A Vasylyvka, l'unico check point per uscire dalle zone annesse: così i soldati russi decidono sommersi e salvati
dal nostro inviato Fabio Tonacci , dal nostro inviato Fabio TonacciNova Oleksandrivka (Zaporizhzhia) - L'ultima porta che dà sul mondo libero è un check-point dell'assurdo. Dove si resta in fila per tre ore, tre giorni o tre settimane, senza logica né criterio. Dipende soltanto da come gira all'agente russo addetto ai permessi. Si avvicina ai finestrini di macchine sovraccariche, lancia occhiatacce alle famiglie esauste che vogliono andarsene dai territori annessi da Putin, finge di controllare una fantomatica lista sul telefonino, e poi: tu sì, tu no, tu sì, tu no, tu nemmeno, tu neanche. Molti no, quasi tutti no.
Lasciate ogni speranza di raziocinio, voi che provate a superare il check-point di Vasylyvka, cittadella 53 chilometri a Sud di Zaporizhzhia: è l'unico passaggio verso la parte d'Ucraina ancora in mano ai legittimi proprietari che i russi, dopo i referendum farsa, non hanno chiuso del tutto. Come il tappo di una pentola a pressione, serve a sfiatare la tensione della…
Nova Oleksandrivka (Zaporizhzhia) - L'ultima porta che dà sul mondo libero è un check-point dell'assurdo. Dove si resta in fila per tre ore, tre giorni o tre settimane, senza logica né criterio. Dipende soltanto da come gira all'agente russo addetto ai permessi. Si avvicina ai finestrini di macchine sovraccariche, lancia occhiatacce alle famiglie esauste che vogliono andarsene dai territori annessi da Putin, finge di controllare una fantomatica lista sul telefonino, e poi: tu sì, tu no, tu sì, tu no, tu nemmeno, tu neanche. Molti no, quasi tutti no.
Lasciate ogni speranza di raziocinio, voi che provate a superare il check-point di Vasylyvka, cittadella 53 chilometri a Sud di Zaporizhzhia: è l'unico passaggio verso la parte d'Ucraina ancora in mano ai legittimi proprietari che i russi, dopo i referendum farsa, non hanno chiuso del tutto. Come il tappo di una pentola a pressione, serve a sfiatare la tensione della popolazione che vive vicino al fronte di battaglia: i residenti delle regioni occupate di Kherson, Zaporizhzhia, Donetsk e Lugansk che rifiutano il nuovo distretto della Federazione hanno solo questa via di fuga. Una via disperante, governata dagli umori, dal fastidio, dal dispetto. Da una burocrazia più cretina del solito.
"Se hai meno di 35 anni non ti fanno passare, ma se dimostri che non sei capace a sparare allora sì. Se hai la patente russa dicono che ti fanno andare, però per averla serve il passaporto russo, quindi è una farsa. Se ti trovano qualche tatuaggio strano ti bloccano. Ho visto famiglie con bambini in condizioni terribili respinte in malo modo, e altre famiglie con bambini transitare in meno di tre ore. Però se sei di Kherson niente da fare, ti rimandano a casa". Il racconto è di Dima, 28 anni, di Nikopol, che ce l'ha appena fatta e non sa neanche lui come. "Ci ho messo tredici giorni. Mi sono registrato il 2 ottobre sul sito delle autorità russe locali, come vuole la procedura. È stato come gettare un sasso nel lago: al check-point il soldato non trovava i nostri nomi nella lista. Con mia moglie e mio figlio Nikita, quattro anni, abbiamo mangiato e dormito in macchina per tredici giorni". Ne sono testimoni l'odore dell'abitacolo, i pezzi di cibo sparsi sui sedili, i giocattoli di Nikita.
Dima si sta sottoponendo al controllo di polizia a Nova Oleksandrivka, il primo posto di blocco ucraino dopo la zona grigia che separa le due linee del fronte. "Una settimana fa Nikita si è ammalato per colpa del freddo, l'ho portato in ospedale e poi incredibilmente, mostrando il foglio del ricovero, il soldato mi ha dato l'ok. Sono riuscito ad andarmene dalle terre che la Russia ci ha rubato solo perché mio figlio è stato molto male, che amarezza...".
Il check-point di Vasylivka è un non luogo dove il regolamento lo scrive l'ultimo che viene messo al controllo documenti. Per arrivarci si attraversa il ponte sull'estuario del Karachekrak, si punta a nord e nel mezzo della campagna, al bivio della statale che conduce a Zaporizhzhia, bisogna per forza spegnere il motore e attendere. Vietato fare foto coi telefonini, vietato lamentarsi. "Tre giorni fa su 1.200 macchine ferme al lato della carreggiata c'erano seimila persone, due giorni fa erano quattromila, ieri solo cento macchine, oggi di nuovo mille. È una colonna che si fa e si disfa come quella delle formiche, perché alla fine la gente non ne può più di stare lì e va a dormire altrove". A parlare è Serhiy Stoyanov, 53 anni, di Dniprorudne. Non vuole foto perché non ha più gli incisivi. Sul parabrezza della sua vecchia Mazda la sigla Z4-25 scritta col pennarello. "La mettono a chi proviene dalle zone di Energodar, dove c'è la centrale nucleare".
La zona grigia è una fascia di terra di nessuno ampia una quarantina di chilometri. "Si fa lo slalom tra i crateri dei missili", dice Stoyanov. "A un certo punto la strada è interrotta e si va per campi impantanati, tra carcasse di auto bruciate. Mi è sembrato di vedere corpi carbonizzati".
Ad aiutare l'evacuazione, portando anche aiuti a chi sta in fila, è la Fondazione Lyubyshenko, che ha comprato una decina di pulmini per fare avanti e indietro tra le linee. "Purtroppo, dal primo ottobre è diventato quasi impossibile, hanno cambiato regole e procedure. Il check-point è diventato ancor più folle", dice Oleksandr Lyubyshko, capo della Fondazione:
Prima dell'annessione, da Vasylivka facevano passare quattrocento auto al giorno piene di sfollati che andavano a Nord. "Dopo il proclama di Putin, al massimo una dozzina", sostiene il sindaco di Melitopol Ivan Fedorov. "Temono lo spopolamento, quindi accampano pretesti al check-point per bloccare gli ucraini. Per esempio sabato e domenica scorsi hanno chiuso il varco perché, hanno detto, non lavorano nel weekend. Se ne fregano dei diritti, fanno giochetti da terroristi e bombardano la zona grigia".
Per accedere all'ultima porta per il mondo libero c'è da faticare. Il servizio segreto russo indaga sui nomi, vuole capire se chi se ne va può tornare armato, prima o poi. Il resto sono giochetti per occupanti insicuri.