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L'isola ribelle

Viaggio a Taiwan, la terra contesa dalla Cina che tiene il mondo con il fiato sospeso
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TAIPEI (Taiwan) "Siamo nel posto più sicuro dell'isola. Se Pechino attacca, risparmierà il museo": Wendy Li, la guida turistica, è serissima. Con i suoi 697.490 manufatti - alcuni di immenso valore, come le 21 porcellane "Ru Ware" tipiche della dinastia Song (1100 circa) valutate 40 milioni di dollari l'una, altri universalmente famosi, come il "cavolo" scolpito in un unico pezzo di giada - il National Palace Museum che domina il distretto di Shihlin, a nord della capitale Taipei, raccoglie il meglio della millenaria cultura cinese. Qui si conserva parte del tesoro imperiale: la raccolta smantellata nel 1924 per non farla finire nelle mani dei giapponesi con cui all'epoca la Cina era in guerra, i cui pezzi migliori - 6mila casse - furono trasferiti sull'isola nel 1948 per ordine di Chiang Kai-shek. Poco prima che il generalissimo, in fuga dall'esercito popolare di Mao Zedong, s'installasse a Taiwan, imponendo q…

TAIPEI (Taiwan) "Siamo nel posto più sicuro dell'isola. Se Pechino attacca, risparmierà il museo": Wendy Li, la guida turistica, è serissima. Con i suoi 697.490 manufatti - alcuni di immenso valore, come le 21 porcellane "Ru Ware" tipiche della dinastia Song (1100 circa) valutate 40 milioni di dollari l'una, altri universalmente famosi, come il "cavolo" scolpito in un unico pezzo di giada - il National Palace Museum che domina il distretto di Shihlin, a nord della capitale Taipei, raccoglie il meglio della millenaria cultura cinese. Qui si conserva parte del tesoro imperiale: la raccolta smantellata nel 1924 per non farla finire nelle mani dei giapponesi con cui all'epoca la Cina era in guerra, i cui pezzi migliori - 6mila casse - furono trasferiti sull'isola nel 1948 per ordine di Chiang Kai-shek. Poco prima che il generalissimo, in fuga dall'esercito popolare di Mao Zedong, s'installasse a Taiwan, imponendo quella dittatura che ancora molti ricordano come "terrore bianco", conclusasi solo nel 1987, con l'abolizione della legge marziale. Per il leader del Kuomintang, il partito nazionalista, la collezione avallava la pretesa di essere il legittimo governante dell'intera Cina. E sostenendo di aver salvato vestigia antiche di 8mila anni dalla furia iconoclasta della rivoluzione culturale, anche il museo, aperto nel 1965, fu trasformato da Chiang Kai-shek in un simbolo del suo regime, mentre il Dragone lo accusava di furto.

 

 

Semiconduttori

Le parole della giovane Li raccontano bene il mood che si respira pure in una città "cool" come Taipei, metropoli dai mille volti, proiettata com'è verso il futuro - te ne accorgi passeggiando per Ximending, il quartiere tutto luci, gay bar e karaoke. E allo stesso tempo radicata nella tradizione, come dimostra la folla che il venerdì pomeriggio riempie il settecentesco Longhsan Temple: il tempio buddista proprio dietro Herb Lane, la stradina dove ancora si vendono medicamenti a base di erbe, dove insieme a Wenchang Dijun, dio della letteratura, si venera Guan Gong, dio dalla faccia rossa: signore della guerra, caro a poliziotti e mafiosi. L'estate, d'altronde, è stata turbolenta. Segnata dalla visita della speaker americana Nancy Pelosi, primo viaggio di un alto rappresentate Usa dal 1997, talmente sgradito al presidente Joe Biden che dopo aver cercato di dissuaderla con garbate pressioni, ha provato a smorzarne l'importanza con una lunga telefonata all'omologo Xi Jinping.

