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C'è vita tra le macerie. Cartoline dall’Ucraina

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Le città liberate, quasi deserte. Gli sguardi esausti dei sopravvissuti. I mille espedienti per tirare avanti. E una speranza che rinasce
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La sacca di Kherson. Gli sbandati dell’armata russa alla ricerca di un telefono

A nord della sacca di Kherson, dove gli occupanti russi sono circondati dall’esercito ucraino. Per tutta la mattina abbiamo seguito una pattuglia nei pressi di Dudchany. All’improvviso, durante una pausa, un allarme. Controffensiva russa? Agenti, collaborazionisti, infiltrati in un villaggio? Risaliamo sui pick-up. Avanziamo attraverso la brughiera con la sua vegetazione secca e rada. Circondiamo l’obiettivo. Una per una, spalanchiamo le porte semiaperte delle case abbandonate, con la loro vernice scrostata verde e blu. No. Erano due disertori russi che volevano mettersi in contatto con il servizio telefonico “Voglio vivere” istituito dal governo ucraino per i russi disposti ad arrendersi, ma non avevano campo. Volti esausti che fanno pena. Corpi grossi e malnutriti che tremano nonostante la mitezza dell’estate prolungata. Gli ucraini rispettano le leggi di guerra…

La sacca di Kherson. Gli sbandati dell’armata russa alla ricerca di un telefono

A nord della sacca di Kherson, dove gli occupanti russi sono circondati dall’esercito ucraino. Per tutta la mattina abbiamo seguito una pattuglia nei pressi di Dudchany. All’improvviso, durante una pausa, un allarme. Controffensiva russa? Agenti, collaborazionisti, infiltrati in un villaggio? Risaliamo sui pick-up. Avanziamo attraverso la brughiera con la sua vegetazione secca e rada. Circondiamo l’obiettivo. Una per una, spalanchiamo le porte semiaperte delle case abbandonate, con la loro vernice scrostata verde e blu. No. Erano due disertori russi che volevano mettersi in contatto con il servizio telefonico “Voglio vivere” istituito dal governo ucraino per i russi disposti ad arrendersi, ma non avevano campo. Volti esausti che fanno pena. Corpi grossi e malnutriti che tremano nonostante la mitezza dell’estate prolungata. Gli ucraini rispettano le leggi di guerra.

Kherson 

Sulla strada per Lyman. Attraverso il fiume Donets, in barca col carro armato

È una guerra di ponti. Ma, di fronte a un ponte saltato, gli ucraini sono, ancora una volta, più mobili, inventivi e reattivi del nemico. Con quale prodigio tecnico il genio militare è riuscito a portare una chiatta d’acciaio in grado di sostenere il peso di un carro armato in questo fiume sperduto nelle foreste, il Donets? Quale nuovo generale Eblé, il costruttore di ponti di Napoleone in Russia, ha concepito il sistema di battelli fluviali che, attaccandosi al traghetto come ventose, lo spingono da una riva all’altra in una noria senza fine? La nostra scorta si rilassa. Ci scattiamo dei selfie, su uno sfondo di nuvole grigie e gonfie. Questa traversata della vittoria, non più scoraggiata dal suono lontano delle cannonate, li rende addirittura felici. Sanno che dall’altra parte, dopo qualche chilometro nel bosco con gli alberi crivellati di colpi, troveranno Lyman liberata. Gli uomini della pattuglia sono pensierosi. 

Lyman 

La donna di Kiev. Un materasso nella vasca dell’appartamento distrutto

Meno missili e droni iraniani rispetto all’inizio della settimana e perlopiù intercettati, ma comunque... Una donna: del suo appartamento, fatto saltare in aria come il resto del piano da un missile, non rimane che questo minuscolo e gelido bagno, sospeso nel vuoto, dove ha ammassato poche cose, una stufa, un materasso nella vasca da bagno... Dove andare? Anche il rifugio in cantina non è bloccato da un cumulo di macerie? Che senso ha scendere nella sua strada dove non si ode più il bel rumore della vita? Per trovare dell’acqua, forse. Per lavarsi. Per rinnovare le sue scorte di pane. Per il momento, abbandonata da tutti, infagottata nel suo piumino, con un berretto invernale in testa, sembra pietrificata. Presto accenderà una candela. Il suo sguardo è fisso e sembra che stia pregando. Aspetta. 

Kiev 

Presenza di pietre. Le statue di Izyum vedono tuttoe Putin le prende di mira

Non abbiamo parlato dei crimini contro le statue. Queste misteriose figure di pietra che fanno la guardia all’ingresso di Izyum, sulle alture del Kremenets, non sono solo un tesoro nazionale. Rappresentano le Baba Polovtsiane, sorta di amazzoni nomadi che mille anni fa combatterono contro i primi “Rus’” e sono il bersaglio, fin dall’epoca degli zar, del desiderio di annientare il passato ucraino. Gli artiglieri di Putin non hanno sbagliato: ne hanno distrutto una e mutilato le altre. Nemmeno i nostri compagni di viaggio, dopo averci portato nel cuore della foresta dove erano stati sepolti di nascosto 440 civili, hanno voluto immischiarsi con queste figure sacre. Le statue sanno tutto. Le statue hanno visto di tutto. Izyum è la Bucha dell’Est, ma è anche uno dei luoghi in cui batte il cuore storico dell’Ucraina. 

 

Ti piace il borscht? La cucina sul marciapiede tra le macierie di Kupiansk

Kupiansk, a 120 chilometri da Kharkiv, verso est, nel profondo del Donbass, è stata appena liberata. Combattimenti feroci. Città vuota. Questi viali sono troppo ampi per una città che, prima della guerra, non contava più di 25.000 abitanti e che la ferocia dei russi, distruggendo tutto nella loro ritirata, ha reso ancora più spettrale. E, di tanto in tanto, una babushka che, come lei, Ivana, è stata sepolta per sette mesi e stamattina vede per la prima volta la luce del giorno. Niente gas. Non c’è elettricità. Solo dei tronchi d’albero che il marito fa a pezzi con l’ascia per ricavarne dei ciocchi da ardere. E un sacchetto di pomodori, conditi con kvas di barbabietola, che mescola sul suo marciapiede. Ci insegna a non confondere il borscht ucraino con quello russo. Si impegna, questa donna combattiva. Si dà da fare. Ma ha l’aria assente di chi non ha più voglia né di vivere, né di morire. 

Kupiansk 

Chi ha sparato a Zaporizhzhia? Da questa radura senz’armi nessuno minaccia la centrale 

La centrale nucleare di Zaporizhzhia è lì, di fronte a noi, con le sue cupole che si innalzano verso il cielo e proteggono i reattori. Anche i russi sono lì, sull’altra sponda del Dnipro, visibili con un binocolo e, immagino, viceversa. Al di qua del fiume e tra gli alberi, un tratto di questi “border controls” che non si sono fatti scappare l’occasione di farci accedere a zone in linea di principio vietate. Rifugi. Un fortino ricoperto di terra. Un cannone a corto raggio per impedire uno sbarco. Cerco. Chiedo. Sui 10 chilometri di questa linea del fronte, dove la minima scintilla provocherebbe una nuova Chernobyl, non c’è l’ombra di un’arma in grado, come sostiene la propaganda russa, di minacciare l’altra riva. Sicura di sé e della grandezza della sua lotta, parsimoniosa con le sue forze, al suo ritmo, l’Ucraina si avvicina alla vittoria.

Zaporizhzhia