Germania, nei Verdi scoppia la "pax pragmatica": sì all'invio di armi a Kiev e Riad. Ma veto sul nucleare
dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni , dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBERLINO - Nei verdi tedeschi è scoppiata la "pax pragmatica". I tre giorni del congresso di Bonn si annunciavano burrascosi, gli ambientalisti tedeschi erano chiamati a discutere alcune spinosissime svolte del governo Scholz che vanno alla sostanza degli ideali del partito. Ma i tempi degli arrembaggi di militanti nudi o armati di torte e bombe di vernice sembrano ormai definitivamente tramontati. Tra le due correnti dei pragmatici "realos" e degli idealisti "fundis" i primi sembrano ormai stradominare il partito - del resto i due leader che da anni ne tengono saldamente in mano le redini, Annalena Baerbock e Robert Habeck, vengono da lì.
Per Baerbock e Habeck, rispettivamente ministri degli Esteri e dell'Economia dell'esecutivo "semaforo", questo primo anno di governo ha significato una sfida continua al dna del partito. La guerra in Ucraina e la crisi energetica hanno terremotato la traiettoria dei Gruenen. E al primo co…
BERLINO - Nei verdi tedeschi è scoppiata la "pax pragmatica". I tre giorni del congresso di Bonn si annunciavano burrascosi, gli ambientalisti tedeschi erano chiamati a discutere alcune spinosissime svolte del governo Scholz che vanno alla sostanza degli ideali del partito. Ma i tempi degli arrembaggi di militanti nudi o armati di torte e bombe di vernice sembrano ormai definitivamente tramontati. Tra le due correnti dei pragmatici "realos" e degli idealisti "fundis" i primi sembrano ormai stradominare il partito - del resto i due leader che da anni ne tengono saldamente in mano le redini, Annalena Baerbock e Robert Habeck, vengono da lì.
Per Baerbock e Habeck, rispettivamente ministri degli Esteri e dell'Economia dell'esecutivo "semaforo", questo primo anno di governo ha significato una sfida continua al dna del partito. La guerra in Ucraina e la crisi energetica hanno terremotato la traiettoria dei Gruenen. E al primo congresso dal ritorno al governo dopo sedici anni di opposizione, gli ottocento delegati hanno votato dunque su questioni cruciali come l'invio di armi in Ucraina e in Arabia Saudita, il prolungamento delle centrali nucleari e il pacifismo del partito. E mentre Baerbock ne è uscita indenne richiamando i delegati spesso alla "responsabilità" che i Verdi hanno assunto entrando nel governo, la base ha imposto delle chiare linee rosse a Habeck, che affrontava forse la sfida più complessa.
Il primo trionfo non scontato per la ministra degli Esteri è arrivato col voto sull'invio di armi all'Ucraina: "Questa guerra esiste, e noi ce ne assumiamo la responsabilità", ha scandito davanti ai delegati, incassando il via libera al supporto militare a Kiev. Sosteniamo l'Ucraina, questo il ragionamento di Baerbock, "non nonostante il fatto che siamo un partito che difende la pace e i diritti umani, ma proprio perché lo siamo". Un ragionamento che affonda le radici nella svolta del partito della fine degli anni '90, quando l'allora ministro degli Esteri dei Verdi Joschka Fischer sostenne le bombe in Serbia dopo la guerra etnica contro la Bosnia.
La seconda mozione, spinosissima, riguardava la vendita di armi all'Arabia saudita: quella diretta è vietata dal 2018, dai massacri in Yemen. Tuttavia le aziende tedesche possono esportare prodotti militari verso la monarchia del Golfo che continua a macchiarsi di orrendi violazioni dei diritti umani se partecipano a consorzi internazionali. Per convincere gli ottocento delegati della linea adottata dal governo Scholz, la ministra degli Esteri si è lanciata in una spericolata giustificazione.
Baerbock ha spiegato al partito che se Berlino rinuncerà alle cooperazioni internazionali dovrà spendere molti più soldi per la difesa. Soldi che "saremmo costretti a risparmiare nel settore sociale", ha sottolineato durante il suo intervento. Baerbock ha ammesso che "la nostra politica estera, guidata da valori, è finita in un dilemma". Ma alla fine i delegati si sono bevuti la storia delle risorse per la difesa che cannibalizzerebbero lo stato sociale, e hanno votato a favore della mozione della segreteria che chiedeva di approvare l'invio di armi in Arabia saudita.
Habeck, il ministro dell'Economia alle prese con la peggiore crisi energetica dagli anni Settanta, è stato costretto a far digerire al partito anti-nuclearista la proroga di tre mesi di due centrali che dovevano chiudere a dicembre. Ed è già molto per un partito nato negli anni Settanta sull'onda delle proteste contro l'energia atomica. Ma a fronte delle pressioni del ministro liberale delle Finanze, Christian Lindner, che chiede una proroga fino al 2024, la base del partito ha tracciato una chiara linea rossa.
Il 15 aprile resta la scadenza del'ultimo kWh di energia atomica prodotto in Germania, per i Verdi. Un chiaro segnale non solo al ministro Habeck, che dovrà attenersi alla mozione del suo partito, ma anche al gruppo parlamentare del partito. Un paletto granitico che rischia di pesare molto sull'azione di governo del ministro dell'Economia.
Il congresso dei Verdi è stato insomma uno "stress test" micidiale per i principi degli ambientalisti più antichi d'Europa. Come ha riassunto Habeck. "in un lasso di tempo brevissimo il partito ha dovuto prendere decisioni mostruosamente difficili". D'altra parte, ha concluso, "sappiamo anche che la democrazia non è fatta solo di nobili principi e discorsi astratti". Benvenuti nell'era della "pax pragmatica".