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L’intelligence in cassaforte: Meloni si tiene la delega per tranquillizzare gli alleati

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Le nomine ai vertici dei Servizi. Conferme in arrivo per Caravelli, Parente e Belloni. Copasir al Pd, in corsa Borghi e Guerini
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C'è un campo nel quale Giorgia Meloni sarà chiamata a dare subito una risposta alle parole di Silvio Berlusconi: la scelta delle donne e degli uomini a cui affidare la sicurezza nazionale. Un terreno in cui la leader di Fratelli d'Italia sa di giocarsi la credibilità internazionale sul fianco occidentale, tutta ancora da costruire e minata anche dal rapporto con Matteo Salvini. Per questo ha scelto di non delegare, ma di metterci la faccia. Non indicherà un'autorità delegata: sarà lei, almeno al principio, a tenere la delega ai Servizi segreti. Una scelta che fa storcere il naso ad alcuni addetti ai lavori - per una questione di trasparenza e per il rischio di una concentrazione di potere troppo ampia - ma che ha un precedente recente importante: Giuseppe Conte. Per due anni e mezzo il leader dei 5 Stelle mantenne la prerogativa, salvo cederla a tre giorni dalla caduta definitiva. In questo caso, giustificherà la mossa con l…

C'è un campo nel quale Giorgia Meloni sarà chiamata a dare subito una risposta alle parole di Silvio Berlusconi: la scelta delle donne e degli uomini a cui affidare la sicurezza nazionale. Un terreno in cui la leader di Fratelli d'Italia sa di giocarsi la credibilità internazionale sul fianco occidentale, tutta ancora da costruire e minata anche dal rapporto con Matteo Salvini. Per questo ha scelto di non delegare, ma di metterci la faccia. Non indicherà un'autorità delegata: sarà lei, almeno al principio, a tenere la delega ai Servizi segreti. Una scelta che fa storcere il naso ad alcuni addetti ai lavori - per una questione di trasparenza e per il rischio di una concentrazione di potere troppo ampia - ma che ha un precedente recente importante: Giuseppe Conte. Per due anni e mezzo il leader dei 5 Stelle mantenne la prerogativa, salvo cederla a tre giorni dalla caduta definitiva. In questo caso, giustificherà la mossa con la necessità di affrontare con cautela questa delicata fase geopolitica.

È una sfida ad alto rischio, che è insieme equilibrismo e tentativo di sopravvivere al filoputinismo dei partner. Lo sconcerto con cui il New York Times ha commentato ieri l'audio del Cavaliere su Putin - "Cresce l'ansia per l'Italia" - è un segnale da non sottovalutare. Occorrono risposte. E la leader le cerca nei suoi uomini più fidati. Uno è Gianbattista Fazzolari, il più "atlantico" dei meloniani, destinato a seguirla a Palazzo Chigi come sottosegretario o capo di gabinetto. Un altro è Alfredo Mantovano, vicinissimo a Washington, anche lui sottosegretario alla Presidenza. Poi c'è Adolfo Urso, "ambasciatore" nelle missioni a Kiev. E Raffaele Fitto, a cui ha affidato i rapporti nell'Unione europea. Ma non basta. Pesano, in queste ore, il sostegno del Quirinale e la sponda atlantica. Preoccupati dagli alleati di Meloni, dunque obbligati a dare credito all'unico interlocutore possibile.

Giorgia Meloni non è sola anche perché per il momento dovrebbe restare immutata la compagine delle tre agenzie di sicurezza. Elisabetta Belloni resterà al Dis. Per lei si era parlato di un ritorno alla Farnesina, dove la Belloni ha costruito tutta la sua carriera, questa volta da ministro. Ma è chiaro che senza un sottosegretario di riferimento all'intelligence - ruolo ricoperto oggi dal prefetto Franco Gabrielli - il compito della Belloni diventa ancora più cruciale (dopo mesi complessi seguiti all'incidente della candidatura al Quirinale). Sarà decisiva in tema di sicurezza, ma anche di rapporti internazionali, visti l'estrazione e il curriculum. A maggio, inoltre, il governo Draghi aveva rinnovato per altri due anni gli incarichi a Mario Parente, capo dell'Aisi, l'Agenzia di sicurezza interna. E a Giovanni Caravelli, numero 1 dell'Aise, il servizio estero. Sono tutti certi che resteranno: in questi mesi il loro lavoro ha rappresentato un argine ai tentativi di influenza russa, già prima dell'invasione dell'Ucraina, come ha dimostrato l'arresto di Valter Biot, l'ufficiale della Marina scoperto a vendere informazioni classificate a funzionari dell'ambasciata e dei servizi russi. Qualcosa si potrebbe però muovere a gennaio, quando tre vice direttori arriveranno a scadenza (Carlo Massagli e Luigi Della Volpe all'Aise e Carlo De Donno all'Aisi). E poi soprattutto a maggio, quando scadrà l'incarico del comandante generale della Guardia di Finanza, Giuseppe Zafarana, che gode di grande considerazione bipartisan. E si aprirà la partita delle partecipate: le nomine all'Eni sono dal punto di vista geopolitico cruciali quanto e più di un'agenzia.

In tema di intelligence Meloni sceglie dunque la continuità. Per altre caselle, invece, dovrà scegliere. Lo sta già facendo in queste ore, con l'intenzione di dare segnali agli alleati. Determinante è il ministero della Difesa. Nonostante il ruolo di presidente dell'Aiad (la Federazione aziende italiane per l'aerospazio, la difesa e la sicurezza), Guido Crosetto è a un passo dalla nomina. Anche perché nelle interlocuzioni istituzionali, assicura chi gestisce il dossier, non è arrivata una indicazione di incompatibilità sul suo nome. A Urso verrebbe assegnato lo Sviluppo economico (che comprenderà la delega al Commercio estero).

Le scelte più delicate, però, investiranno anche una casella riservata all'opposizione: la presidenza del Copasir. È difficile che vada a Matteo Renzi, visto l'imbarazzo che potrebbe creare la vicenda saudita e l'inchiesta Open all'attenzione del Comitato. E lo stesso vale per un 5S, dopo le polemiche legate alla spedizione "Dalla Russia con amore" durante il Covid. La Presidenza, insomma, finirà al Pd. Con due nomi in campo: il ministro della Difesa Lorenzo Guerini e il membro uscente del Comitato Enrico Borghi. Entrambi offrono garanzie al fronte atlantico. Dunque, almeno per il momento, a Giorgia Meloni.