Pechino e Vaticano rinnovano l'accordo sulle nomine dei vescovi in Cina
di Iacopo Scaramuzzi , di Iacopo ScaramuzziVista da Roma, la Chiesa cattolica cinese è un bellissimo uccello in gabbia: rimuovere la gabbia oggi è impossibile, l’unica cosa che si può fare è aumentarne il volume. E’ con questo spirito che la Santa Sede ha siglato il rinnovo dello storico “accordo provvisorio” con Pechino sulle nomine dei vescovi, raggiunto da Papa Francesco nel 2018. Consapevole del contesto “complesso”, tanto più nell’era di Xi Jinping, e senza ignorare “incomprensioni e disorientamenti” che questo passo ha suscitato anche dentro la Chiesa.
Fino al 2018 coesistevano due Chiese separate: quella riconosciuta dal Governo e quella, sotterranea, legata a Roma. Inoltre, vi erano sia vescovi riconosciuti da Pechino, ma non nominati dal Papa, che vescovi “clandestini”, costretti a restrizioni e persecuzioni. Ora l’accordo, il cui testo esatto per volontà cinese rimane riservato, apre le maglie del …
Vista da Roma, la Chiesa cattolica cinese è un bellissimo uccello in gabbia: rimuovere la gabbia oggi è impossibile, l’unica cosa che si può fare è aumentarne il volume. E’ con questo spirito che la Santa Sede ha siglato il rinnovo dello storico “accordo provvisorio” con Pechino sulle nomine dei vescovi, raggiunto da Papa Francesco nel 2018. Consapevole del contesto “complesso”, tanto più nell’era di Xi Jinping, e senza ignorare “incomprensioni e disorientamenti” che questo passo ha suscitato anche dentro la Chiesa.
Fino al 2018 coesistevano due Chiese separate: quella riconosciuta dal Governo e quella, sotterranea, legata a Roma. Inoltre, vi erano sia vescovi riconosciuti da Pechino, ma non nominati dal Papa, che vescovi “clandestini”, costretti a restrizioni e persecuzioni. Ora l’accordo, il cui testo esatto per volontà cinese rimane riservato, apre le maglie del sistema. Il Papa e le autorità cinesi concordando i loro nomi: la nomina papale di un vescovo è comunicata a Pechino per l’assenso, e, viceversa, un “no” del Papa blocca una proposta cinese.
Si tratta di un compromesso, con vantaggi e svantaggi per entrambe le parti. La Santa Sede, consapevole che non si poteva andare avanti senza il controllo del Governo, ha però ottenuto un certo grado di libertà in un paese dove il cattolicesimo, per quanto minoritario in termini assoluti, cresce molto in termini relativi. Lo scisma è rientrato, tutti i cattolici cinesi sono anche formalmente fedeli a Roma, a messa viene nominato il nome del Romano Pontefice e le sue immagini, che in passato erano vietate, sono diffuse nelle chiese cinesi. Anche il Global Times, voce ufficiosa in lingua inglese di Pechino, pubblica foto di Papa Francesco con una certa frequenza. Le autorità cinesi, da parte loro, concedono al Papa un margine di manovra, ma hanno la garanzia che appartenere alla Chiesa cattolica non sia di impedimento ad essere un buon cittadino cinese. Che dietro il Vaticano, insomma, non si muova una potenza occidentale ostile.
E’ dalla presa del potere di Mao Zedong, e dalla successiva espulsione del nunzio apostolico Antonio Riberi, nel 1951, che si sono interrotte le relazioni ufficiali tra la Santa Sede e il Paese del Dragone. Già sotto Giovanni Paolo II i contatti bilaterali erano discretamente ripresi, ma poi malintesi e mancanza di comunicazione hanno fatto tornare il freddo. Il radicato anti-comunismo del Papa polacco non ha probabilmente facilitato i rapporti. Con Francesco, il primo pontefice latino-americano della storia, si è compiuto uno storico disgelo: il 22 settembre del 2018 gli uomini del Papa hanno firmato con Pechino l’accordo, riservato e tuttora “provvisorio”, per le nomine episcopali. Confermato il 22 ottobre del 2020, esso, pur senza che in Vaticano si facciano salti di gioia, viene oggi rinnovato per un ulteriore biennio.
Nel frattempo non ci sono più state ordinazioni illegittime, senza cioè il consenso papale: sono stati nominati sei vescovi nuovi e altri sei “non ufficiali” (un tempo si sarebbe detto “clandestini”), scelti cioè da Roma ma non riconosciuti da Pechino, sono stati riconosciuti dalle autorità cinesi. Rimarrebbero comunque “scoperte” circa un terzo delle 98 diocesi che ci sono in Cina.
Troppo poco, per ora, ma la parola d’ordine, per il Palazzo apostolico, è dialogo. “C’è una commissione bilaterale vaticano-cinese che sta andando bene, lentamente, perché il ritmo cinese è lento, loro hanno un’eternità per andare avanti”, ha detto Papa Francesco di ritorno dal recente viaggio in Kazakhstan: “E’ un popolo di una pazienza infinita”. Arte nella quale gli uomini del Papa non sono da meno.
