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Perù, il mistero della neonata sparita nel nulla

Il presidente peruviano Pedro Castillo (afp)
Una giovane denuncia la scomparsa della sua bambina subito dopo il parto. Le autorità indagano, poi negano che la donna sia mai stata incinta. Ma il caso riaccende i riflettori sulla piaga del traffico di donne e bambini. Le vittime sono migliaia
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LIMA - C’è una giovane donna che dice di aver partorito, ma di aver perso le tracce della sua bambina. Si chiama Gabriella Sevilla, ha 30 anni ed era al nono mese di gravidanza. Mercoledì si accorge che qualcosa non va, teme una emorragia, crede che si siano rotte le acque e vola in ospedale. Prende un taxi con una delle tante app sorte dopo la pandemia in Perú. Ma non arriverà mai a destinazione, dove la attendono i genitori.

Scatta l'allarme, che si allarga ai social e alla radio. L’intera Lima si mette alla ricerca della ragazza e della sua piccola, che aveva deciso di chiamare Martina, ma nessuno è in grado di dire che fine abbiano fatto. Il caso diventa un dramma, con il web che si mobilita come poche altre volte. Solo 36 ore dopo, tra appelli disperati e battute collettive in ogni angolo della capitale, Gabriella riappare. A casa di alcuni suoi parenti che abitano dalla parte opposta della città.

Ci è arrivata a …

LIMA - C’è una giovane donna che dice di aver partorito, ma di aver perso le tracce della sua bambina. Si chiama Gabriella Sevilla, ha 30 anni ed era al nono mese di gravidanza. Mercoledì si accorge che qualcosa non va, teme una emorragia, crede che si siano rotte le acque e vola in ospedale. Prende un taxi con una delle tante app sorte dopo la pandemia in Perú. Ma non arriverà mai a destinazione, dove la attendono i genitori.

Scatta l'allarme, che si allarga ai social e alla radio. L’intera Lima si mette alla ricerca della ragazza e della sua piccola, che aveva deciso di chiamare Martina, ma nessuno è in grado di dire che fine abbiano fatto. Il caso diventa un dramma, con il web che si mobilita come poche altre volte. Solo 36 ore dopo, tra appelli disperati e battute collettive in ogni angolo della capitale, Gabriella riappare. A casa di alcuni suoi parenti che abitano dalla parte opposta della città.

Ci è arrivata a piedi, barcollando, stravolta. Dice di essere stata drogata, ricorda solo che si è svegliata per terra, che probabilmente era svenuta, che c’erano due uomini che l’hanno aiutata a partorire, che la bambina è nata, ma non ha pianto e che quegli stessi uomini hanno minacciato lei e la sua famiglia se avesse raccontato cos'era successo. E che se avesse tenuto la bocca chiusa le avrebbero dato la sua piccola. Gabriella resta tappata a casa dei suoi parenti, che a loro volta avvertono i genitori. I quali la prendono e la portano nell’ospedale militare dove il padre, ex colonnello dell’esercito, ha suoi contatti. La ragazza viene visitata, ma il referto delle analisi resta secretato.

I media si scatenano, la gente si incolla alla tv e segue l’assedio della stampa attorno alla casa dove si è rifugiata Gabriella. Lei cerca di rispondere alle domande. Perché fornisce una versione confusa, non sa dire come sia arrivata in quel posto, chi l’avesse aiutata a partorire, dove fosse finita la sua bambina, se subito dopo il parto fosse viva o morta. Il clamore arriva alla presidenza della Repubblica. Pedro Castillo sta vivendo giornate di fuoco, è nel mirino della giustizia, la Procuratrice nazionale lo accusa di essere a capo di un’organizzazione criminale che si spartisce le mazzette degli appalti pubblici. Il Congresso sta raccogliendo le firme per avviare il terzo processo di impeachment. La capa del pool investigativo ha pronte 36 richieste di ordini di cattura per altrettanti amministratori pubblici, imprenditori ed esponenti politici.

