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Stati Uniti, la Corte Suprema affronta il sistema delle "quote alle minoranze" nelle università

La Corte Suprema degli Stati Uniti, Washington 
L'affirmative action è lo strumento che da decenni viene usato per ampliare l'inclusione di gruppi sottorappresentati in atenei e posti di lavoro. I nove giudici, di cui cinque conservatori, dovranno deciderne il futuro
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NEW YORK - Inizieranno domani, lunedì, le audizioni della Corte Suprema che in un prossimo futuro la porteranno a decidere se mantenere attivo lo strumento della cosiddetta affirmative action (in italiano "azione positiva"): lo strumento che da oltre mezzo secolo è usato per includere persone appartenenti a minoranze, in contesti in cui sono sottorappresentate.  

Nel caso specifico, un'associazione studentesca chiamata Students for Fair Admissions, studenti per un'ammissione onesta - creata e finanziata dall'imprenditore conservatore Edward Blum che de tempo ha fatto dell'affirmative action la sua personale crociata - ha fatto causa a due atenei: la prestigiosa università di Harvard, Massachusetts, e l'università della Carolina del Nord. L'accusa formulata nel 2014, è che il metodo di selezione applicato porta a una "discriminazione al contrario" nei confronti di aspiranti candidat…

NEW YORK - Inizieranno domani, lunedì, le audizioni della Corte Suprema che in un prossimo futuro la porteranno a decidere se mantenere attivo lo strumento della cosiddetta affirmative action (in italiano "azione positiva"): lo strumento che da oltre mezzo secolo è usato per includere persone appartenenti a minoranze, in contesti in cui sono sottorappresentate.  

Nel caso specifico, un'associazione studentesca chiamata Students for Fair Admissions, studenti per un'ammissione onesta - creata e finanziata dall'imprenditore conservatore Edward Blum che de tempo ha fatto dell'affirmative action la sua personale crociata - ha fatto causa a due atenei: la prestigiosa università di Harvard, Massachusetts, e l'università della Carolina del Nord. L'accusa formulata nel 2014, è che il metodo di selezione applicato porta a una "discriminazione al contrario" nei confronti di aspiranti candidati bianchi e asiatici. Dando cioè precedenza ad afroamericani, ispanici e nativi americani. Negli anni le due università hanno vinto nei rispettivi tribunali federali: e la decisione a favore di Harvard è stata confermata anche da una corte d'appello federale. Ricorso dopo ricorso, la questione è però ora arrivata alla Corte Suprema.

Toccherà ai suoi giudici, insomma, decidere se mantenere o meno i programmi di ammissione race-conscious. In passato la Corte si è sempre espressa a favore. Ma quella attuale che pure è la più multirazziale d'America - evidente riflesso di quelle politiche - è ormai però a maggioranza conservatrice (grazie ai tre giudici, tutti bianchi, nominati da Donald Trump). E la loro scelta, dalle conseguenze enormi sulla società americana, è tutt'altro che scontata.  

All'interno della Corte oggi ci sono due afroamericani dalle visioni opinioni opposte. Il giudice Clarence Thomas, controverso (per il coinvolgimento della moglie nella rivolta del 6 gennaio) membro più anziano, ha scritto sull'argomento più di qualsiasi altro. Opponendosi esplicitamente a quello che ha sempre definito: "paternalismo razziale, velenoso e pernicioso come qualsiasi altra forma di discriminazione". La giudice Ketanji Brown Jackson, recentemente insediata da Joe Biden - prima donna nera a sedere su quello scranno - ha invece detto la sua fin da subito: "Non c'è motivo di credere che la Costituzione vieti politiche attente alla razza".

A favore anche la prima giudice latina (nominata da Barack Obama) Sonia Sotomayor, che si è addirittura offerta come esempio del successo di quelle "politiche di ammissione sensibili alla razza": essendo lei passata dalle case popolari del Bronx ad un ateneo Ivy League grazie alle quote d'ammissione. Distinguendosi, una volta dentro, come la migliore del suo anno accademico. Di sicuro gli occhi saranno puntati su John G. Roberts, il repubblicano alla guida della Corte, sempre più spesso ago della bilancia: è il meno propenso a sostenere sostanziali cambi rispetto alle decisioni prese dai giudici precedenti. Ma nel corso della sua intera carriera legale ha sempre definito "sordido affare" l'idea di dividere per razza gli americani. Altra incognita è poi il conservatore Brett M. Kavanaugh. Notoriamente avverso alle classificazioni razziali è molto attento, almeno col suo team, a scegliere collaboratori etnicamente diversi.  

Le radici dell'affermative action affondano nello storico Civil Rights Act del 1964, vero pilastro dei diritti civili. Ben sapendo che le discriminazioni razziali avevano impedito a tanti di avere adeguata istruzione universitaria il presidente Lyndon Johnson firmò nel 1965 un ordine esecutivo che imponeva ai datori di lavoro che ricevevano contributi dal governo federale di assicurare pari opportunità di impiego ai dipendenti. Lo stesso fu imposto a quei college e università che beneficiavano dei medesimi contributi. L'affirmative action fu un'opportunità per molti. Servì di fatto a ridisegnare dall'interno la società americana. E fu poi ampliato con quote alle donne, agli ispanici e ai nativi americani. Dagli anni Settanta il sistema è stato messo in discussione più volte. Nel 2003 la giudice Sandra O'Connor - prima donna a far parte della Corte Suprema - ne ribadì la necessità, sottolineando allo stesso tempo che doveva però trattarsi di regola transitoria: "Fra 25 anni non ce ne sarà più bisogno". Purtroppo non è ancora vero. In un Paese dove il razzismo è ancora ben presente e il sistema scolastico resta ancora profondamente elitario, le cose non stanno ancora così.