Yemen, finita la tregua gli Houthi attaccano i terminali petroliferi
di Laura Silvia Battaglia , di Laura Silvia BattagliaSana'a - Se qualcuno avesse avuto un solo dubbio, da oggi può ritirare ogni perplessità. La guerra in Yemen continua e la tregua tra le parti in conflitto – il governo di Aden sostenuto dai sauditi e il Nord delle milizie Houthi, filo-iraniano - dopo sei mesi, è definitivamente rotta.
Attacchi sui terminali petroliferi
Due porti yemeniti sono stati attaccati con droni lanciati dai ribelli sciiti del Nord, gli Houthi, per impedire l’esportazione petrolifera da parte del governo insediato ad Aden. I due porti colpiti sono nelle provincie di Shabwa e dell’Hadramout, sull’Oceano Indiano (Golfo di Aden e Mare Arabico). Si tratta di una minaccia di cui si conosceva il rischio dai primi di ottobre, quando il portavoce militare degli Houthi Yahiaa Saree, dopo avere elencato le ragioni per cui non era possibile accettare la tregua, allertava alle compagnie petrolifere presenti in Yemen di bloccare l’attività estrattiva entro domen…
Sana'a - Se qualcuno avesse avuto un solo dubbio, da oggi può ritirare ogni perplessità. La guerra in Yemen continua e la tregua tra le parti in conflitto – il governo di Aden sostenuto dai sauditi e il Nord delle milizie Houthi, filo-iraniano - dopo sei mesi, è definitivamente rotta.
Attacchi sui terminali petroliferi
Due porti yemeniti sono stati attaccati con droni lanciati dai ribelli sciiti del Nord, gli Houthi, per impedire l’esportazione petrolifera da parte del governo insediato ad Aden. I due porti colpiti sono nelle provincie di Shabwa e dell’Hadramout, sull’Oceano Indiano (Golfo di Aden e Mare Arabico). Si tratta di una minaccia di cui si conosceva il rischio dai primi di ottobre, quando il portavoce militare degli Houthi Yahiaa Saree, dopo avere elencato le ragioni per cui non era possibile accettare la tregua, allertava alle compagnie petrolifere presenti in Yemen di bloccare l’attività estrattiva entro domenica 9 ottobre, per non “esportare le risorse yemenite senza nessuna autorizzazione da parte del nostro governo”, e con la minaccia di essere un obiettivo diretto. Detto, fatto, così è stato. Secondo il governo yemenita di Aden “l’episodio è gravissimo anche se non ha causato né vittime, né danni” e si prepara una reazione, non è dato sapere di quale entità e come verrà sferrata. Da parte Houthi si minacciano azioni ancora più dolorose se le compagnie non bloccheranno le trivelle.
La tregua non rinnovata lo scorso 2 ottobre è uno dei più grandi crucci e, insieme, il migliore successo dell’inviato speciale dell’Onu Hans Grundberg che, dopo sette anni di tentativi andati a vuoto e di sostanziali fallimenti, è l’unico inviato sullo Yemen che ha potuto portare al suo arco la freccia di una tregua tra le parti in guerra, tregua rinnovata per ben tre volte in sei mesi. Ma l’ulteriore rinnovo che non ha avuto luogo ha spinto Grudberg a sbilanciarsi tra i contendenti: se ha ringraziato il governo centrale con sede ad Aden, riconosciuto a livello internazionale, per essersi "impegnato positivamente" nei colloqui per estendere il cessate il fuoco, si è “rammaricato che non sia stato raggiunto un accordo”.
