La Cina, Covid alla Foxconn: la produzione di iPhone potrebbe crollare fino al 30%
PECHINO - Un crollo fino al 30%. È quanto potrebbe scendere, nel mese di novembre, a causa delle restrizioni anti-Covid, la produzione di iPhone nella gigantesca fabbrica della Foxconn di Zhengzhou, uno degli stabilimenti più grandi al mondo che assembla quasi tutti gli smartphone della Apple a livello globale. A scriverlo è l’agenzia Reuters, che cita una fonte anonima. Un impatto significativo sulla produzione specialmente in questo periodo, quando maggiori sono le richieste in vista delle festività di fine anno.
PECHINO - Un crollo fino al 30%. È quanto potrebbe scendere, nel mese di novembre, a causa delle restrizioni anti-Covid, la produzione di iPhone nella gigantesca fabbrica della Foxconn di Zhengzhou, uno degli stabilimenti più grandi al mondo che assembla quasi tutti gli smartphone della Apple a livello globale. A scriverlo è l’agenzia Reuters, che cita una fonte anonima. Un impatto significativo sulla produzione specialmente in questo periodo, quando maggiori sono le richieste in vista delle festività di fine anno.
Virali sono diventati nel fine settimana i video di centinaia di lavoratori migranti che scavalcano le recinzioni per scappare dalle rigide restrizioni contro il virus nell’impianto e raggiungere le loro città d’origine: così disperati da preferire di andarsene a piedi e fermarsi sul ciglio della strada a fare l’autostop piuttosto che passare un'altra notte nei dormitori della fabbrica. In segno di sostegno, i residenti nelle vicinanze hanno lasciato bottigliette d’acqua e cibo ai lati delle strade.
Foxconn - che produce il 70% degli iPhone venduti nel mondo - dichiara che la situazione è ora sotto controllo, che alcune restrizioni sono state tolte, che sta organizzando il trasferimento per coloro che vogliono tornare a casa e che per far fronte ai disagi sta cercando di aumentare la produzione in altre fabbriche in Cina, come quella di Shenzhen. Dopo l'esodo degli operai, l'azienda ha annunciato che aumenterà i salari di oltre un terzo.
Il sistema a circuito chiuso
Nella Cina che si ostina a voler eliminare qualsiasi focolaio di virus, le fabbriche che si trovano nelle aree a rischio sono spesso autorizzate a rimanere aperte a condizione che operino in un sistema "a circuito chiuso" in cui il personale vive e lavora in loco. Le prime decisioni che hanno scatenato il malcontento degli operai risalgono al 19 ottobre quando l’azienda, per evitare contatti stretti, ha vietato di mangiare nelle mense dello stabilimento e ha imposto ai lavoratori di consumare i pasti nei loro dormitori. Da quel 19 ottobre ad oggi in tutta la città di Zhengzhou sono stati registrati 264 casi di Covid. Nessun dato, al momento, su quante siano le infezioni dentro la fabbrica.
Dopo la fuga, le città vicine a Zhengzhou, tra cui Yuzhou, Changge e Qinyang, hanno esortato i lavoratori della Foxconn a fare rapporto alle autorità locali prima di tornare a casa: tutti coloro che rientrano devono viaggiare "da punto a punto" in veicoli predisposti e devono essere messi in quarantena all’arrivo.
Focolai e restrizioni
I focolai crescono, però, in tutto il Paese. E pure le restrizioni. Per il secondo giorno consecutivo la Cina viaggia sopra i 2mila casi (oggi 2.675). Il virus si è ormai diffuso in almeno due terzi delle 31 province del Paese, comprese alcune delle aree più grandi ed economicamente importanti. Come la provincia del Guangdong, una potenza manifatturiera che lo scorso anno ha rappresentato il 23% delle esportazioni cinesi. Canton è una delle città più colpite: più di mille casi nell’ultima settimana, alcuni distretti sono già stati chiusi e si teme un lockdown duro come quello visto a Shanghai la scorsa primavera. Proprio a Shanghai questa mattina ha chiuso, senza preavviso, il Disney Resort: staff e visitatori resteranno chiusi dentro e potranno uscire soltanto dopo un tampone negativo.
Dati negativi per l'economia cinese
Trascinata al ribasso dal rallentamento della domanda globale e dalle severe restrizioni interne anti-Covid che hanno colpito la produzione, i viaggi e le spedizioni nella seconda economia mondiale, questa mattina sono arrivati altri dati negativi per l’economia cinese. L’attività manifatturiera si è nuovamente contratta: l’indice Pmi è sceso 49,2 punti contro i 50,1 di settembre. Anche l'indice Pmi non manifatturiero, che include il settore dei servizi e delle costruzioni, è sceso questo mese, a 48,7 punti. Male oggi anche le Borse: le azioni cinesi hanno chiuso ai minimi da tre anni e mezzo, mentre quelle di Hong Kong hanno registrato la più grande perdita mensile in 14 anni.
Le conseguenza della tolleranza zero
Una tolleranza zero contro il Covid che, se all’inizio ha contribuito a salvare molte vite, ora dopo tre anni senza aggiustamenti sta stravolgendo la vita di milioni di persone. Emblematica la protesta, due settimane fa, con gli striscioni contro Xi Jinping e la sua politica srotolati da un ponte di Pechino. Al Congresso del Partito comunista conclusosi la settimana scorsa, in molti speravano che il leader cinese offrisse delle indicazioni su un possibile allentamento della sua strategia. Non è stato così. Nessuno sa quando finirà.