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Ucraina- Russia: gli uomini del Papa al lavoro per una mediazione. La via stretta del Vaticano

(ansa)
Dopo che Macron ha suggerito al Papa di chiamare Putin, Kirill e Biden, la mezza apertura del Cremlino. Parolin: "Non sappiamo cosa significano queste parole, quale fondamento hanno e quale sviluppo potranno avere. Ma se c'è una piccola apertura certamente ne approfitteremo" 
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Cautela sulle concrete possibilità di risultati, una punta di scetticismo nei confronti del Cremlino, ma disponibilità a provarci. La diplomazia vaticana si muove guardinga, ma si muove, per rilanciare le possibilità, tenui, di trattative che portino alla fine della guerra in Ucraina. 

 

È stato Emmanuel Macron a ritirare fuori la carta vaticana. A Roma per partecipare all'incontro interreligioso per la pace organizzato dalla comunità di Sant'Egidio, il presidente francese ha avuto un colloquio di quasi un'ora al palazzo apostolico con il Papa. E a Francesco, al quale si rivolge con il "tu", ha suggerito di telefonare a Vladimir Putin, al patriarca russo Kirill, ma anche a Joe Biden, col quale ha un rapporto di fiducia, perché, ha confidato l'inquilino dell'Eliseo al settimanale francese Le Point, "abbiamo bisogno che gli Stati Uniti si siedano attorno al tavolo per favorire il processo…

Cautela sulle concrete possibilità di risultati, una punta di scetticismo nei confronti del Cremlino, ma disponibilità a provarci. La diplomazia vaticana si muove guardinga, ma si muove, per rilanciare le possibilità, tenui, di trattative che portino alla fine della guerra in Ucraina. 

 

È stato Emmanuel Macron a ritirare fuori la carta vaticana. A Roma per partecipare all'incontro interreligioso per la pace organizzato dalla comunità di Sant'Egidio, il presidente francese ha avuto un colloquio di quasi un'ora al palazzo apostolico con il Papa. E a Francesco, al quale si rivolge con il "tu", ha suggerito di telefonare a Vladimir Putin, al patriarca russo Kirill, ma anche a Joe Biden, col quale ha un rapporto di fiducia, perché, ha confidato l'inquilino dell'Eliseo al settimanale francese Le Point, "abbiamo bisogno che gli Stati Uniti si siedano attorno al tavolo per favorire il processo di pace in Ucraina".

Parole salutate da Mosca con una mezza apertura. "Siamo pronti a discutere tutto ciò con gli americani, con la Francia e con il Pontefice", ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, "ma dobbiamo ricordare che l'Ucraina ha codificato la non continuazione dei negoziati" fintantoché c'è Putin al potere.  

Parolin: "Lavoriamo a una iniziativa di mediazione"

Il portavoce del Governo russo "ha detto che la loro posizione era di apertura al dialogo, compreso con il Papa", ha commentato oggi il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin a margine di un evento che si è svolto al Maxxi per i cinquant'anni della fondazione Avsi (Associazione Volontari per il Servizio Internazionale), "però finora non sappiamo cosa significano queste parole, quale fondamento hanno e quale sviluppo potranno avere. Adesso vedremo, studieremo, è una dichiarazione che è appena stata pronunciata ieri. Stiamo riflettendo su cosa si potrebbe eventualmente fare", ha precisato il porporato veneto.

Ma è "troppo presto" per avere già intrapreso qualche iniziativa diplomatica, anche solo una telefonata: "Vedremo adesso quale forma potrà assumere, lasciateci pensare!", ha detto Parolin al crocchio di giornalisti che lo assediava. "Certo come detto tante volte noi siamo aperti e disponibili a fare tutto quello che è possibile. Se c'è una piccola apertura certamente ne approfitteremo".  

Il precedente dell'incontro con Lavrov a New York

Dalle parole del cardinale traspare tanto la prudenza quanto il tentativo strenuo di favorire un processo di pace. Un recente incontro con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, alle Nazioni Unite a New York, ha lasciato a Parolin l'impressione di un muro di gomma di fronte a qualsiasi proposta per individuare una via di uscita dalla guerra. Tanto che la possibilità di una svolta, ora, viene soppesata dalla diplomazia vaticana e considerata una "speranza", certo, ma di non facile realizzazione.  