Il rifiuto Houthi
Il suo disappunto va tutto sulle milizie sciite Houthi, che controllano saldamente il Nord del Paese, per il gran rifiuto che nemmeno l’Iran, alleato degli Houthi, allo stadio attuale del conflitto e con i suoi problemi di stabilità interna, approva. La decisione degli Houthi era arrivata il 2 ottobre dopo una valutazione di opportunità che segue gli avvenimenti interni nelle aree controllate dalla milizia. Se la tregua siglata sei mesi fa ha consentito un consistente scambio di prigionieri che premeva a entrambe le parti, la sospensione del blocco di beni commerciali e umanitari, la riapertura dell’aeroporto di Sana’a, e la circolazione di merci anche sul porto di Hodeida, con il primo intervento di manutenzione delle Nazioni Unite sul Safer Tank, la petroliera incagliata al largo delle coste yemenite, dall’altro lato ha privato gli Houthi della usuale retorica del nemico, fondamentale per tenere insieme il Paese e una popolazione ridotta allo stremo sia dall’inflazione ormai al 140%, sia dal controllo delle milizie, sempre più ossessivo e pressante.
Il campanello d’allarme è suonato lo scorso 26 settembre, quando, anche nelle aree del Nord Yemen, migliaia di persone hanno celebrato la cosiddetta rivoluzione del 26 settembre, ossia l’anniversario della caduta del vecchio imamato e l’annessione del Nord alla Repubblica del Yemen nel 1962. Non si vedeva una tale partecipazione dal 2014, l’anno in cui le milizie Houthi hanno preso Sana’a, generando un’escalation militare che ha poi portato, nel 2015, all’inizio del conflitto vero e proprio.
L'anniversario e la reazione
Se la maggior parte dei cittadini yemeniti ha celebrato l’anniversario sui social media, c’è anche chi ha avuto l’ardire di farlo in pubblico, in piazza, addirittura durante i matrimoni e ha ripreso l’azione senza timore degli arresti successivi. La reazione Houthi è stata simbolicamente importante: hanno recentemente organizzato una grande parata militare nell’area della moschea Salem Saleh di Sana’a, ormai trasformata in mausoleo dei martiri di guerra e l'hanno ripetuta nella giornata del Mawlid, il compleanno del profeta Mohammad che si celebra pubblicamente solo da quando il gruppo armato è al potere.
Abdusalam Salah al-Houthi, di fatto la voce ufficiale della milizia su Telegram quando non parla Abdulmalik al-Houthi, il suo leader supremo, riassume il perché del rifiuto e sottolinea le sue richieste: “Sei mesi di armistizio non sono abbastanza. Chiediamo al governo centrale si pagare i salari agli statali in tutto il paese, di riaprire le strade nelle zone della città di Taiz ancora bloccate, di aprire l’aeroporto di Sana’a ad altre destinazioni, non solo alla Giordania, di favorire lo scambio di prigionieri non solo sauditi ma yemeniti. Durante questi sei mesi, non abbiamo avvertito alcuna consistente attenzione sulla questione umanitaria come urgente priorità ed è diventato chiaro che i Paesi aggressori, dopo avere esaurito tutte le carte, continuano a colpire la vita quotidiana degli yemeniti per metterli in ginocchio economicamente, come tattica di guerra”. Alla dichiarazione ha fatto seguito un lancio di razzi verso il confine saudita e l’escalation di minacce, fino all’attacco con droni di sabato 22 ottobre.
A rischio l'appoggio iraniano
A nulla è valso il suggerimento agli Houthi dell’Iran, coinvolto da Hans Grundberg nelle consultazioni sulla tregua in Yemen, di accettarla. “L’Iran deve risolvere i suoi problemi interni, che sono già abbastanza gravi, e sta cercando di normalizzare i suoi rapporti con gli Stati Uniti, con la richiesta di cancellare le sanzioni imposte sulla Guardia Rivoluzionaria. Gettare benzina sul fuoco di una milizia che ha sostenuto, non apertamente, con il suo know-how tecnico e il suo modello di governance, è un errore che adesso non si può permettere, al netto del guadagno sulla tecnologia militare leggera che l’Iran continua a esportare nei conflitti in corso, dallo Yemen alla Russia”, commenta l’analista Elisabeth Clara Kendall, direttrice del Girton College della Cambridge University. Gli Houthi hanno bisogno di mantenere il nemico saudita per legittimarsi nelle aree dello Yemen sotto il loro controllo. Adesso che il sostegno dell’Iran inizia a vacillare, si attrezzano per cavarsela da soli.