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Quella visita, si sa, ha scatenato la furibonda reazione cinese. Accusando Washington di aver violato la loro sovranità e aver abbandonato l'"ambiguità strategica" - per cui dal 1979 gli Usa riconoscono l'autorità di Pechino ma allo stesso tempo, grazie al Taiwan Relations Act, sostengono il diritto alla difesa di Taiwan, fornendogli armi - la Cina ha dunque dato il via a una serie di esercitazioni militari. Simulando, per la prima volta, il lancio di missili balistici su Taipei e attacchi aerei e marittimi sulla costa orientale dell'isola. Non basta: le manovre hanno parzialmente bloccato l'isola, possibile strategia per strangolarne l'economia. E lo spazio aereo taiwanese è stato violato più di 600 volte, "costringendoci a cancellare e deviare voli di linea", come ci spiega Lin Kuo-Shian, direttore dell'aeronautica civile, accompagnandoci a visitare la nuova ala dello Songshan Airport, l'aeroporto a nord della capitale costruito dai giapponesi durante il loro dominio (fra 1895 e 1945) da dove oggi partono i voli domestici. "Ci hanno imposto di chiudere 6 rotte, dimostrandoci come, insieme a quello marittimo, possono bloccare l'intero spazio aereo fino a soffocarci". Pechino, infine, ha pure interrotto l'export di sabbia naturale, necessaria alla produzione di quei semiconduttori su cui si basa l'economia di Taiwan.

Azioni che hanno allarmato gli Stati Uniti (ma anche Giappone ed Australia): e non solo per motivi ideali. Gli americani, che pure i microchip li hanno inventati - a opera di un italiano, il fisico Federico Faggin - e sono ancora leader nel loro design e sviluppo, da anni hanno ceduto lo scettro della produzione alla taiwanese Tsmc. La più grande fabbrica indipendente al mondo di quei componenti essenziali per far funzionare auto, smartphone, computer, e pure dispositivi militari e medici. La sua sede è a Hsinchu, 60 km da Taipei. La "città ventosa" tutta giardini e grandi alberghi, diventata a partire dagli anni '80 la "Silicon Valley" asiatica, dove 350 aziende high-tech danno lavoro a 168mila persone, generando un giro d'affari da 57 miliardi di dollari statunitensi. "Cuore economico dell'isola, qui, secondo contratti stretti nel 2022, si produce il 66 per cento della domanda di semiconduttori mondiali, e il 90 per cento dei microchip di ultima generazione" racconta a Repubblica Wayne Wang, direttore del piccolo, tecnologicissimo museo dove sono mostrati gli ultimi prodotti sviluppati (dalla macchina a raggi x portatile al filtro per eliminare i leucociti durante i trapianti).

Il controllo di quelle tecnologie (e del rispettivo mercato) stuzzica Pechino. Durante il lockdown del 2020, la paralisi della logistica globale ha fatto ben comprendere la portata della dipendenza mondiale dai semiconduttori fabbricati quaggiù. E infatti con un tour asiatico in Corea del Sud e Giappone, lo scorso maggio Joe Biden, ha messo le basi per un'alternativa economica nella regione, lanciando l'Indo-Pacific Economic Framework: ambizioso piano d'investimenti e rafforzamento dei rapporti commerciali mirato proprio ad aumentare la presenza Usa nell'area e contrastare l'influenza cinese. Xi, anche lui spaventato dal freno causato dalla pandemia e mirando all'autarchia, ha investito nella ricerca tecnologica ben 407 miliardi di dollari. Ma i cinesi sono indietro: privi di macchine e "know how" per "disegnare" sul silicio chip avanzati, faticano a colmare la distanza. E vedono di malocchio pure l'approvazione americana del Chips (Creating helpful incentives to produce semiconductors) Act che foraggia con 280 miliardi di dollari la ricerca scientifica e le società che producono semiconduttori negli Usa.

 

 

"L'invasione è questione di quando"

Ovvio che in questo contesto Taiwan sia tornata a essere appetibile per il Dragone. Il controllo delle sue industrie ne aumenterebbe la leadership tecnologica e il peso economico ai danni dell'Occidente. Senza dimenticare l'importanza strategica di quella che a lungo è stata chiamata Formosa, "isola bella" secondo il nome che le diedero i portoghesi nel 1544  e che ha conservato fino a metà Novecento. Grande una volta e mezzo la Sicilia (si estende su 36.194 chilometri quadrati), Taiwan, che ospita 23,57 milioni di persone, è situata ai margini del Mar Cinese Meridionale ad appena 160 km dalla Cina. Ma è anche straordinariamente vicina a Yonaguni, la più remota delle giapponesi isole Ryukyu (a 100 km appena) e a pari distanza dalla scogliosa Itbayat filippina. Vero cuore delle tratte commerciali fra Nord e Sud Est asiatico.

