Brasile, Lula: “Sono risorto volevano seppellirmi”. Ma Bolsonaro tace sulla sconfitta
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoSAN PAOLO - Lula ha vinto ma non avrà vita facile. Dovrà governare senza una maggioranza al Congresso. Ha solo 122 deputati, meno di un terzo del totale. È obbligato a guardare al centro. Da solo non riuscirebbe nemmeno a respingere una richiesta di impeachment. Ma intanto si gode la vittoria, il momento della riscossa. «Hanno provato a seppellirmi vivo ma sono risorto», ha detto nel suo primo intervento da presidente eletto. Lo sconfitto, Jair Bolsonaro, per il momento resta in silenzio. Non ha ancora riconosciuto la vittoria del fondatore del Pt. Ha seguito i risultati chiuso in casa assieme alla moglie Michelle e il figlio Eduardo. Ha incassato la sconfitta, ha spento la luce e si è messo a dormire. Non ha risposto a nessuno, ai tanti messaggi che gli arrivavano. Gli alleati e i sostenitori gli chiedevano lumi, volevano sapere cosa avesse intenzione di fare. Di dire, soprattutto. Silenzio assoluto. Il primo presidente nella storia politica de…
SAN PAOLO - Lula ha vinto ma non avrà vita facile. Dovrà governare senza una maggioranza al Congresso. Ha solo 122 deputati, meno di un terzo del totale. È obbligato a guardare al centro. Da solo non riuscirebbe nemmeno a respingere una richiesta di impeachment. Ma intanto si gode la vittoria, il momento della riscossa. «Hanno provato a seppellirmi vivo ma sono risorto», ha detto nel suo primo intervento da presidente eletto. Lo sconfitto, Jair Bolsonaro, per il momento resta in silenzio. Non ha ancora riconosciuto la vittoria del fondatore del Pt. Ha seguito i risultati chiuso in casa assieme alla moglie Michelle e il figlio Eduardo. Ha incassato la sconfitta, ha spento la luce e si è messo a dormire. Non ha risposto a nessuno, ai tanti messaggi che gli arrivavano. Gli alleati e i sostenitori gli chiedevano lumi, volevano sapere cosa avesse intenzione di fare. Di dire, soprattutto. Silenzio assoluto. Il primo presidente nella storia politica del Brasile ad aver mancato la riconferma ha fatto finta di niente. Mentre da tutto il mondo arrivavano messaggi di congratulazioni e di riconoscimento al leader della sinistra, per una vittoria di misura ma trasparente e democratica, il leader dell’estrema destra si rifiutava persino di parlare delle elezioni. Argomento tabù, dicevano al Palazzo dell’Alvorada. Faceva agire gli altri.
Sin dalla notte di domenica sono entrati in azione gruppi di sabotatori che hanno allestito blocchi stradali lungo le principali arterie in almeno 60 punti del Paese. Agivano per conto dei camionisti ma questi hanno detto che era gente che non conoscevano. Li hanno denunciati come provocatori. Il trasporto del settore agricolo è rimasto paralizzato con barricate di copertoni date alle fiamme, colpi di pistola e lanci di sassi. Ci sono stati tafferugli ma la situazione presto è tornata alla normalità. È intervenuta la Polizia Federale Stradale che aveva molto da farsi perdonare: il direttore generale, Silvinei Vasquez, poche ore prima dell'apertura dei seggi aveva invitato su Twitter a votare per Bolsonaro. Una grave violazione. La stessa Polizia stradale era stata accusata di aver ostacolato il flusso dei bus che trasportavano gli elettori gratis a votare con controlli che erano chiaramente strumentali. Per non parlare della deputata di estrema destra immortalata sui social mentre insegue un uomo di colore con la pistola in pugno. I fedelissimi dell'ex capitano hanno provato fino all'ultimo a provocare un incidente. Bastava una scintilla e sarebbe finita in altro modo.
Lula ha vinto con uno scarto di 2,1 milioni di voti. Poco più di un punto percentuale. Un'inezia. Ma aver conquistato 13 Stati, tra cui il Minas Gerais, considerato quello che decide la vittoria nazionale, pesa come un macigno. Bolsonaro si afferma invece in 12 Stati, tra i quali Rio de Janeiro e soprattutto San Paolo, il più ricco e popoloso del Brasile. I due dovranno parlarsi. Per forza di cose e perché lo impone la legge sul trapasso dei poteri. Ma Bolsonaro, sprofondato nell'abisso della solitudine, come osserva la Folha de São Paulo, parafrasando il Nietzsche del 1886, fa l'offeso. Agisce in modo infantile. Era sicuro di vincere. Lo staff della presidenza è spiazzato, non ha preparato i dossier che devono essere consegnati ai vincitori. Dossier importanti, come quelli economici, che riguardano i conti pubblici, i debiti, gli impegni su istituti di sostegno come la ex Bolsa Familia che deve essere erogata ogni mese: 125 miliardi di reais, 25 miliardi di dollari, su cui si è impegnato Bolsonaro. Conoscere le cifre e i dati serve a fare scelte, a pianificare una strategia che i mercati ascolteranno con attenzione. La Borsa ha ceduto 5 punti, il dollaro si è rafforzato. Misure di prudenza e di difesa, in attesa di capire dove andrà il governo Lula.
Si prepara la squadra che da oggi al primo gennaio 2023, giorno dell'insediamento, dovrà confrontarsi con chi comandava finora. Da parte di Lula si fanno i nomi di Gleisi Hofmann, presidente del Pt, come ministra dell'Urbanistica per riesumare il grande piano per l'edilizia popolare. Alexandre Padilha, vicesegretario federale del partito, guiderà il ministero delle Finanze adesso accorpato all'Economia. Ma ci saranno anche Geraldo Alckmin, vicepresidente, ed Henrique Meirelles, ex governatore della Banca Centrale. Sono pronti, attendono un segnale dall'altra parte. I presidenti di Camera e Senato hanno già riconosciuto la vittoria di Lula. L'ex presidente è sempre più solo. Medita sulla sua sconfitta. I suoi alleati gli chiedono un intervento. Riconosci il risultato, gli suggeriscono, e dici che sei stato "vittima di ingiustizie". Al suo posto parla il figlio Eduardo. "Non rinunceremo al nostro Brasile", annuncia sui social.