Haiti, l'Onu valuta l'invio di una forza militare contro le gang. Ma la popolazione è contraria
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoRIO DE JANEIRO – Haiti sprofonda nell’inferno. Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha chiesto al Consiglio di sicurezza di accogliere la richiesta del premier transitorio Ariel Henry di inviare sull’isola una “forza militare” per ristabilire un minimo di ordine e consentire agli abitanti di riprendere a vivere. La risoluzione chiede “un’azione armata” di una forza multinazionale per spezzare la “situazione da incubo” che sta vivendo la popolazione.
Perché non andranno i caschi blu
Esclusi i caschi blu dell’Onu. In 10 anni di missione speciale hanno combinato più guai che portato aiuti. Non hanno alleviato le sofferenze di quest…
RIO DE JANEIRO – Haiti sprofonda nell’inferno. Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha chiesto al Consiglio di sicurezza di accogliere la richiesta del premier transitorio Ariel Henry di inviare sull’isola una “forza militare” per ristabilire un minimo di ordine e consentire agli abitanti di riprendere a vivere. La risoluzione chiede “un’azione armata” di una forza multinazionale per spezzare la “situazione da incubo” che sta vivendo la popolazione.
Perché non andranno i caschi blu
Esclusi i caschi blu dell’Onu. In 10 anni di missione speciale hanno combinato più guai che portato aiuti. Non hanno alleviato le sofferenze di questo popolo di ex schiavi colpito da fame, violenze, terremoti devastanti e alla fine anche da una epidemia di colera, creata dai soldati nepalesi del contingente di pace, con 10mila morti. Si pensa a un contingente militare di alcuni Paesi. Forse Usa e Messico, ma anche Brasile. Per il momento Stati Uniti e Canada hanno inviato dei mezzi blindati, armi e protezioni personali per sostenere la polizia. Si tratta di materiale ordinato dal governo di Haiti.
È solo un primo contributo. Servono istruttori, addetti alla logistica, gruppi di sicurezza da affiancare alle forze dell’ordine. Contingenti militari. Ma la presenza di truppe straniere non è gradita dalla maggioranza degli haitiani. La richiesta di un intervento esterno da parte del premier è stata subito contestata dalla popolazione e dai grandi “coutumier”, le storiche famiglie di commercianti che reggono le fila del potere sull’isola.
Senza elezioni
La battaglia politica in corso ad Haiti è in pieno svolgimento. Ariel Henry, diventato primo ministro dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moïses, non gode la fiducia della maggioranza della gente. La sua nomina è stata contestata e il suo ruolo è transitorio. Le istituzioni sono impantanate in un processo che prevede delle elezioni, la formazione di un Parlamento, la nomina di un presidente che a sua volta indica un premier. Previste nel settembre del 2021, le elezioni sono state rinviate senza una data. Senza queste si ferma il resto. Haiti vuole uscire da sola dalla crisi. Ma ha bisogno di sostegno. “L’unica maniera”, suggeriva Guterres, “è rafforzare la polizia con nuovi equipaggiamenti. Ma data l’attuale circostanza è chiaro che bisogna anche liberare il porto e consentire la creazione di un corridoio umanitario”.
La gang G9
Il G9, una vera holding di nove bande guidate dall’ex agente di polizia Jimmy “Barbecue” Chérizier, da due mesi controlla armi in pugno il terminal di Varreux, nello slum di Cité Soleil, a sud della capitale Port-au-Prince. La popolazione è allo stremo. Perché con il blocco di questo snodo strategico per la piccola economia dell’isola si mette a rischio anche la sopravvivenza di due milioni di abitanti. Qui arrivano gli aiuti di cibo e medicine, qui sorgono i depositi di carburante. La potente gang ricatta l’intera Haiti impedendo la distribuzione di 10 milioni di galloni di benzina e di altri 800mila di cherosene. Senza carburante si spengono le centrali dell’elettricità e con loro anche tutta l’attività commerciale e produttiva. Niente luce per le banche, gli uffici, i palazzi amministrativi, gli ospedali, le scuole, i centri di assistenza e di rifugio, i negozi grandi e piccoli, le case. Si spegne la vita.
Un effetto a catena: senza corrente si fermano le pompe che distribuiscono l’acqua nel sistema idrico della città. Senza acqua potabile ti disseti con quella che sgorga dal sottosuolo, ti lavi con quella putrida delle fogne, ti becchi il colera. Sono già scoppiati i primi focolai. Ieri, lunedì 17 ottobre, si contavano 72 casi conclamati, 199 sospetti, 36 morti. Il 30,9 per cento in più in sole 24 ore. La maggioranza sono bambini sotto i cinque anni. I più indifesi.
I dannati di Cité Soleil
Cité Soleil, il quartiere dei dannati, sembra un grande campo di concentramento. Nessuno si azzarda a uscire per strada. Chi è costretto a farlo per comprare qualcosa da mangiare rischia di essere falciato dalle raffiche dei miliziani che hanno ordine di sparare su tutto ciò che si muove. Anzi, spesso per ribadire chi comanda, pattuglie di questi criminali girano a bordo di auto e pickup esplodendo raffiche di armi automatiche contro le case e i gruppi che si fanno coraggio e cercano scampo strusciando lungo i muri. La polizia è impotente. Gli agenti guadagnano una miseria, 100 dollari al mese, e sono il bersaglio preferito delle gang. Facile farsi corrompere e magari passare dall’altra parte della barricata. Ma c’è anche la popolazione, esasperata, che si ribella con proteste improvvise, incendi, barricate, assalti a negozi, ai presidi sanitari, agli uffici amministrativi e istituzionali. Ci sono stati 16 morti negli ultimi giorni.
400 Mawozo e le altre gang
La fame spinge a tutto. Si arraffa quello che si trova: si ruba, si colpisce, si rapisce e si ricatta. Tutti contro tutti. Prevalgono i più forti, gli altri soccombono. Non si salva nessuno. Il G9 ha in mano la fetta più preziosa del malloppo. Ma ci sono anche i 400 Mawozo, altra gang che controlla il territorio più vasto, l’incrocio dove tutti devono passare se vai dall’altra parte dell’isola, nella Repubblica Dominicana. C’è un posto di blocco chiamato a Haiti la “pesca miracolosa”: se ci finisci dentro vieni rapito. Come i 17 missionari nordamericani tenuti in ostaggio per due mesi e liberati in cambio di un milione di dollari a testa. L’accesso a sud di Port-au-Prince è controllato dal 5 Segoon (5 secondi in creolo), che si dedica ai sequestri-lampo; il Chen Mecan al pizzo; il Gran Ravinn al traffico d’arni e droga; il G-Pép ha in mano gli appalti pubblici.
La risoluzione dell’Onu dovrebbe essere votata in queste ore. Ma c’è l’opposizione di Russia e Cina che minacciano di porre il veto. “Inviare truppe straniere non è una soluzione”, sostiene Pechino, “gli abitanti sono stati chiari: la vedrebbero come una ingerenza. Ma anche le sanzioni finiscono per colpire gli abitanti più che chi li tiene prigionieri”. Mosca si allinea. Haiti e il suo inferno diventano il nuovo baratto per le sanzioni scattate con l’invasione dell’Ucraina.