"Facciamo il possibile per tenere aperto il dialogo. Ma temiamo che l'invasione non sia più questione di se ma di quando": Shen Ming-Shih, capo del think tank governativo Institute for National Defense and Security di Taipei, non ha dubbi: "La Cina attaccherà prima piuttosto che poi. Qui usiamo come data convenzionale il 2027: anno indicato dallo stesso Xi in un discorso ai militari del 2019, quando chiese all'Esercito Popolare di Liberazione di accelerare la modernizzazione ed essere pronto a "riprendersi" l'isola. È una data simbolica, quella dei 100 anni dell'Epl. Ma presumibilmente anche l'ultimo anno di Xi al potere. Lui tiene molto alla sua legacy: e la conquista di Taiwan è uno degli elementi che gli permetterebbe di superare anche Mao. Attenzione, ha detto entro: l'offensiva può avvenire anche prima. Magari già dopo il Congresso del Partito Comunista che lo incoronerà per la terza volta". E in quel caso? "In assenza di aiuti immediati, che pure Joe Biden continua a promettere, Taiwan si troverebbe senza gas e petrolio entro 30-90 giorni. Purtroppo, abbiamo visto come gli americani si comportano in Ucraina. Nei nostri scenari ipotizziamo di cavarcela da soli".

Venti di guerra

La presidente taiwanese Tsai-Ing wen, prima donna a ricoprire l'incarico e leader di quel Partito Progressista Democratico emerso a metà degli anni '90 dalle proteste antiregime, cui lei nel 2016 ha assicurato la leadership del paese, nel giorno della festa nazionale del "doppio dieci" lo ha detto chiaro: "Il confronto armato con la Cina non è un'opzione". Ben sapendo che la festa in onore della rivoluzione Xinhai del 10 ottobre 1911 - quella che col rovesciamento del sovrano bambino Aisin Gioro Puyi segnò la nascita della Repubblica di Cina di Sun Yat-sen - è celebrata su entrambe le sponde dello stretto per motivi opposti. Xi ad affermare l'inevitabile riunificazione dell'isola alla Repubblica Popolare. E lei, appunto, per ribadire che non accetterà quella sorte. Tsai, d'altronde, rifiuta pure il cosiddetto "consenso del 1992": ovvero il riconoscimento del principio dell'"unica Cina" raggiunto in uno storico incontro fra Taipei, all'epoca governata dal Kuomintang, e Pechino (senza risolveva il dilemma della sovranità). Ribadendo la sua disponibilità a parlare con la terraferma, la leader dem, nel suo discorso ha comunque sottolineato che "non rinunceremo alla nostra libertà e democrazia. Solo rispettandoli si creano le basi per riprendere un'interazione costruttiva attraverso lo Stretto". Un chiaro messaggio ai vertici del Partito Comunista, alla vigilia del ventesimo Congresso, ben sapendo che l'approccio verso "l'isola ribelle" sarà tema caldo. 

Che soffino venti di guerra non lo pensano più solo gli addetti ai lavori: secondo un recente sondaggio del think tank della Difesa, la guerra in Ucraina ha convinto il 53 per cento dei taiwanesi che un conflitto armato con Pechino è più vicino che mai. Ce lo conferma pure il segretario di Stato Joseph Wu, il politologo laureatosi in America, durante un'intervista all'interno del suo ministero, l'edificio bianco affacciato sulla stessa piazza che nel distretto di Zhongzheng ospita pure gli uffici presidenziali. "Le immagini tv delle bombe su Kiev hanno reso la guerra meno astratta. Il mondo si prepari alla prospettiva che i cinesi possano invadere Taiwan entro il prossimo anno". Gli occhiali tondi, l'inglese impeccabile ben diverso da quello di molti suoi colleghi di gabinetto, definisce la reazione muscolare di Pechino alla visita di Pelosi "pretesto per esercitarsi alla futura invasione". Ma quando accadrà, assicura, "saremo pronti. Non vogliamo la guerra: ma ci prepariamo al peggio". Certo, Xi ha sempre detto di "volere una riunificazione pacifica": ma, insiste Wu, "non possiamo permetterci il lusso di indovinare le sue intenzioni. Valutiamo ogni ipotesi, lavoriamo per farci trovare preparati, senza contare sull'aiuto di nessuno". Nemmeno quello del presidente Biden, che pure, dopo l'acuirsi delle tensioni, ha approvato un pacchetto di forniture militari a Tawian da 1,1 miliardi di dollari che comprende 60 missili anti-nave Harpoon, 100 missili aria-aria Sidevinder e radar di sorveglianza. Inviando pure navi da guerra a pattugliare lo stretto, una delle più ampie dimostrazioni di sostegno alla democrazia dell'isola, da lui segnalata più volte nei suoi interventi: "Se Pechino attaccherà interverremo", ha ripetuto pure di recente. Certo, il Dipartimento di Stato si è affrettato a correggere il tiro: "Non supportiamo l'indipendenza di Taiwan. Le differenze siano risolte pacificamente", hanno scritto in un documento recente. Affermando che gli Stati Uniti "si oppongono a ogni modifica unilaterale allo status quo".

