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L’incredibile blitz ucraino nel cuore della Russia

I sabotatori hanno colpito una base di elicotteri sul confine estone, a 250 chilometri da San Pietroburgo. È il secondo colpo clamoroso degli incursori di Kiev dopo l’attacco al porto di Sebastopoli. Che adesso scatenerà l’ira di Putin
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I sabotatori hanno indossato divise verdi anonime, poi sono penetrati nella base russa dove nessuno si aspettava un attacco: la frontiera ucraina dista seicento chilometri, troppi per restare in allerta. Le sentinelle hanno capito cosa stesse accadendo solo quando uno dopo l’altro gli elicotteri sulla pista sono saltati in aria. Testimoniando il più temerario raid dei commandos ucraini: hanno colpito un aeroporto nella regione di Pskov, a cinquanta chilometri dal confine estone, molto più vicino a San Pietroburgo che non a Kiev.

Da dove è partito il blitz

Le notizie rilanciate da alcuni canali Telegram di Mosca all’inizio hanno fatto pensare a un incidente. Ma poi gli ucraini hanno diffuso un video: le immagini dell’incursore che piazzava le cariche di esplosivo sugli elicotteri. I commandos si sono filmati mentre si muovevano con tranquillità nell’installazione nemica, mostrando una serie di dettagli del panorama che so…

I sabotatori hanno indossato divise verdi anonime, poi sono penetrati nella base russa dove nessuno si aspettava un attacco: la frontiera ucraina dista seicento chilometri, troppi per restare in allerta. Le sentinelle hanno capito cosa stesse accadendo solo quando uno dopo l’altro gli elicotteri sulla pista sono saltati in aria. Testimoniando il più temerario raid dei commandos ucraini: hanno colpito un aeroporto nella regione di Pskov, a cinquanta chilometri dal confine estone, molto più vicino a San Pietroburgo che non a Kiev.

Da dove è partito il blitz

Le notizie rilanciate da alcuni canali Telegram di Mosca all’inizio hanno fatto pensare a un incidente. Ma poi gli ucraini hanno diffuso un video: le immagini dell’incursore che piazzava le cariche di esplosivo sugli elicotteri. I commandos si sono filmati mentre si muovevano con tranquillità nell’installazione nemica, mostrando una serie di dettagli del panorama che sono serviti da sigillo: la posizione è stata geolocalizzata con esattezza, confermando che l’assalto è stato veramente condotto nell’aeroporto Veretye, alla periferia di Pskov. L’incredibile è diventato realtà: le forze speciali di Kiev sono arrivate nel cuore dello schieramento russo che fronteggia la Nato, a circa 250 chilometri da San Pietroburgo. 

L’operazione avrebbe permesso di distruggere due Kamov 52 Alligator e danneggiarne altri due: sono le cannoniere volanti che aprono la strada alle colonne corazzate di Putin, onnipresenti sulla linea del fuoco nel Donbass. Più dei danni però conta la dinamica della missione, che apre una serie di interrogativi e può aumentare i rischi di escalation: il sospetto è che la squadra di sabotatori sia partita dai Paesi Baltici, dove il sostegno alla resistenza ucraina è totale. Può averlo fatto anche senza la copertura delle istituzioni, perché per un raid del genere bastano una manciata di uomini e due zaini di granate: i boschi della zona hanno protetto la loro marcia fino alla struttura militare. Ma è inevitabile che i sospetti del Cremlino si allunghino oltre la frontiera e puntino su Tallin, Riga e Vilnius, le capitali che hanno vissuto l’occupazione sovietica e sono pronte a tutto per contribuire alla sconfitta russa.

