Russia, Melnikova: "La crociata di noi madri dei soldati da Groznyj a Kiev. La nuova tragedia sono i dispersi"
dalla nostra inviata Rosalba Castelletti , dalla nostra inviata Rosalba CastellettiMOSCA - "Da una cittadina sull'isola Sakhalin, nell'Oceano Pacifico, Estremo Oriente Russo, hanno portato via tutti i 500 uomini. Sono stati tutti mobilitati. Sono rimaste soltanto le donne. E ora chi andrà a pescare?".
In 76 anni, di cui 33 a capo dell'Unione dei Comitati delle Madri dei Soldati Russi, Valentina Melnikova ne aveva viste tante, ma mai questo bardak. "È una parola tartara. Vuol dire "caos". Abbiamo esperienza di dodici conflitti. Dall'Afghanistan alla Cecenia sino alla Siria. Ma l'operazione militare speciale in Ucraina è totalmente diversa. Si evolve rapidamente e su larga scala. In più ogni informazione è classificata. Non solo dobbiamo auto-censurarci, ma la segretezza interferisce con le nostre attività".
Melnikova si era rifiutata di parlarci per mesi p…
MOSCA - "Da una cittadina sull'isola Sakhalin, nell'Oceano Pacifico, Estremo Oriente Russo, hanno portato via tutti i 500 uomini. Sono stati tutti mobilitati. Sono rimaste soltanto le donne. E ora chi andrà a pescare?".
In 76 anni, di cui 33 a capo dell'Unione dei Comitati delle Madri dei Soldati Russi, Valentina Melnikova ne aveva viste tante, ma mai questo bardak. "È una parola tartara. Vuol dire "caos". Abbiamo esperienza di dodici conflitti. Dall'Afghanistan alla Cecenia sino alla Siria. Ma l'operazione militare speciale in Ucraina è totalmente diversa. Si evolve rapidamente e su larga scala. In più ogni informazione è classificata. Non solo dobbiamo auto-censurarci, ma la segretezza interferisce con le nostre attività".
Melnikova si era rifiutata di parlarci per mesi prima di riceverci nell'angusto ufficio moscovita dove l'organizzazione è approdata due anni fa dopo l'ennesima espulsione. Non lontano dalla Lubjanka che fu sede del Kgb.
La pugnace attivista per sua stessa ammissione soppesa ogni parola per non incappare nelle maglie della legge che vieta le "fake news" e il "discredito" sulle forze armate ed evita di fornire cifre secretate, secondo le direttive che le ha imposto il Servizio di sicurezza federale Fsb, ma continua a combattere con la stessa determinazione con cui trent'anni fa cercava i soldati scomparsi nella prima guerra cecena. Anche adesso che l'Unione conta una trentina di filiali regionali contro le oltre duecento dei primi anni.
"Noi madri siamo come le oche del Campidoglio. Facciamo rumore quando ce n'è bisogno. È stato così nel 1989 quando ci unimmo ai tempi della ritirata dell'esercito sovietico dall'Afghanistan. O nel 1995 quando le autorità vietarono per un mese di raccogliere i 2.500 corpi che giacevano nelle strade della capitale cecena Groznyj dopo l'assalto di Capodanno. E continuiamo a starnazzare anche adesso. Tutto il rumore sul disordine della mobilitazione parziale è partito da qui. Dalle miei colleghe delle strutture locali che hanno contatto deputati e senatori. Hanno lanciato l'allarme e ha funzionato. Siamo tutte volontarie. Non usufruiamo di aiuti statali. Ma è una nostra vittoria se le autorità hanno riconosciuto eccessi ed errori".
A parte sparute manifestazioni in Buriazia o in Daghestan, con le madri in prima fila, e l'ondata di fuga iniziale, in Russia non ci sono state proteste popolari dopo il via della "mobilitazione parziale". "La nostra società, com'è di moda dire tra i politologi, è atomizzata. Non ci sono rappresentanze di categoria. In Parlamento siedono soltanto figurine di cartone che votano qualsiasi cosa, ma non rappresentano nessuno. Perciò se succede qualcosa, siamo noi le prime a essere chiamate. Per molti cittadini impotenti davanti alla macchina statale, siamo l'unica ancora di salvezza", dice Melnikova mostrandoci la sfilza di messaggi sul suo cellulare. Mogli, madri, soldati e persino imprenditori.
Anche dopo che il ministro della Difesa Serghej Shojgu ha dichiarato chiusa la mobilitazione, la gente non si fida. "Nell'ultimo mese sono stata subissata di richieste dai capi degli uffici del personale di diverse aziende. Volevano capire come salvare i loro dipendenti dalla mobilitazione. All'inizio hanno pescato a casaccio. Anche chi doveva essere esentato. Padri di più figli. Invalidi. Anziani. Le nostre leggi sono sempre vaghe. Lasciano fare di tutto".
Sui social network russi circolano diverse denunce: carenza di equipaggiamento, armi obsolete, squallidi alloggi. Melnikova ironizza: "Presso gli uffici di reclutamento, assieme alla cartolina di precetto, consegnano una lista di cose da comprare, come biancheria intima termica. È intitolata furbescamente: "Cose che il mobilitato può portare con sé". Non è un obbligo, ma un'autorizzazione. Ai coscritti non è permesso portare nulla con sé, ai mobilitati sì".
Si denuncia anche che la formazione delle reclute sarebbe scarsa. "In teoria tutti i mobilitati avrebbero dovuto ricevere un addestramento di due settimane, persino gli ex detenuti mandati al fronte dal capo della compagnia militare privata Wagner Evghenij Prigozhin. Ma a molti di loro quelle due settimane sono servite soltanto ad andare lì in Ucraina e morire", commenta amara l'attivista.
Il compito più doloroso, dice Melnikova, resta quello di assistere mogli e madri dei soldati "scomparsi". "Non esiste alcuna informazione o documento che ne confermi la scomparsa. I familiari sanno soltanto che non riescono a comunicare con i loro cari al fronte, ma niente di più. La maggior parte di questi soldati probabilmente è morta, ma non lo sapremo mai con certezza. Non abbiamo idea di quanti siano i corpi che non sono stati recuperati, né seppelliti. In oltre trent'anni non era mai successo nulla di simile".