte. Ma non aspettiamoci una significativa deviazione di rotta durante questo terzo mandato: continuerà con le politiche che danno priorità alla sicurezza e all'autosufficienza, al controllo dell'economia, a una diplomazia più assertiva sulla scena internazionale”, spiega Rana Mitter, docente di Storia e Politica della Cina moderna a Oxford. “Il presidente cinese è un uomo che ha un compito ben preciso in testa: creare una Cina che sia autoritaria e tecnocratica dentro le mura domestiche e sempre più influente ai più alti livelli nel campo globale”. 

PECHINO - “Vedo quattro grandi sfide per Xi all’orizzonte. Ma non aspettiamoci una significativa deviazione di rotta durante questo terzo mandato: continuerà con le politiche che danno priorità alla sicurezza e all'autosufficienza, al controllo dell'economia, a una diplomazia più assertiva sulla scena internazionale”, spiega Rana Mitter, docente di Storia e Politica della Cina moderna a Oxford. “Il presidente cinese è un uomo che ha un compito ben preciso in testa: creare una Cina che sia autoritaria e tecnocratica dentro le mura domestiche e sempre più influente ai più alti livelli nel campo globale”. 

Quali sono queste sfide per Xi?
“Al primo posto delle politiche future c’è l’economia. Che preoccupa maggiormente il Partito. La ragione per cui va male, nel breve periodo è ovviamente la strategia zero-Covid. Anche se non potrà essere messa troppo in discussione perché è associata alla leadership di Xi. Aspettiamoci allora più stimoli fiscali, che al tempo stesso dovranno affrontare il problema dei grandi debiti dei vari governi locali. Dunque prevedo politiche economiche più caute: nessun grande effetto big bang. Poi c’è il problema demografico: un declino ancora peggiore di quanto il Partito aveva fin qui immaginato (negli ultimi 10 anni il numero di bambini nati ogni anno è sceso di oltre il 45%, a 10,6 milioni, ndr). Ci sarà allora più enfasi su temi come quello delle pensioni, il sistema sanitario, la cura degli anziani. Mi aspetto un richiamo forte alle energie verdi e rinnovabili. Al momento la neutralità carbonica è stata fissata al 2060: non una data abbastanza ambiziosa per molti”.

E poi c’è Taiwan. Ci sarà una road map?
“Non credo. Continueranno a sottolineare il desiderio di una riunificazione pacifica, ma ricordiamoci le parole di Xi: la questione non può essere lasciata alla prossima generazione. Segnalando dunque l’urgenza nei piani del presidente”. 

Quali i pericoli?
“Ha il Partito saldo nelle proprie mani e nella posizione in cui vuole che stia. Non ha rivali. Ha la capacità di mantenere insieme il sistema. Il pericolo più grande per Xi è Xi stesso. Deve stare attento a non calcare troppo la mano su sentieri che stanno diventando sempre più impervi e che lui stesso ha intrapreso, di sua volontà: la politica Covid, la questione Taiwan e il confronto con l’America. Se peggiorassero, allora le cose si potrebbero mettere male per lui. Ad essere onesti, però, non succederà”.

Che cosa si aspetta sul fronte delle relazioni con gli Usa?
“La visione di Pechino è ormai quella che le relazioni non miglioreranno. Potrebbero però non peggiorare, rimanere congelate. Troppi i temi, economici, militari, valoriali su cui divergono. C’è speranza di un miglioramento, al contrario, con alcuni attori chiave dell’Unione europea. Penso alla Germania e infatti il cancelliere Scholz dovrebbe arrivare a Pechino ai primi di novembre”.

Un leader sempre più solo al comando: in uno scenario globale sempre più confuso. Ora ci si è rimesso di mezzo Kim con le sue minacce nucleari.
“Pechino non vuole un confronto nucleare ai suoi confini. Ma non vuole nemmeno una Corea del Nord che collassi. Altrimenti una Corea riunificata significherebbe un alleato Usa ancora di più alle porte di casa. Non dimentichiamoci però che la Cina non è mai un leader quando parliamo di negoziati a livello mondiale. Lo stiamo vedendo anche adesso in Ucraina: molti pensavano a un suo ruolo di mediatore: non è così”.

Qui entriamo nei rapporti con la Russia e all’ordine alternativo che vorrebbero delineare.
“Pechino sta costantemente riassestando il suo legame con Mosca per non trovarsi vicino una Russia debole. D’altro lato però la Cina ci guadagna da questa relazione: gas e petrolio a prezzi scontati, e un importante alleato alle Nazioni Unite e in altri consessi. La difficoltà che ha la Cina è che non forma delle alleanze formali con gli altri Paesi. Ha sempre relazioni parziali con i propri interlocutori. Lo vediamo proprio ora. Il 4 febbraio Xi e Putin hanno dichiarato un’amicizia senza limiti. Ma i limiti ci sono eccome. Non ha aiutato militarmente Mosca ad invadere: non lo farebbe mai. C’è una opportunità pragmatica di cooperazione, certo, tra la Cina e altri stati autoritari, ma è ingannevole pensare che condividano un obiettivo centrale comune condiviso. Ci sono campi in cui divergono. Ritorniamo a Cina-Russia e pensiamo alla situazione in Asia centrale, dove non c’è un’agenda condivisa. Lì ci sono obiettivi incompatibili: Mosca pensa che quello sia il suo giardino di casa, Pechino aumenta gli scambi commerciali e di sicurezza nella regione. Guardiamo anche allo Sco: è un forum che mette insieme paesi che non vanno neanche d’accordo tra di loro (Cina e India) e anche tra quelli che condividono interessi comuni, l’aiuto pratico che si danno l’un l’altro è molto limitato”. 

Come la Cina è cambiata con Xi al potere in questi 10 anni?
“Primo: è molto più potente. Non soltanto per le dimensioni della propria economia, ma per le interconnessioni che la sua economia ha col resto del mondo. Secondo: è più forte militarmente. Terzo: dentro le mura domestiche ha imboccato una strada sempre più stretta. E’ sempre stata un Paese autoritario, anche con i due leader precedenti Hu Jintao e Jiang Zemin, ma fino a dieci anni fa c’erano delle cosiddette finestre di libertà. Per i media, per la società civile: c’era un sentimento generale che la Cina fosse realmente interessata ad essere coinvolta col mondo esterno. Dieci anni dopo abbiamo la sensazione opposta: una Cina più chiusa - in parte dovuto certo al Covid. E lo spazio delle possibili discussioni dentro la Cina si è assottigliato sempre di più. Riassumendo: più forte, ma meno libera”.