Pelosi a Taiwan: "Pechino non può ostacolare chi viene qui in amicizia e sostegno"

Una posizione aspramente criticata dall'ex segretario di Stato Mike Pompeo, il trumpiano che molti dicono aspiri alla presidenza 2024. In visita a Taipei, due settimane fa, ha accusato Biden di fare "dichiarazioni confuse. L'ambiguità che distingue da anni la politica americana è ora ancor più ambigua". Chiedendo il riconoscimento dell'indipendenza di Taiwan, a oggi approvata da appena 14 stati, Vaticano compreso. E pazienza se a Taipei, nessuno si spinge a tanto. La maggior parte della società civile rigetta le aspirazioni indipendentiste di organizzazioni come la Taiwan United Nation Alliance, sostenendo lo Status Quo nell'82,1 per cento dei casi, secondo i dati di Luglio dell'Election Study Center dell'Università di Chengchi che ripete il sondaggio ogni 6 mesi. Anche se il dato va poi diviso in tre grandi filoni: il 28,6 per cento è per lo "status quo" all'infinito, il 28,3 lo vuole ora per poi "decidere più in là". E il 25,2 lo vede come "sistema per ottenere l'indipendenza".

 

L'Ucraina come premonizione

"Sia noi che Pechino guardiamo all'Ucraina. È triste dire che un paese che soffre ci ispira, ma è così. Sta tenendo testa a una super potenza. Ce ne accorgiamo noi, ma pure Xi vede il lato debole della Russia. Anche per questo, il dialogo con la Cina non si è interrotto", chiarisce Wu. Spiegando che a ridurre drasticamente gli scambi è stata soprattutto la pandemia: a inizio 2020 c'erano 580 voli settimanali, ora ridotti a venti. E non se ne vede la fine, visto che Taiwan ha iniziato lo scorso 13 ottobre ad allentare le restrizioni sui viaggi imposte dall'ondata di virus di marzo 2022 (la più forte subita dall'isola). Mentre Pechino resta chiusa nella sua politica "zero Covid" con ripercussioni pure sugli investimenti economici stranieri.

