Bolsonaro non riconosce la sconfitta: “Legittime le proteste contro il voto”
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoSAN PAOLO - Sessanta ore di attesa per un discorso alla fine parziale e ambiguo. È la prima apparizione pubblica per lo sconfitto Jair Bolsonaro dopo il risultato delle urne che ha eletto Luiz Inácio Lula da Silva nuovo presidente del Brasile. Pochi minuti per solidarizzare con i manifestanti che "protestano per l'ingiustizia che abbiamo subito" ma invitandoli a rimuovere i blocchi per un metodo che "non ci appartiene e che utilizza invece la sinistra".
Nessun accenno al risultato del voto, nessun riconoscimento della vittoria del padre della sinistra brasiliana. Semplicemente lo ignora. Troppo orgoglioso. "Ringrazio i 58 milioni di brasiliani che mi hanno votato. Continuerò a svolgere il mio ruolo di presidente secondo i principi costituzionali", aggiunge. "I nostri valori sono Dio, Patria, Libertà". Dopo le parole di Bolsonaro, che si allontana in tutta fretta senza rispondere alle domande dei giornalisti, &egr…
SAN PAOLO - Sessanta ore di attesa per un discorso alla fine parziale e ambiguo. È la prima apparizione pubblica per lo sconfitto Jair Bolsonaro dopo il risultato delle urne che ha eletto Luiz Inácio Lula da Silva nuovo presidente del Brasile. Pochi minuti per solidarizzare con i manifestanti che "protestano per l'ingiustizia che abbiamo subito" ma invitandoli a rimuovere i blocchi per un metodo che "non ci appartiene e che utilizza invece la sinistra".
Nessun accenno al risultato del voto, nessun riconoscimento della vittoria del padre della sinistra brasiliana. Semplicemente lo ignora. Troppo orgoglioso. "Ringrazio i 58 milioni di brasiliani che mi hanno votato. Continuerò a svolgere il mio ruolo di presidente secondo i principi costituzionali", aggiunge. "I nostri valori sono Dio, Patria, Libertà". Dopo le parole di Bolsonaro, che si allontana in tutta fretta senza rispondere alle domande dei giornalisti, è il suo capo di gabinetto, Ciro Nogueira, a chiarire di essere stato autorizzato dal presidente ad avviare, a partire da domani, la complessa procedura del passaggio dei poteri alla nuova amministrazione guidata da Lula (che entrerà in carica il prossimo 1° gennaio). Un segnale che dovrebbe finalmente contribuire a placare le tensioni e rassicurare i mercati.
Fino a poche ore prima, lo scenario appariva più inquietante. Jair Bolsonaro resta in silenzio, non si pronuncia sul risultato elettorale, fa salire la tensione nel Paese, incita la sua base più dura alla rivolta, assiste al blocco crescente dei trasporti e della circolazione, infiamma gli animi, allarma l'economia, rende insostenibile la situazione. A quel punto ordina l'intervento dell'esercito per riportare l'ordine nelle strade. Doveva andare così, l'hanno convinto a desistere. Almeno fino al momento.
La magistratura ne è convinta. Ha trovato le prove che la massiccia protesta scattata in tutto il Brasile aveva una matrice golpista. Sin dall'annuncio della vittoria di Lula, c'è una parte del Paese che rifiuta il verdetto delle urne e decide di scendere per strada e bloccare le principali arterie di collegamento. Si parla di camionisti solidali con l'ex capitano che li ha premiati con la riduzione del prezzo del carburante. Ma il sindacato di categoria prende subito le distanze. La Polizia Stradale, competente sul territorio, si limita a controllare a distanza. Dai 60 blocchi si arriva ai 198 di lunedì mattina e ai 325 di martedì in 25 Stati. I più duri sono nel sud ed ovest del paese: da Rio Grande do Sul, a Santa Catarina, al Mato Grosso. Stati che hanno votato in massa per Bolsonaro. Qui la fila dei camion è un lungo serpente che impedisce alle merci di rifornire le città. Si bloccano anche San Paolo, Rio e Belo Horizonte. Aeroporti paralizzati, decine di voli cancellati.
Il Pt si tiene bene alla larga. Non commenta, evita altre reazioni. Si concentra sul trapasso che il silenzio di Bolsonaro rende più complicato. Geraldo Alckmin, vicepresidente eletto, guiderà gli incontri con il governo uscente. Agisce il Tribunale Superiore Federale, l'unico garante dell'ordine democratico in questo pericoloso momento di vuoto di potere. Approva a maggioranza un decreto che ordina alla Polizia Stradale di rimuovere i blocchi. "Adottando tutte le misure necessarie", indica. Anche l'arresto. Inizia così un braccio di ferro tra l'ala dura del presidente sconfitto e la magistratura che dura tutto il giorno. Bisogna disinnescare le provocazioni.
Collaboratori e alleati premono sull'inquilino dell'Alvorada a prendere posizione. Lui rifiuta. Prende tempo. Chiede di incontrare i consiglieri del Tribunale Superiore. Ma questi declinano l'invito. Non cadono nella trappola. Nessuna trattativa. Le grandi città già lamentano carenze di carburante e medicinali, gli ospedali denunciano che sono finite le scorte di ossigeno e dialisi. In tv e sui social si vede la polizia finalmente in azione. Con equilibrio, rispettando il diritto a manifestare.
L'ex capitano non ha scelta. È ormai isolato. Più passa il tempo più cala il suo peso politico. Finalmente parla. Per non dire nulla. La battaglia si sposta al Congresso. Ma anche nelle aule del Tribunale: la Procura generale indagherà a fondo per individuare chi ha tramato per annullare il voto popolare.