Brasile, la notte della liberazione: tra i migliaia di San Paolo che festeggiano il ritorno di Lula
SAN PAOLO – La vittoria di Lula in città è stata celebrata con un'invasione sulla Paulista, la grande arteria che divide la città, tra le bancarelle del mercato improvvisato che si snoda sul marciapiede. Tutti hanno vissuto gli ultimi momenti dello spoglio tra sbalzi d’umore e sguardi al cellulare. Poi un boato di gioia. Lula ha battuto Bolsonaro e per la terza volta guiderà il Brasile. I sondaggi stavolta hanno azzeccato. È andata come al primo turno. Sono arrivati subito i voti degli Stati dominati dalla destra estrema, quelli del sud ovest e del centro. Jair Bolsonaro aveva segnato un vantaggio che appariva incolmabile. Ci è rimasto fino a metà scrutinio. Correva verso la vittoria. Poi è giunta la valanga del nordest e i numeri sono invertiti. Fino al sorpasso.
Brasile, Lula eletto presidente: nelle strade di Rio de Janeiro si suona "Bella ciao"
SAN PAOLO – La vittoria di Lula in città è stata celebrata con un'invasione sulla Paulista, la grande arteria che divide la città, tra le bancarelle del mercato improvvisato che si snoda sul marciapiede. Tutti hanno vissuto gli ultimi momenti dello spoglio tra sbalzi d’umore e sguardi al cellulare. Poi un boato di gioia. Lula ha battuto Bolsonaro e per la terza volta guiderà il Brasile. I sondaggi stavolta hanno azzeccato. È andata come al primo turno. Sono arrivati subito i voti degli Stati dominati dalla destra estrema, quelli del sud ovest e del centro. Jair Bolsonaro aveva segnato un vantaggio che appariva incolmabile. Ci è rimasto fino a metà scrutinio. Correva verso la vittoria. Poi è giunta la valanga del nordest e i numeri sono invertiti. Fino al sorpasso.
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Rosso e contactless
La svolta è accolta da un boato che spezza il silenzio carico di tensione. Dai palazzi si urla e si canta. Gridano anche dalla strada, con le trombe e i tamburi che tornano a ritmare. Un fiume umano si riversa all’esterno, invade l’Avenida. Si contano i punti percentuali che continuano a salire; cresce il distacco tra il nuovo Lula e il vecchio Bolsonaro. La gente adesso sorride, si abbraccia, alza il pollice e l’indice a formare una L, la L di Lula, il simbolo di una vittoria inseguita per quattro mesi. Lancia gli slogan di questa battaglia sofferta ma finalmente conclusa. Contro Bolsonaro e i suoi quattro anni di odio e divisioni. Per la rinascita di un Brasile allo stremo.
Arrivano a ondate, dalle strade vicine, escono dai palazzi, dalla metropolitana, scendono dai bus, dalle auto e dai taxi. Giovani, soprattutto. Ognuno indossa qualcosa di rosso. Una spilla, un nastro, una maglietta, delle scarpe. Va bene anche un filo di trucco, stelline sempre rosse che punteggiano il viso. La folla si stringe, si ammassa, si tocca, si abbraccia. Felice, libera. Perché questa non è solo una festa per la vittoria di Lula. È una festa della liberazione. Un tuffo nell’allegria e nell’affetto. Si respira pace e serenità. Spuntano con i carrettini degli ambulanti carichi di acqua e di birre. Si beve e si canta. Si paga tutto con la carta di credito. Un click e via. Facile, semplice, comodo. Niente contante. Si fa tutto con il web. Per questo i cellulari sono il bottino più ambito. Te lo dicono subito: attento al cellulare. Te lo afferrano al volo e te lo portano via, meglio tenerlo stretto in mano o nascosto in tasca. Lo tiri fuori solo per pagare. Tutto. Contactless. Anche una birra, anche un taxi. Che poi sono Uber o altre decine di compagnie con decine di applicazioni.