"Mettiamola così" dice il ministro degli Esteri: "Non rispondono al telefono, ma leggono i nostri fax. Comunichiamo in "modo creativo". Attraverso i nostri uomini d'affari. Sì, vendiamo ancora chip a Pechino: ma non quelli che possono usare per le loro armi. Nel frattempo, ci prepariamo alla guerra asimmetrica, la cosiddetta "strategia del porcospino"". Sì, il metodo della "difesa a istrice" introdotta da Lee Hsi-Ming, ex capo delle forze armate taiwanesi, nel 2017. Sul principio di Davide e Golia: basato, cioè, su una capacità di combattimento talmente sproporzionata da dover ricorrere a una difesa agile e occultabile, appunto come gli aculei dell'istrice. E che fa ampio uso di droni MQ-9m, missili antinave Harpoon e razzi Javelin e Stinger  (usati anche in Ucraina) per contrastare attacchi dal cielo. Lo scopo è sfruttare la morfologia dell'isola per rendere un eventuale sbarco difficile. E anche colpire la terraferma, per creare insicurezza e malcontento fra i cinesi. Accantonati da tempo progetti come quello di dotare gli aeroporti di trampolini analoghi a quelli delle portaerei, per far decollare i propri jet, si lavora per adeguare quel che c'è: "Almeno 140 dei nostri 288 caccia erano vecchi", ci dice Hu Kai-hung, l'ingegnere capo dell'Aerospace Industrial Development Corporation, accompagnandoci lungo gli immensi capannoni della fabbrica di Taichung, a due ore da Taipei, dove sotto l'immensa bandiera rosso-blu col sole a 12 raggi dell'isola, operai specializzati producono componenti resistendo al caldo circondati da decine di ventilatori: "Abbiamo dovuto realizzare tre squadre che lavoravano 24 ore su 24  per rinnovarli rapidamente". In mancanza di una marina adeguata - per ora Taiwan conta su 117 navi da guerra fra cui nessuna portaerei, 4 sottomarini, 4 cacciatorpediniere, 22 fregate di cui sei vecchie di trent'anni e solo 3 moderne corvette lanciamissili tanto da aver annunciato la costruzione di 12 nuove navi, pronte a entrare in servizio nel 2025 - si chiede alla flotta d'altura di 1800 pescherecci, la seconda al mondo, di pattugliare i mari.

Sull'esempio ucraino, poi, si ipotizza poi di affiancare ai militari milizie civili: "A tal scopo abbiamo creato una "agenzia della mobilitazione"" dice ancora Wu. Il problema è che il servizio militare non è più obbligatorio dal 2017 e l'esercito conta su appena 170mila volontari, cui sommare 1,5 milioni di riservisti che hanno però appena pochi mesi di addestramento sulle spalle.

 

Per questo lo scorso 30 agosto il miliardario Robert Tsao, elmetto sulla testa e in giubbotto antiproiettile, ha annunciato di voler devolvere tre miliardi di dollari taiwanesi (90 milioni in dollari americani) alla difesa dell'isola: una parte dedicata proprio alla formazione di una milizia civile, un'altra alla produzione di droni da combattimento e una terza per reagire alla disinformazione e ai cyberattacchi. "Non vedremo Taiwan diventare una nuova Hong Kong" ha sentenziato colui che pure, fino a poco tempo fa, era visto con sospetto per essere stato a lungo sostenitore del dialogo con Pechino con cui faceva affari: già patron della United Microelectronics Corporation - seconda azienda al mondo nel comparto dei microchip - la cui famiglia approdò a Taiwan da Pechino al seguito di Chiang Kai-shek.  Ripreso il passaporto taiwanese, cui a lungo aveva preferito quello di Singapore, ora mira a trasformare in "orsi neri guerrieri", ovvero cecchini, 300mila civili in 3 anni. E pazienza se il suo gruppo, di cui ha abbandonato la presidenza, prende le distanze. Ad aiutarlo nell'impresa è la Kuma Academy, privata anche lei: e le prime esercitazioni ci sono perfino già state, lo scorso 2 ottobre. Il governo di Taipei per ora respinge la collaborazione. Ma Chui-Cheng Chiu, numero due del Consiglio per gli Affari continentali di Taiwan, a una nostra domanda diretta risponde che "in questa battaglia, è benvenuto l'aiuto di tutti, cittadini e imprenditori. Siamo la prima linea del confronto tra autoritarismo e democrazia. Un esempio per l'Asia Orientale e per chi vive in Cina: possiamo influenzarli e incoraggiarli a cercare una vita migliore".

 