Una missione complessa

Il livello delle azioni ucraine condotte dietro le linee russe continua a crescere. L’attacco al porto di Sebastopoli della scorsa settimana è destinato a entrare nei manuali: per la prima volta nella storia c’è stato un raid coordinato di droni aerei e navali. Si tratta di una missione che richiede una pianificazione complessa: bisogna conoscere l’esatta posizione dei bersagli e poi sincronizzare i movimenti dei mezzi teleguidati, che sono andati all’assalto contemporaneamente dal cielo e dal mare. Una tattica che ha reso difficile la reazione delle difese, impegnate a rispondere a due tipi di minacce diverse. La nuova ammiraglia della Flotta del Mare Nero, quella che ha preso il posto dell’incrociatore Moskva affondato ad aprile, è stata centrata da almeno due droni kamikaze, uno dei quali ha distrutto l’antenna del radar principale: la fregata Ammiraglio Makarov negli scorsi mesi aveva lanciato spesso i suoi missili a lungo raggio contro Odessa e contro altre città. Un dragamine invece sarebbe stato raggiunto da un barchino teleguidato, esploso contro la fiancata.

Un raid "all'italiana"

Stando alle prime informazioni, gli ucraini avrebbero utilizzato solo mezzi di produzione nazionale. In particolare, i droni naviganti – tecnicamente chiamati USV - sarebbero identici a quello arenato sulle coste della Crimea nello scorso settembre. Gli analisti hanno detto che si è trattato di un raid “all’italiana”, evocando le incursioni condotte dalla X Mas contro i porti britannici durante la Seconda Guerra Mondiale. Mosca invece accusa Londra di avere fornito tecnologia, informazioni e addestramento sia per pianificare l’attacco a Sebastopoli sia per costruire gli l’USV. Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, ha chiamato in causa gli inglesi anche per la distruzione dei due gasdotti NordStream: “Queste azioni non possono essere lasciate passare”.

La ritorsione di Putin contro l’assalto a Sebastopoli è stata pesante: il Cremlino ha interrotto il programma per l’esportazione dei cereali da Odessa negoziato con Turchia e Onu. Ieri ha bombardato una chiatta carica di grano e scagliato missili contro le installazioni ucraine. Erdogan in prima persona sta intervenendo per trovare una soluzione.

Questi raid di indubbio valore tattico hanno anche un effetto strategico. Anzitutto, allargano la dimensione del conflitto. Gli incursori ucraini hanno portato la guerra nel cuore della Crimea e della madrepatria Russia. Non si tratta delle spedizioni nelle zone più vicine al confine, come il sabotaggio delle linee ferroviarie o il clamoroso quanto misterioso volo degli elicotteri contro le raffinerie di Belgorod. Come accaduto con l’attacco contro il ponte della Crimea, adesso Mosca deve fare i conti con una minaccia che arriva ovunque e mette a segno azioni sempre più sofisticate. 

Il rischio di escalation

L’altro aspetto è il rischio di escalation. Questi colpi minano la credibilità di Putin, mostrando all’intera popolazione come la retorica dell’Operazione militare speciale sia pura propaganda: neppure la mobilitazione di 300mila riservisti ha migliorato la situazione al fronte e la sicurezza della Russia è piena di falle. Ognuno di questi attacchi aumenta l’ira del Cremlino e lo getta nelle braccia dei “falchi”, imponendo di innalzare il livello dello scontro. Dopo il camion bomba sul ponte della Crimea è scattata la campagna di missili e droni contro gli impianti energetici della capitale e delle altre città, che non si è ancora interrotta. Dopo il raid di Sebastopoli è stato sospeso l’accordo sul grano, l’unico passo avanti realizzato sulla strada della pace. E adesso bisogna capire quale sarà la rappresaglia per gli elicotteri saltati in aria alle porte dell’Estonia.

Chi a Kiev ha deciso queste operazioni? Tutte le autorità ucraine hanno festeggiato, nessuna se n’è attribuita la paternità. Si ritiene che la gestione sia in mano al servizio segreto militare ucraino, guidato dal giovanissimo generale Budanov, di soli 36 anni. Che però riceve informazioni e consulenze da alcune potenze alleate, se non dall’intera Nato. Sono tutte azioni belliche legittime, compiute senza il ricorso ai mezzi forniti dall’Occidente. Ma hanno lo stesso obiettivo: mettere a nudo le debolezze russe e provocare la reazione di Putin. Con un effetto facilmente prevedibile: allontanare qualsiasi percorso diplomatico e inasprire gli scontri. “Negoziare con Mosca è una minaccia per noi”, ha detto senza mezzi termini a Repubblica il numero due del Gru, Vadym Skibitsky.