Fin dall'inizio dell'invasione russa in Ucraina gli uomini del Papa hanno proposto la disponibilità vaticana a fare da mediatore. Ipotesi che ha suscitato qualche perplessità negli ambienti diplomatici che si muovono attorno al Palazzo apostolico (perché due Stati, oltretutto due Paesi a maggioranza ortodossa, dovrebbero rivolgersi alla Chiesa cattolica romana?), ma che riposa su una considerazione che ha precedenti storici.

Il ruolo di Giovanni XXIII durante la crisi dei missili a Cuba

Quando un conflitto entra in una fase di stallo, può materializzarsi per entrambe le parti in causa la necessità di individuare un'uscita onorevole, e per far sì che nessuno perda la faccia l'intervento di un attore terzo, magari un'autorità morale senza interessi diretti nel conflitto, può rappresentare la chiave di volta. È stato così, ad esempio, nel disgelo dei rapporti tra Stati Uniti e Cuba avvenuto nel 2014, con le due squadre di negoziatori che hanno finalizzato l'accordo ospiti del Palazzo apostolico.

In un passato più remoto, in piena crisi dei missili a Cuba nel 1962, Giovanni XXIII fece appello a Kennedy e Krushev affinché sventassero il rischio di una guerra nucleare: episodio non casualmente citato ripetutamente da Papa Francesco in queste settimane, di fronte all'incubo del ricorso di Mosca all'arma nucleare: "Sessant'anni dopo, queste parole suonano di impressionante attualità. Le faccio mie", ha detto ieri Bergoglio concludendo al Colosseo l'incontro di Sant'Egidio. "Non siamo neutrali, ma schierati per la pace". 

 

La via, però, ora è ben più stretta. Papa Francesco ha tentato svariate volte di raggiungere Vladimir Putin al telefono, senza successo. Quanto al patriarca ortodosso, che Francesco ha incontrato - prima volta nella storia - a Cuba nel 2016, si è dimostrato, dall'inizio delle ostilità, talmente schierato con il Cremlino da non lasciare negli uomini del Papa l'impressione di poter passare da lui per convincere Putin al cessate-il-fuoco. In Vaticano, poi, hanno osservato con una certa apprensione la decisione del presidente ucraino Zelensky di chiudere alla possibilità di un negoziato fintantoché c'è Putin al potere. Il contesto sembra quasi proibitivo. In questi lunghi mesi contatti, le telefonate, i tentativi di mediare sono stati abbondanti, in tutte le direzioni, e finora non hanno dato risultato. Una mediazione, vanno ripetendo i collaboratori del Papa, è possibile se a chiederlo sono le due parti in causa. 

 

Su questo sfondo è giunto l'invito di Macron al Papa. Una proposta non inattesa, in Vaticano. Nel corso dei mesi la diplomazia pontificia ha apprezzato il fatto che il presidente francese non abbia mai chiuso la porta a Mosca, anche a rischio di contestazioni in patria, e sebbene dopo le stragi di civili ucraini anche la disponibilità dell'Eliseo a convincere Putin sia stata messa a dura prova. Non a caso Macron è stato invitato dalla comunità di Sant'Egidio per l'incontro della pace, non a caso è tornato a vedere il Papa a pochi mesi dall'ultima udienza a novembre 2021. Che concretamente si possa fare qualcosa, è il ragionamento che prende forma Terza loggia del palazzo apostolico, non però è scontato. Bisogna capire, studiare, individuare spiragli schiusi o dalla situazione sul campo di battaglia o dall'attività diplomatica internazionale. Papa Francesco, questo è sicuro, non cessa di sperarci. "Non dimentichiamo di pregare e continuare con la preghiera per la martoriata Ucraina", ha detto ancora oggi all'udienza generale: "Che il Signore protegga quella gente e ci porti tutti sulla strada di una pace duratura".