La guerra alla disinformazione

Parte dell'addestramento dell'Academy riguarda l'identificazione della disinformazione online, ampiamente praticata dalla Cina divulgando fake news attraverso l'app Line, usata dal 90 per cento dei giovani taiwanesi. "L'Ucraina ci insegna che la guerra è gara di volontà" dice Ho Cheng-hui, fondatore di Kuma: "Il conflitto armato è solo una delle tante forme di guerra moderna". Lo sa bene Audrey Tang, primo politico trans - o meglio "non binaria" ("usate il pronome che preferite", dice) - di Taiwan. Già ministra per l'innovazione tecnologica durante l'emergenza Covid (quando se l'è cavata benissimo con programmi di tracciamento e app per trovare mascherine) oggi guida il neonato Ministero degli Affari Digitali con competenza pure su telecomunicazioni e cybersicurezza. Il suo approccio all'insegna della trasparenza, ce lo racconta in modo informale, proprio come l'abito a giacca nero sopra la t-shirt con codice a barre che indossa: "Pechino vuol minare la fiducia della gente attraverso la disinformazione. E noi non censuriamo nulla: ma rispondiamo attraverso una piattaforma digitale dove fact-checker e cittadini li smentiscono in tempo reale. Incoraggiamo l'umorismo, possibilmente sotto forma di meme, in modo che pure le correzioni delle falsità diventino virali. E mettiamo online tutto ciò che facciamo, affinché la gente impari a fidarsi di noi". Per reagire ai cyberattacchi, invece, "stiamo per lanciare satelliti che ci permetteranno di non restare isolati se fenomeni naturali o atti intenzionali tranceranno i nostri cavi internet sottomarini".

La presidente Tsai Ing-wen durante le celebrazioni della festa nazionale taiwanese il 10 ottobre 2022 (Foto EPA/DANIEL CENG SHOU YI) (ansa)

Fra la folla schiamazzante di ragazzi che affollano l'Under Costruction, il cocktail bar celato dalla vetrina di un ferramenta su Zhuangjing Rd, uno dei tanti speakeasy ispirati al proibizionismo americano che vanno di moda a Taipei, nel centralissimo Xinyi District, proprio sotto quel "101" a forma di bambù che è il quinto grattacielo più alto del mondo, nessuno, però, vuol parlare di guerra. Te lo dice chiaro Jude Tang, 21 anni, studente di medicina: "Dobbiamo ancora liberarci dal Covid, perché andare in ansia per un pericolo solo teorico? Se chiedi alla gente dell'invasione ti guarderà come un alieno. Non siamo in Israele dove la paranoia per la sicurezza permea l'intera società. Qui abbiamo altri obiettivi: come fare dell'inglese la nostra seconda lingua entro il 2030". Come spiegare dunque l'aumento delle richieste di passaporto, triplicatesi a settembre? "Vivere qui è piacevole, ma ormai impossibile" risponde Paula Lee, studentessa di scienze politiche, mentre sfoglia i suoi testi d'esame fra gli scaffali di Eslite, la libreria aperta tutta la notte: "I prezzi delle case sono fuori controllo. E con la scusa della minaccia cinese ci chiedono di lavorare tre volte più del normale. Non c'è tempo per nulla: né per la famiglia, figuriamoci per una relazione amorosa...".

A lanciare l'allarme sullo scollamento fra governo e società è Paul Huang della Taiwanese Public Opinion Foundation, no-profit con sede a Washington, che in un sondaggio di marzo ha notato che il 78 per cento dei taiwanesi non crede alla capacità di difesa dell'isola. Per Huang il Congresso Usa, concentrato sulla spedizione di armi, rischia di sprecare i suoi soldi se Taipei non riuscirà a coinvolgere di più i cittadini. Partendo proprio dai giovani: a parole i più restii verso la possibile riunificazione, convinti che bisogna resistere a ogni costo. Ma nei fatti, poco desiderosi di imbracciare il fucile, perfino il tempo di un'esercitazione. Contrari al possibile reintegro della leva obbligatoria nel 56 per cento dei casi. L'esercito fatica pure a tenere in riga i volontari. Fra 2019 e 2021, ben 8mila hanno reciso in anticipo il contratto di 4 anni preferendo pagare una multa. "Per frenarne la fuga" dice al magazine americano Roll Call l'ex generale taiwanese Chang Yan-ting "l'addestramento è stato reso più facile e leggero. Ma questo ha solo provocato incidenti che non fanno bene alla reputazione dell'esercito". In realtà è almeno un decennio che Taiwan ha smesso di dare fiducia ai suoi giovani, coniando per i nati negli anni '90-'2000 un termine sociologico dispregiativo: "Strawberry generation". Perché come le fragole coltivate in serre - al sicuro - si "ammaccano facilmente": non reggono la pressione sociale e non vogliono lavorare sodo come i loro genitori. I ragazzi, in realtà non ci stanno: e già in passato hanno ribaltato quella definizione, chiamando "fragole selvagge" uno dei loro movimenti di protesta. Ma di scendere in piazza contro Pechino, per ora, non se ne parla: "Sappiamo cosa è successo ad Hong Kong. Sosteniamo la lotta dei nostri coetanei ma non vogliamo finire come loro", alza le spalle Lee. 

