Il Brasile in fiamme, protesta l'ala dura di Bolsonaro che resta chiuso nel suo silenzio
di
Daniele Matrogiacomo
,
di Daniele Matrogiacomo
Subito dopo la vittoria di Lula alle elezioni presidenziali, sono scattate decine di proteste in varie parti del Brasile. Blocchi stradali fatti da camionisti che hanno messo di traverso i mezzi paralizzando la circolazione e pile di pneumatici dati alle fiamme in tutte le regioni
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
SAN PAOLO - Jair Bolsonaro continua a tacere. Niente. Mutismo assoluto. Sa bene che ogni parola che dirà - perché dovrà prima o poi pronunciarsi sul risultato elettorale - pesa sul suo futuro. Ha bisogno della sua base, dell'ala più radicale. Senza, è politicamente finito. Così lascia agire gli altri, il suo "popolo". Sin da domenica sera sono scattate improvvise decine di proteste in varie parti del Brasile. Blocchi stradali, soprattutto. Fatti da camionisti che hanno messo di traverso i mezzi paralizzando la circolazione. Una situazione che è diventata incandescente quando da 60 le barricate sono diventate 200 e poi 321 in 25 Stati.
SAN PAOLO - Jair Bolsonaro continua a tacere. Niente. Mutismo assoluto. Sa bene che ogni parola che dirà - perché dovrà prima o poi pronunciarsi sul risultato elettorale - pesa sul suo futuro. Ha bisogno della sua base, dell'ala più radicale. Senza, è politicamente finito. Così lascia agire gli altri, il suo "popolo". Sin da domenica sera sono scattate improvvise decine di proteste in varie parti del Brasile. Blocchi stradali, soprattutto. Fatti da camionisti che hanno messo di traverso i mezzi paralizzando la circolazione. Una situazione che è diventata incandescente quando da 60 le barricate sono diventate 200 e poi 321 in 25 Stati.
I fuochi della protesta con pile di pneumatici dati alle fiamme si segnalano in tutte le regioni dove ha vinto la destra estrema, l'intero nord ovest e il sud. Ma anche a Rio de Janiero e qui, a San Paolo, ci sono state manifestazioni spontanee. Le immagini delle tv e le foto postate sui social mostrano la gente disperata che scruta i cellulari con l'annuncio della vittoria di Lula. Alcuni alzano i pugni al cielo furibondi, altri piangono, altri ancora urlano e chiedono l'intervento dell'esercito. Chi ha votato per l'ex capitano era convinto di vincere. Non aveva alcun dubbio. Il trionfo di Lula è stata una doccia fredda. È accaduto l'impossibile. Per questo adesso spingono per il rifiuto. Un gesto forte che respinga un verdetto che non riescono ad accettare.
(reuters)
Interviene il Tribunale Superiore Federale. Per l'ennesima volta. È l'unico argine di democrazia a una situazione pericolosa. Lo ha fatto durante tutta la campagna elettorale per frenare la valanga di fake news che giravano sui social, per censurare le iniziative estemporanee di leader politici e vertici delle forze dell'ordine chiamate a garantire l'esercizio del voto senza interferenze e pressioni. Lo fa ancora adesso. Deve spegnere subito i focolai di una rivolta che può estendersi. Si è votato, bene e in modo trasparente. Ha vinto Lula e il volere della popolazione deve essere rispettato. Su proposta del consigliere Alexander de Moraes, bestia nera del presidente sconfitto, vittima di attacchi e scontri con l'ex capitano, la maggioranza del Supremo ha approvato un decreto che impone a tutti i camionisti di rimuovere i blocchi. Si va dalla sanzione, alla rimozione forzata, fino all'arresto. Come rischia il capo della Polizia Federale Stradale, il general Silvinei Vasques, diventato un po' il simbolo di questa ribellione.
(reuters)
Durante il voto di domenica aveva postato su Twitter un invito a votare Bolsonaro, violando il silenzio elettorale e la regola che impone la neutralità da parte delle forze dell'ordine. Era stato redarguito dal Tribunale Superiore. Ma lui aveva continuato, imperterrito. Aveva dato ordine ai suoi uomini di controllare tutti i bus del servizio pubblico che trasportavano la gente ai seggi in modo da rallentare il flusso dei potenziali votanti per Lula. Infine ieri, davanti ai blocchi stradali che impedivano la consegna delle merci, soprattutto dal Mato Grosso ai porti dell'Atlantico mettendo in difficoltà la filiera dell'agroindustria, era rimasto inerte. Le pattuglie della polizia mandate sui posti restavano a guardare. Sostenevano di aver avuto ordine solo di controllare ma non di agire. L'ordine arrivava direttamente dall'alto, dal capo Vasques. È intervenuta la magistratura, ha aperto delle inchieste ipotizzando i reati di "disobbedienza", ha ordinato di rimuovere i camion che avevano provocato lunghissime file sulle autostrade.
Il sindacato degli autotrasportatori, già protagonista di uno sciopero di due settimane nel 2018 per l'aumento dei prezzi del carburante, ha preso le distanze. Ha detto che c'erano dei provocatori in azione, che non avevano nulla a che fare con la categoria. Hanno ordinato ai propri iscritti di lasciare il campo e riprendere a viaggiare. Il numero di blocchi è sceso durante la giornata. Ma è poi aumentato nel corso del pomeriggio e ancora nella notte. Solo stamane 192 erano stati rimossi. Resistono piccole proteste alimentate dalle voci diffuse ad arte sui social e sulle messaggerie. Tra queste quella che le Forze armate, di cui si chiedeva l'intervento, avevano riscontrato "irregolarità" nel conteggio dei voti. "Siamo la resistenza civile", si definivano in tanti, coperti dalla bandiera verdeoro, mentre sullo sfondo si sentiva cantare l'inno nazionale.
La squadra di Lula è preoccupata. Deve stabilire un contatto con Bolsonaro per il passaggio di consegne che deve iniziare subito. Ci sono due mesi di tempo per esaminare i dossier più urgenti e fissare un piano di azione. C'è la "bomba fiscale" che può esplodere se non si mette mano alle fonti di finanziamento per coprire la Bolsa Familia, attesa ogni mese da 40 milioni di persone. Alcuni provvedimenti devono essere approvati dal Congresso dove il Pt non ha la maggioranza ed è costretto a trattare con il Centro. Mdb e Psd si sono mostrati disponibili e hanno già avviato dei dialoghi. La presidente del Pt, Gleisi Hoffmann, è stata incaricata di contattare chi governava prima per fissare un calendario di incontri e di scambi di materiale. Ha chiamato il ministro della Casa Civile, una sorta di primo ministro, che la legge incarica del passaggio di consegne. Il dialogo è stato franco e positivo, ha fatto sapere la dirigente del partito di Lula. Ma siamo solo all'inizio e i tempi stringono.
Consiglieri e alleati di Bolsonaro non si espongono. Attendono che parli il capo. Ma il capo tace. Aspetta. Alza la tensione. Guarda all'esterno del suo palazzo il Brasile che brucia e soffia sul fuoco. La sua base, l'ala radicale e dura, è in azione. Lui la sostiene. È l'unica a tenerlo ancora in sella. Gli altri, i fedelissimi, hanno già voltato pagina e hanno riconosciuto la vittoria di Lula.