Elezioni in Israele, oggi si torna al voto: dal fattore Netanyahu al rischio ultradestra, tutto quello che c'è da sapere
GERUSALEMME - Per la quinta volta in tre anni e mezzo gli israeliani vanno a votare oggi e già nel primo pomeriggio il Comitato centrale per le elezioni diffonde un primo e non insignificante particolare: alle 16 l'affluenza è la più alta dal 1999, al 47.5%. Chiamati alle urne, aperte dalle 7 alle 22, sono 6.8 milioni di israeliani su una popolazione di 9.5 milioni di persone. Gli elettori possono scegliere fra 39 partiti di cui solo una dozzina però vanta possibilità realistiche di passare la soglia di sbarramento del 3,25%.
"Andate a votare oggi per il futuro dei nostri figli e per il futuro del nostro Paese. Votate bene e buona fortuna a tutti noi", ha detto il primo ministro Yair Lapid, leader del partito centrista Yesh Atid che significa proprio "C'è futuro". Ecco tutto ciò che c'è da sapere per seguire l'appuntamento elettorale.
Perché si torna ancora al voto
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GERUSALEMME - Per la quinta volta in tre anni e mezzo gli israeliani vanno a votare oggi e già nel primo pomeriggio il Comitato centrale per le elezioni diffonde un primo e non insignificante particolare: alle 16 l'affluenza è la più alta dal 1999, al 47.5%. Chiamati alle urne, aperte dalle 7 alle 22, sono 6.8 milioni di israeliani su una popolazione di 9.5 milioni di persone. Gli elettori possono scegliere fra 39 partiti di cui solo una dozzina però vanta possibilità realistiche di passare la soglia di sbarramento del 3,25%.
"Andate a votare oggi per il futuro dei nostri figli e per il futuro del nostro Paese. Votate bene e buona fortuna a tutti noi", ha detto il primo ministro Yair Lapid, leader del partito centrista Yesh Atid che significa proprio "C'è futuro". Ecco tutto ciò che c'è da sapere per seguire l'appuntamento elettorale.
Perché si torna ancora al voto
Israele è una democrazia parlamentare con un sistema multipartitico. Per questa ragione i governi sono necessariamente espressione di coalizioni più o meno eterogenee.
Ad esacerbare la situazione di instabilità negli ultimi anni è stata una profonda polarizzazione della società attorno alla figura del leader del Likud Benjamin Netanyahu, attualmente a capo dell'opposizione ma che ha ricoperto il ruolo di primo ministro ininterrottamente dal 2009 al 2021, oltre che dal 1996 al 1999.
Nelle ultime tornate elettorali le alleanze politiche si sono formate e disfatte, prima ancora che intorno a questioni ideologiche, in base alla disponibilità dei diversi partiti ad appoggiare o meno Netanyahu come premier, dando vita di fatto a due blocchi che più che destra e sinistra rappresentano i pro e gli anti Bibi, come è chiamato in Israele tanto dai supporter quanto dai detrattori. Così sebbene partiti che si identificano a destra abbiano sempre ottenuto una maggioranza dei 120 seggi della Knesset nelle ultime elezioni, l'indisponibilità di alcuni di loro ad appoggiare un leader che dal 2020 è sotto processo per diversi reati, inclusa corruzione e abuso d'ufficio, ha impedito la formazione di esecutivi stabili.
Il governo uscente, che si è proposto come "governo del cambiamento" è l'espressione di una coalizione di otto partiti rappresentativi di anime politiche e sociali diverse se non opposte: la destra simpatizzante dei valori religiosi di Yamina, quella risolutamente laica di Yisrael Beytenu, e quella laica ma più tradizionalista di Nuova Speranza, il centro di Blu e Bianco e Yesh Atid, il centro sinistra dei Partito laburista, la sinistra di Meretz e infine, per la prima volta nella storia, un partito arabo (e per sua stessa definizione islamista), Ra'am. La sua maggioranza però è durata solo alcuni mesi, in seguito a diversi cambi di casacca. Così Israele si ritrova ad andare di nuovo alle urne.
La scalata dell'ultradestra
Il grande fenomeno di questa campagna elettorale è il balzo in avanti dell'ultradestra del Partito sionista religioso, che potrebbe arrivare a prendere anche 15 seggi, che lo trasformerebbe nella terza forza politica del Paese dopo Likud e Yesh Atid.
La lista comprende in realtà tre differenti formazioni, lo stesso Partito sionista religioso, il gruppo omofobo Noam e Otzma Yehudit ("Potere ebraico"), erede politico del partito Kach che negli anni Ottanta fu bandito dalla Knesset per le sue posizioni razziste. Il suo leader Itamar Ben Gvir che in passato invocava l'espulsione dei cittadini arabi da Israele, dice di essersi "ammorbidito" e oggi promuove il bando di chi non è "leale" allo Stato ebraico, ma rivendica di non essere disponibile a compromessi.
A consentire a Otzma di entrare nell'arena politica dalla porta principale è stato lo stesso Netanyahu, che prima delle elezioni della primavera 2021 spinse l'alleanza dei tre gruppi sotto il simbolo del Partito sionista religioso per non rischiare di disperderne i voti. La lista ottenne così sei seggi. Oggi Netanyahu ne paga il prezzo, con molti elettori del Likud pronti a cambiare bandiera e Ben Gvir e il numero uno del partito Bezalel Smotrich che già richiedono ministeri di peso come la Difesa.
Cosa dicono i sondaggi
Sebbene in Israele i sondaggi pre-elettorali si siano dimostrati spesso poco affidabili, gli scenari più probabili sono questi: un nuovo stallo politico (che lascerebbe in carica per gli affari correnti l'attuale governo e porterebbe di nuovo il Paese a elezioni nel giro di pochi mesi) o una maggioranza risicata del blocco di Netanyahu.
Nei rilevamenti condotti dalle principali testate giornalistiche nel periodo pre-elettorale, infatti, la coalizione di Lapid non ha mai superato i 56 seggi, mentre Netanyahu è arrivato talora a raggiungerne 61 (almeno due dei tre partiti arabi che corrono per la Knesset non sono disponibili ad appoggiare nessuna delle due coalizioni).
Gli ultimissimi sondaggi prima delle urne davano al Likud una trentina di seggi, a Yesh Atid 24-27, al Partito sionista religioso 14 o 15 e al partito centrista di Unità nazionale guidato da Benny Gantz una decina. Tutti gli altri, incluse le due formazioni ultraortodosse, tra gli otto e i quattro parlamentari.
Cruciale nel determinare la possibilità di formare una coalizione sarà verificare quante delle formazioni più piccole passeranno la soglia di sbarramento del 3,25%. Secondo i sondaggi i due partiti di sinistra Labor e Meretz, i tre partiti arabi e la destra di Yamina rischiano tutti di non entrare. Se in particolare i primi non dovessero farcela, aprirebbero la strada al ritorno di Netanyahu.
Quando arrivano i risultati
Appena chiuse le urne alle dieci di sera verranno pubblicati i primi exit poll e inizierà il conteggio delle preferenze. Già a qualche ora dalla chiusura delle urne si potrebbe avere un quadro chiaro dei risultati, ma in un'elezione così in bilico potrebbero essere determinanti le poche decine di migliaia di voti espresse da soldati, pazienti in ospedale, carcerati e diplomatici che vengono contati in un secondo momento. I risultati devono comunque essere certificati in otto giorni, dopodiché il presidente di Israele Isaac Herzog terrà le consultazioni e deciderà a chi affidare l'incarico per tentare di formare il governo.