 

L'incognita

Non si tratta di sfumature. Come buona parte del mondo, anche la pur vibrante società taiwanese è tormentata dalla polarizzazione politica. Tanto più che è una democrazia giovane, approdata a libere elezioni solo nel 1996. I fatti recenti, certo, stanno dando una spinta alla formazione di un'identità taiwanese (oggi si dice tale il 63 per cento dei cittadini: contro il 2,7 che si sente cinese e il 31 che si riconosce in entrambe). Ma retaggi culturali del passato, non spianano la strada alle riforme della presidente Tsai Ing-wen: crollata, per dire, nei sondaggi dopo la legalizzazione del matrimonio gay nel 2019, primo stato asiatico a compiere un tale passo. Solo mostrando i muscoli a Pechino ha vinto, e di misura, il secondo mandato nel 2020. Ma le prossime elezioni rischiano di essere un'incognita. La disinformazione del Dragone batte proprio sui cambiamenti sociali e culturali: insinuando che sono foraggiate da potenze straniere come Stati Uniti e Giappone, per i loro interessi economici. Proprio su questo gioca il Kmt, oggi gradito solo al 15 per cento degli elettori, è vero, rispetto al 30,2 che si riconosce nel Dpp. Certo, il vecchio partito nazionalista ha vinto l'ultima volta le presidenziali nel 2012 ed è in crisi d'identità. Pro-riunificazione negli anni '90, attratto dalla possibilità di fare affari economici con la terraferma, quando nel 2014 tentò di spingere un patto commerciale con la Cina fu fermato dalla nascita del "movimento dei girasoli": la protesta degli studenti che aprì la strada alla vittoria del Dpp due anni dopo. Hanno dunque capito che per risalire devono adottare politiche meno accomodanti con la Cina. Nel 2020 hanno perso di misura, e ora, concentrati sul bastonare l'amministrazione attuale per la sua presunta "inefficienza", potrebbero guadagnare seggi già alle amministrative del prossimo 26 novembre. "Questo potrebbe condurre a una eventuale vittoria del Kmt alle presidenziali 2024, facendo il gioco del Dragone" ci dice off the record un diplomatico europeo che vive sull'isola: "Se il Kmt tornasse al potere, a Taiwan potrebbe instaurarsi un governo filo-cinese simile a quello di Carrie Lam ad Hong Kong. E Pechino non avrebbe più bisogno di invadere".

 

La strategia del Dragone

PECHINO Due mesi di relativa calma. Intervallati, certo, dall'immancabile armamentario retorico. Ma dopo la visita ai primi di agosto della speaker della Camera Usa Nancy Pelosi a Taipei e la risposta muscolare dell'Esercito di liberazione popolare dei giorni successivi, Pechino ha intenzionalmente tenuto bassa l'attenzione attorno alle acque della vecchia Formosa, anche se i pattugliamenti non sono diminuiti. Al ventesimo Congresso del Partito comunista cinese che si sta per aprire e che darà a Xi Jinping uno storico terzo mandato, "il problema" dell'isola ribelle che la Cina vuole controllare sarà uno di quelli che verranno scrutati più attentamente: da entrambe le sponde dello Stretto e dal resto del mondo.

Pelosi a Taiwan, Cina: "Azione provocatoria, Usa pagheranno un prezzo"

Linee guida Pechino le aveva elencate quest'estate, appena concluso lo show delle esercitazioni agostane post-Pelosi, pubblicando il Libro bianco sulla questione Taiwan: il terzo in totale e il primo dell'era Xi. Enfasi sulla "riunificazione pacifica", anche se non si esclude il ricorso futuro alla forza ("ci riserviamo di prendere tutte le misure necessarie contro le interferenze esterne e le attività separatiste"), e sulla bontà della formula "Un Paese, due sistemi": la stessa applicata ad Hong Kong, la stessa che a Taipei, invece, nessuno vuole. Significativo, però, che a differenza dei due precedenti testi, mancasse uno dei passaggi più delicati: quello in cui Pechino garantiva che non avrebbe inviato truppe o personale amministrativo a "riunificazione" raggiunta.