Interviene il ministro degli Interni Willy Huerta. Arriva di persona, con il corteo della scorta, all’ospedale militare. E’ circondato dai soldati e dagli agenti della polizia. Dichiara ai microfoni: “Gabriella Sevilla non era incinta. Non c’è stato alcun parto, nessuna gravidanza”. I giornalisti restano basiti. Girano sul web le foto della ragazza con il pancione, quelle della festa con le amiche a cui ha annunciato l’arrivo della piccola Martina. Come è possibile? Come può un ministro degli Interni, dire una cosa simile? Si pensa subito a un tentativo di nascondere la realtà, di coprire l’imbarazzo su un capitolo vergognoso e insieme drammatico più volte denunciato in Perú: la scomparsa di migliaia di donne e di neonati. Il web si divide: c’è chi dice che è una messinscena organizzata per distrarre l’opinione pubblica dalla gravissima crisi politica e istituzionale che vive il paese; e c’è chi invece assicura che si vuole evitare di aprire il vaso di Pandora del traffico di donne e di neonati. Per il mercato delle adozioni, per quello del sesso, per il commercio clandestino di organi.

Interviene anche la ministra delle Donne, Gloria Montenegro. “Il caso esiste. La ragazza dice che era incinta e che ha partorito. Bisogna andare fino in fondo”, aggiunge, “sappiamo bene quanto sia esteso e inquietante il numero delle vittime sparite e mai più ritrovate”. Indica anche le cifre. Impressionanti. Solo in questo 2022 sono sparite 7.762 donne. Il 30 per cento in più dell’anno scorso. Il ministro degli Interni è impassibile. Conferma la sua tesi: “Nesssuna gravidanza, me lo hanno detto i medici che hanno visitato la ragazza”. La magistratura apre un’inchiesta. Il pm incaricato resta sul vago. Aspetta il responso dei sanitari. Il padre e la madre di Gabriella confermano che la figlia era incinta, che l’avevano seguita e sostenuta fino alla settimana scorsa. “Vogliamo ritrovare Martina”. C’è disagio e imbarazzo nelle loro voci. Ma sembrano decisi.

Tutti adesso cercano la neonata. Scatta il divieto di espatrio per qualsiasi bambino fino ai 7 anni. Passano la frontiera solo quelli accompagnati da parenti diretti.

Passano 24 ore ed emerge una nuova "verità". Il pm ha convocato Gabriella, i suoi parenti e altri testimoni negli uffici della sezione speciale di polizia dedicata alle donne scomparse. Ma lei non si presenta. Parla invece di nuovo la ministra delle Donne. Dichiara che non ci sono versioni opposte tra lei e il collega degli Interni. “Nessun contrasto”, commenta. “Il caso è nelle mani della magistratura, stanno valutando se denunciare la ragazza per procurato allarme sociale. Ma bisogna avere pazienza con Gabriella, è un caso delicato, in questo momento bisogna provare empatia per lei”.

Una mitomane? Gabriella si è inventata tutto? E le foto del pancione, i battiti del cuoricino di Martina registrati dall'ecografia? E il padre, il ragazzo che l’ha messa incinta, che fine ha fatto? La ministra sorride ma resta in silenzio. Se ne va mentre i giornalisti insistono con altre domande che restano senza risposta. Il caso si sgonfia, l'attenzione inizia a calare. Ma restano i dubbi, perché qualcosa dev'essere accaduto. Tanto allarme e tanta mobilitazione popolare non sono casuali. La tratta delle donne e dei bambini è una drammatica realtà in Perú. Se i social hanno dimostrato tanta sensibilità, non è per curiosità pruriginosa. Gabriella Sevilla non è ammalata. E’ spaventata, terrorizzata. Non per il clamore che ha suscitato. Per il silenzio che le ha imposto chi l’ha minacciata. Martina non si cerca più. Forse non è mai esistita. Resta il giallo su una tragedia molto più vasta, che nessuno ha interesse ad affrontare. Per inerzia, complicità o opportunismo.