Le difficoltà, di certo, non mancano, e sin dal 2018 l’accordo è stato contestato sia tra alcuni settori della Chiesa che da personalità all’esterno. Il Segretario di Stato di Donald Trump, Mike Pompeo, attaccò frontalmente il Vaticano per questo motivo. “Si è sempre percepito e affermato che il cammino è lungo, può essere faticoso, e che l’accordo stesso poteva suscitare incomprensioni e disorientamenti”, ammette il cardinale filippino Louis Antonio Tagle, pro-prefetto della congregazione per l’Evangelizzazione, nipote di nonno cinese. “La Santa Sede non ignora e non minimizza nemmeno la difformità di reazioni tra i cattolici cinesi davanti all’accordo, dove la gioia di tanti si intreccia con le perplessità di altri”, ha dichiarato all’agenzia Fides di Propaganda fide. “Ma occorre sempre 'sporcarsi le mani' con la realtà delle cose così come sono”.
E così l’annuncio di oggi era previsto eppure non scontato. A cavallo tra agosto e settembre una delegazione si era recata in Cina per discutere i dettagli. I diplomatici vaticani hanno anche potuto incontrare il vescovo novantatreenne “clandestino” di Tianjin, Melchiorre Shi Hongzhen, alle spalle 68 anni di messe e 30 di carcere, al quale hanno portato in dono una croce pettorale che gli ha inviato Papa Francesco in persona. Una decisa schiarita, insomma, con due nubi all’orizzonte.
Primo, l’arresto, a maggio, del cardinale Zen Ze-kiun, arcivescovo emerito di Hong Kong, critico indefesso (non inizialmente, in realtà) dell’accordo sino-vaticano. Dapprima accusato di intelligenza col nemico, accusa poi declassata a irregolarità fiscale e destinata prevedibilmente a risolversi nei prossimi giorni in una multa amministrativa. Volontà di repressione o eccesso di zelo poliziesco, la tensione è stata disinnescata dallo stesso Zen, che ha chiesto al Vaticano di mantenere il basso profilo, e dalla delegazione vaticana, che si è adoperata discretamente. Il tutto mentre negli stessi giorni da Roma, poco avvertitamente, il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Mueller tuonasse contro Pechino. Seconda incognita, il ventesimo Congresso del Partito comunista cinese che Xi Jinping chiude oggi. Da Roma si osserva con attenzione quali messaggi arrivano da Pechino e, in particolare, dalla composizione del nuovo politburo, per cogliere segnali di chiusura o di apertura.
Apprensioni che affiorano appena nel diplomatico linguaggio del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano e architetto dell’accordo con la Cina: Papa Francesco, ha detto a Vatican News, “ha deciso di proseguire in questo percorso non nell’illusione di trovare nelle regole umane la perfezione, ma nella concreta speranza di poter assicurare alle comunità cattoliche cinesi, anche in un contesto così complesso, la guida di pastori che siano degni e idonei al compito loro affidato”.
Sullo sfondo, a Roma c’è la consapevolezza che sui rapporti con la Cina possono pesare, e in positivo, anche variabili indipendenti esterne. La guerra russa in Ucraina sta modificando equilibri geopolitici mondiali già marcati dalla tensione tra Stati Uniti e Cina. “A Pechino ci si guarda intorno, interrogandosi a fondo sulle vere intenzioni di tutti i soggetti internazionali”, ha avuto a scrivere su Avvenire Agostino Giovagnoli, professore della Cattolica di Milano e grande esperto di Cina. “E indubbiamente la Santa Sede non fa parte del ‘partito della guerra’”.
L’accordo, ad ogni modo, è sulle nomine episcopali. Non tocca il delicatissimo tema della eventuale ripresa dei rapporti diplomatici bilaterali o dell’ipotesi di un rappresentante vaticano anche solo informale e temporaneo in Cina. E anche in materie squisitamente ecclesiali non ha ancora permesso di affrontare questioni come la riperimetrazione di diocesi stabilite nel lontano 1946. “Non ci nascondiamo le non poche difficoltà che toccano la vita concreta delle comunità cattoliche”, afferma Parolin, evocando la necessità di “nuovi passi in avanti in un rapporto di collaborazione”.
L’obiettivo della Santa Sede non è l’ottenimento di concessioni e tantomeno privilegi per la Chiesa, ma allargare la libertà di religione dei cattolici cinesi. Gli uomini del Papa sanno perfettamente che le sofferenze del passato sono ancora un ricordo vivo e, in alcune zone del paese, c’è ancora molto da fare. Sono consapevoli che si va avanti centimetro dopo centimetro. E che oggi i rapporti sono migliorati in modo inimmaginabile solo qualche anno fa. La porta è aperta e il Vaticano, che con la Cina condivide lo sguardo ampio della geografia e i tempi lunghi della storia, non mancherà di approfittarne per portare avanti il dialogo. E allargare la gabbia nella quale vive il bellissimo uccello della Chiesa cattolica cinese.