"La questione di Taiwan è emersa come risultato della debolezza e del caos della nostra nazione e sarà risolta quando il ringiovanimento della nazione diventerà una realtà". Ringiovanimento: uno degli slogan preferiti dal presidente cinese. Nella Nuova Era inaugurata dal leader la riunificazione è questione centrale. Da anni lo va ripetendo. "L'indipendenza di Taiwan va contro la Storia". Controllarla ha un significato politico e retorico non da poco: significherebbe mettere fine formalmente alla guerra civile lasciata in sospeso dal 1949, da quando cioè i nazionalisti di Chiang Kai-shek si rifugiarono sull'isola dopo essere stati sconfitti dai comunisti. Ma Taiwan ha soprattutto una posizione geostrategica - la costa cinese da una parte e lo stretto che la separa dalle Filippine dall'altra: lì insomma dove si scontrano gli interessi (politici ed economici) di Pechino, Washington e pure di Tokyo. La Cina rivendica il controllo sulla quasi totalità (l'80%) del Mar Cinese meridionale ricco di pescato, giacimenti petroliferi (11 miliardi di barili di petrolio e 190 trilioni di piedi cubi di gas naturale) e soprattutto importante snodo dei flussi commerciali marittimi del Dragone: qui si muove un quinto dei traffici mondiali. Perciò continua a sostenere le proprie rivendicazioni all'interno della cosiddetta linea dei nove punti che va dalle isole Spratly alle Paracelso, contendendosi questo tratto di mare con Filippine, Malaysia, Brunei, Vietnam e, appunto, Taiwan.

Molti negli Usa sono convinti che l'ora X scatterà entro il 2027, anno nel quale Xi finirà il suo terzo mandato. Altri parlano del 2024. Segnali di un'imminente invasione, però, non se ne vedono. Ridurre le strategie cinesi a invasione sì/invasione no è però sbagliato: una eccessiva semplificazione. Certo, la componente militare è sempre presente nei piani di Pechino ma ce ne sono altre: economiche, legali e diplomatiche. "Soprattutto - scrive John Culver, 35 anni passati alla Cia e oggi senior fellow all'Atlantic Council - la Cina ha molte opzioni per aumentare la pressione su Taiwan, comprese quelle militari che non prevedono l'invasione: campagne limitate per impadronirsi delle isole taiwanesi al largo delle coste cinesi, blocco dei porti di Taiwan e quarantena economica per fermare il commercio dell'isola. Le opzioni minori probabilmente non potrebbero costringere Taiwan alla capitolazione, ma potrebbero isolarla ulteriormente dal punto di vista economico e politico nel tentativo di aumentare la pressione sul governo di Taipei e indurlo ad avviare negoziati a condizioni favorevoli a Pechino". Infine, sostiene, "se la Cina avesse effettivamente deciso di entrare in guerra con Taiwan - e, stando alle recenti gaffe del presidente Joe Biden, con gli Stati Uniti - nell'immediato futuro, alcuni segnali di preparazione sarebbero evidenti già ora. E invece non ci sono. Anche se Xi fosse tentato di lanciare una campagna rapida, la disastrosa invasione dell'Ucraina da parte della Russia ha probabilmente indotto Pechino a una maggiore cautela".

Molto dipenderà da cosa succederà alle elezioni americane e a quelle taiwanesi nel 2024. "Se alla Casa Bianca si rafforzerà il concetto dell'indipendenza di Taiwan, allora aspettiamoci grossissimi problemi. Se invece si cercherà di mantenere lo status quo, Pechino non si azzarderà a fare mosse spropositate. Quello che rimarrà, da parte cinese, è la costante pressione sull'isola", ci dice Kerry Brown, ex diplomatico britannico qui a Pechino e oggi direttore del Lau China Institute del King's College di Londra.

"Ora hanno paura. Visti i problemi interni, l'ultima cosa a cui pensano è la guerra, nonostante la retorica", confidano a Repubblica alcuni diplomatici occidentali qui nella capitale cinese. "Usa e Cina potrebbero arrivare alla guerra guerreggiata. Ma tutte e due stanno facendo il possibile per non arrivarci. Il deterrente nucleare è forte. E i cinesi sanno bene che un attacco a Taiwan scatenerebbe una guerra mondiale in cui verrebbero sconfitti".