Armi all'Ucraina, ora tocca a Meloni. Ma sui nuovi aiuti a Kiev crepe nella maggioranza
ROMA - Il sesto pacchetto di armi all'Ucraina, con i sistemi di difesa antiaerea chiesti dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky alla nuova premier Giorgia Meloni. Attorno alla metà di novembre dovrebbe arrivare, con un decreto interministeriale, la decisione che darà corpo alla professione di atlantismo del governo. E proverà ad allontanare i timori degli Alleati sulle simpatie filo-russe di Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Dotazioni invocate da Kiev per difendere le proprie città. Armi con una gittata tale, sottolinea una fonte di maggioranza, "da permettere agli ucraini di difendersi, non di attaccare in territorio russo". Una precisazione, questa, a uso degli azionisti di governo più recalcitranti. Perché alla voce Ucraina i segnali di insofferenza già s'iniziano ad avvertire. Traspaiono nelle parole di "pace" pronunciate ieri dal vicepremier leghista.
Ma andiamo con ordine. Dell'impegno &…
ROMA - Il sesto pacchetto di armi all'Ucraina, con i sistemi di difesa antiaerea chiesti dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky alla nuova premier Giorgia Meloni. Attorno alla metà di novembre dovrebbe arrivare, con un decreto interministeriale, la decisione che darà corpo alla professione di atlantismo del governo. E proverà ad allontanare i timori degli Alleati sulle simpatie filo-russe di Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Dotazioni invocate da Kiev per difendere le proprie città. Armi con una gittata tale, sottolinea una fonte di maggioranza, "da permettere agli ucraini di difendersi, non di attaccare in territorio russo". Una precisazione, questa, a uso degli azionisti di governo più recalcitranti. Perché alla voce Ucraina i segnali di insofferenza già s'iniziano ad avvertire. Traspaiono nelle parole di "pace" pronunciate ieri dal vicepremier leghista.
Ma andiamo con ordine. Dell'impegno "a continuare a fornire assistenza all'Ucraina" Giorgia Meloni ha discusso lunedì - lo ha riferito la Casa Bianca - nella telefonata con il presidente americano Joe Biden. È la conferma dell'attenzione di Washington. Un faro sull'approvazione del sesto pacchetto di armi come prima decisione 'atlantica' del nuovo governo. "A oggi non c'è nulla", assicurano fonti di primo piano del ministero della Difesa. E in effetti il nuovo decreto dovrebbe arrivare solo dopo un confronto in sede Nato del nuovo ministro Guido Crosetto. Ma nell'interlocuzione mai interrotta con Kiev e con l'Alleanza, già è emersa una disponibilità a contribuire con missili contraerei.
Italia e Francia si sarebbero accordate per fornire insieme una batteria SAMP-T, i modernissimi e costosissimi missili terra-aria di produzione europea: Roma dovrebbe dare i sistemi radar, Parigi i lanciamissili con gli ordigni, strumenti in grado di garantire uno scudo completo a Kiev perché possono intercettare aerei, missili cruise, missili balistici e droni. L'Italia inoltre, in coordinamento con la Spagna che addestra gli ucraini, dovrebbe dare batterie - almeno tre - di vecchi missili terra-aria Spada/Aspide tolti dal servizio.
In concreto, il decreto interministeriale (secretato nei contenuti) dovrà essere firmato - com'è stato finora - dai ministri della Difesa, Crosetto, degli Esteri, Antonio Tajani, e dell'Economia Giancarlo Giorgetti. Uno di FdI, uno di FI, uno della Lega. Tutti gli azionisti del governo dovranno metterci la faccia. Ma i tempi potrebbero essere allungati da un problema procedurale: la legge prevede che prima dell'invio il decreto venga illustrato al Copasir, ma dopo la nomina di Adolfo Urso a ministro il Comitato per la sicurezza, prorogato in attesa della nomina dei nuovi componenti, non ha più il numero legale (4 membri su 8). Se il decreto armi arriverà prima della nomina del nuovo Copasir - complicata dalla lite per la presidenza tra Terzo polo, Pd e M5s - potrebbe servire un intervento dei presidenti delle Camere per integrare l'organo.
Fin qui gli intoppi procedurali. Ben più preoccupante è il nodo politico. Perché a fine anno scade il decreto legge che dà copertura all'invio delle armi, adottato da Mario Draghi dopo la copertura politica data dal Parlamento con una risoluzione. Per confermare la linea del sostegno all'Ucraina anche nel 2023 servirà dunque un'altra risoluzione, un nuovo voto parlamntare, da tradurre poi in una norma che proroghi il decreto in scadenza o in un nuovo decreto.
Un passaggio non facile. Che potrebbe tramutare in dissenso quei distinguo che solcano la Lega e (più sottotraccia) FI. Lo stesso Salvini in un'intervista a Bruno Vespa per il suo libro torna a battere sul tasto della pace: "L'Italia chieda una conferenza internazionale. C'è un aggressore e un aggredito, ma tutte le guerre finiscono a un tavolo negoziale. L'Ucraina è parte lesa e la comunità internazionale si farà garante dell'accordo". Il vicepremier, che nega legami della Lega con Mosca ma torna a definire le sanzioni dannose per le imprese italiane, assicura di non volersi opporre all'invio di armi. Ma non è difficile misurare la distanza da Meloni. La premier, che a breve andrà a Kiev, ha detto: "La pace si ottiene consentendo all'Ucraina di difendersi". Le parole dell'alleato sono avvisaglie, per ora.