La fine di un incubo
È finito un incubo, si vede la luce in fondo al tunnel nero dove sono rimasti i tanti morti di Covid, punteggiati dalle croci piazzate nei cimiteri collettivi scavati nella terra rossa di Manaus, ricordati dalle rose piantate sulla sabbia bianca di Ipanema. Un lungo minuto di applausi ricorda le vittime di questa tragedia. Non solo per la pandemia ma per la violenza che quattro anni di odio e di divisioni hanno instillato tra la gente. I ricordi vanno a Marielle Franco, l’attivista umanitaria e deputata, uccisa da sicari mentre tornava da una riunione con le donne abbandonate. A Dom Phillips, il giornalista del Guardian, e Bruno Pereira aggrediti e fatti a pezzi per aver denunciato il dissesto dell’Amazzonia. Ai capi tribù e ai guardiani della foresta che hanno pagato con la vita l’invasione dei taglia alberi e minatori illegali. Ai ragazzini delle favelas fatti fuori dalle milizie formate da ex soldati e poliziotti con la scusa delle incursioni per combattere il narcotraffico.
Arrivano anche gli ultimi, i dimenticati. Quelli che vivono sotto terra, negli anfratti dei cavalcavia, soffocati dal fumo delle auto, sotto giacigli di fortuna. Arrivano con i loro carrelli pieni di stracci. Fantasmi che si fanno spazio tra la folla, aprono le buste, raccolgono le lattine di birra che tutti offrono e consegnano come reliquie. Un ritorno alla vita, al lavoro di sempre. Nessuno qui dimentica che ci sono 30 milioni di persone che non mangiano. È la vera emergenza del Brasile. L’Amazzonia è un tema. Ma bisogna prima sfamare chi non ha più nulla. Sono una bomba sociale che rischia di esplodere da un momento all’altro. Il Covid, l’inflazione, adesso la crisi energetica hanno lasciato ferite profonde. Lula lo sa.
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L'arrivo di Lula
L’ennesimo boato annuncia il suo arrivo. Sale sul tetto del bus che doveva sfilare. Dice che non è stato concesso il permesso. Qualche fischio, contenuto. Nessuno protesta, ascoltano tutti. Si resta sul posto, niente cortei. Il mondo ti osserva, bisogna dimostrare di essere all’altezza del nuovo compito. Il nuovo presidente del Brasile è teso, emozionato, la voce rauca che gli resta in gola. “Mi avevano seppellito, annientato come uomo e come politico”, ricorda. “Mi avevano messo a tacere. Non ci sono riusciti. Ho lottato, resistito, ho sofferto. Sono rinato, ho ricominciato, ho progettato un nuovo futuro, ho creduto in voi. Abbiamo vinto insieme”. Si guarda di lato, afferra la mano di Janja, la sua nuova moglie e sottolinea con un sorriso, gli occhi che si bagnano dall’emozione: “Ma metà del successo è dovuto a questa donna eccezionale. È stata lei a salvarmi, a farmi rinascere, a darmi la forza per ricominciare. A lei devo molto, moltissimo”.
Il presidente di tutti
Nuovo boato, ancora urla e applausi. “Sarò il presidente di tutti. Basta con le divisioni, basta con gli odi e le aggressioni. Il Brasile ha indicato un nuovo progetto di vita”. Lula alza il pugno davanti a una selva di dita a forma di L. Parte la musica, si torna a ballare, stretti come sardine, pigiati gli uni sugli altri in questo grande bagno di libertà e di speranza. Tornano i ritornelli su Lula, gli slogan per la sconfitta di Bolsonaro. Anche Neymar si merita la sua dose di scherno. Si è schierato a favore dell’ex capitano. Pubblicamente. Per due volte. È stato un autogol. Adesso è bersagliato dalla folla che lo ha sempre adorato ma lo rimprovera ridendo. “Vatti a nascondere”, gli gridano con ironia. La festa scema, si torna a casa. Nessun commento da Bolsonaro. La destra estrema tace. Sui cellulari scorre una notizia: i collaboratori dell’ex presidente sconfitto hanno cercato di mettersi in contatto con il capo. Non ci sono riusciti. Ha fatto sapere che era andato a dormire.