Attacco a Kiev: centrali nel mirino per ridurre l’Ucraina al buio e al gelo
dal nostro inviato Daniele Raineri , dal nostro inviato Daniele RaineriKIEV - Il drone iraniano Shahed 136 fa un rumore di motoretta tirata al massimo quando vola anche per tre, quattro ore verso le grandi città ucraine. Quando arriva sopra al bersaglio però il motore ha un vuoto, scende di giri all’improvviso perché non serve più, il volo s’interrompe, lo Shahed precipita e quando tocca terra esplode. “Tutti e tre nella stessa via. Uno è caduto vicino alla centrale elettrica, uno contro quell’edificio grigio e il terzo contro un palazzo residenziale abitato, che è mezzo crollato” – dicono a Repubblica i poliziotti che hanno tentato all’ultimo minuto di abbattere un drone a raffiche di fucili automatici ma non ci sono riusciti (in pratica vuol dire: farlo esplodere sopra le loro teste invece che contro una facciata).
I primi due droni sono arrivati su Kiev tra le sei e mezza del mattino e le sette, quando il coprifuoco era finito e la gente era già in st…
KIEV - Il drone iraniano Shahed 136 fa un rumore di motoretta tirata al massimo quando vola anche per tre, quattro ore verso le grandi città ucraine. Quando arriva sopra al bersaglio però il motore ha un vuoto, scende di giri all’improvviso perché non serve più, il volo s’interrompe, lo Shahed precipita e quando tocca terra esplode. “Tutti e tre nella stessa via. Uno è caduto vicino alla centrale elettrica, uno contro quell’edificio grigio e il terzo contro un palazzo residenziale abitato, che è mezzo crollato” – dicono a Repubblica i poliziotti che hanno tentato all’ultimo minuto di abbattere un drone a raffiche di fucili automatici ma non ci sono riusciti (in pratica vuol dire: farlo esplodere sopra le loro teste invece che contro una facciata).
I primi due droni sono arrivati su Kiev tra le sei e mezza del mattino e le sette, quando il coprifuoco era finito e la gente era già in strada. Il terzo è arrivato un’ora dopo, quando l’allarme sembrava finito. Facevano parte di uno sciame di quarantatré droni iraniani lanciato domenica notte dalle basi russe nel sud occupato del paese. Gli Shahed hanno una sagoma troppo piccola per essere inquadrati bene dai missili terra aria e sono abbastanza cocciuti da resistere alle interferenze elettroniche – se perdono la connessione proseguono in linea retta e quando la riacquistano tornano verso il bersaglio. Il comando dell’Aeronautica ucraino dice di averne abbattuti trentasette, ma i sopravvissuti sono sempre troppi. Se non riescono a colpire il bersaglio cadono fra i palazzi e terrorizzano la popolazione: in ogni caso è una vittoria per i russi, che li comprano a migliaia dall’Iran– a ventimila dollari l’uno, ma l’Iran nega tutto –, li ridipingono e li lanciano contro le città.
“Si tratta di un piano per far soffrire la popolazione e ammorbidire i politici fino a farli arrivare alla capitolazione”, dice Volodymyr Omelchenko, direttore del settore Energia del Centro Razumkov, un think tank di analisti nella capitale. “Ci sono alcuni fattori che per ora ci salvano. L’Ucraina ha sempre prodotto il doppio dell’energia di quella che effettivamente ci serve, al punto che la vendiamo ad altri paesi europei – anzi la vendevamo, dopo i bombardamenti di questa settimana non possiamo più permettercelo. Inoltre ora che siamo in guerra il nostro bisogno di energia è calato del trenta per cento, perché molti ucraini sono all’estero e molte industrie si sono fermate”, spiega a Repubblica. “La nostra rete è stata costruita con molti collegamenti e molti snodi e questo vuol dire che resiste meglio alle bombe.
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