Brasile, la resa di Bolsonaro: "E' finita". Ma i blocchi nelle strade restano
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoSAN PAOLO – La protesta scema ma i blocchi resistono. Ce ne sono ancora 126 in tutto il paese. Le immagini delle lunghe file di camion vengono trasmesse nelle dirette tv e nei collegamenti dalla periferia di San Paolo e parte di Rio de Janeiro. Ma è soprattutto negli Stati del Sud e del Centro, quelli più fedeli a Bolsonaro, che “la resistenza civile”, come viene chiamata dai promotori, continua a creare difficoltà nei collegamenti e nella distribuzione di carburante, cibo, medicine.
Il breve discorso pubblico di Jair Bolsonaro, avvenuto esattamente 44 ore e 34 minuti dopo la proclamazione della vittoria di Lula da parte del Tribunale Superiore Elettorale, non ha placato gli animi degli irriducibili. Gruppi estremisti di destra, secondo l’intelligence della Polizia militare, sin dal pomeriggio di domenica, con le urne ancora aperte, lanciavano appelli alla mobilitazione. Di fatto a tentare il golpe. Folha de S.Paulo riporta passi di chat a…
SAN PAOLO – La protesta scema ma i blocchi resistono. Ce ne sono ancora 126 in tutto il paese. Le immagini delle lunghe file di camion vengono trasmesse nelle dirette tv e nei collegamenti dalla periferia di San Paolo e parte di Rio de Janeiro. Ma è soprattutto negli Stati del Sud e del Centro, quelli più fedeli a Bolsonaro, che “la resistenza civile”, come viene chiamata dai promotori, continua a creare difficoltà nei collegamenti e nella distribuzione di carburante, cibo, medicine.
Il breve discorso pubblico di Jair Bolsonaro, avvenuto esattamente 44 ore e 34 minuti dopo la proclamazione della vittoria di Lula da parte del Tribunale Superiore Elettorale, non ha placato gli animi degli irriducibili. Gruppi estremisti di destra, secondo l’intelligence della Polizia militare, sin dal pomeriggio di domenica, con le urne ancora aperte, lanciavano appelli alla mobilitazione. Di fatto a tentare il golpe. Folha de S.Paulo riporta passi di chat a cui ha avuto accesso. In due giorni sono stati scambiati 22 milioni di messaggi: “Non consegniamo il paese al comunismo”, “La guerra civile è inevitabile”, “Chiamate più gente possibile, bisogna bloccare tutte le strade”, “I camionisti sono i nostri amici, come quelli dell’agrobusiness, chiedete la loro partecipazione”, “Bisogna bloccare tutto fino a quando interverrà l’esercito e risolverà la situazione: il piano è questo”. Molti hanno raccolto gli inviti e hanno chiuso le autostrade. La polizia ha esitato a intervenire. C’era l’ordine di restare a guardare. Il direttore della Polizia Federale Stradale, responsabile della circolazione, aveva già fatto capire da che parte stava. Nelle stesse ore in cui Telegram veniva invaso dagli appelli alla mobilitazione, il generale Silvinei Vasques postava su Twitter un invito a votare Bolsonaro. Una grave violazione del silenzio imposto durante il giorno delle elezioni e tra l’altro infranta da un militare che, secondo la legge, è tenuto all’imparzialità. Non era un’uscita casuale, osservano adesso i magistrati che hanno avviato un’indagine penale su quanto è accaduto nelle ultime 48 ore.
I danni provocati dai blocchi sono stati soprattutto economici, al di là del disagio per milioni di brasiliani prigionieri delle file e costretti a perdere una giornata di lavoro e quindi di stipendi o incassi. Gli inquirenti sono convinti che esisteva un piano, ben articolato e studiato da tempo, che doveva scattare in caso di sconfitta. Jair Bolsonaro ne era cosciente. Probabilmente non lo conosceva nei dettagli, ma il suo silenzio, di fronte alle sommosse che crescevano nel paese, era una evidente manifestazione di solidarietà per chi agiva al suo posto. Il “mito” resisteva alle pressioni che gli arrivavano da tutte le parti per riconoscere il verdetto delle urne, l’ala dura creava il caos per le strade. Anche la scena della pistola puntata in faccia a un uomo di colore, alla vigilia del ballotaggio, a due passi dove sfilavano Lula e il suo vice Alckmin, da parte della deputata Carla Zambelli, fedelissima di Bolsonaro, adesso viene rivista con una luce diversa. Non più come un gesto assurdo e irresponsabile ma una provocazione. Una delle tante per alzare la tensione. Lei stessa, mentre cresceva il numero di blocchi, lanciava appelli alla resistenza dal suo account Twitter. Faceva parte del piano.
Tutti si chiedevano quale sarebbe stata la reazione dell’ex capitano se avesse perso. Era la principale preoccupazione. La sequenza dei fatti, il silenzio del capo, l’atteggiamento incerto dei suoi ministri facevano rivivere i giorni di Trump culminati con l’assalto a Capitol Hill. Sembrava un copione già scritto. Per questo si sono subito mossi i consiglieri del Tribunale Superiore Federale. Erano i soli garanti della democrazia. Non c’era un governo in carica. Jair Bolsonaro sarebbe stato l’unico, secondo la Costituzione, a dare l’ordine all’esercito di intervenire per riportare l’ordine. Bisognava giocare d’anticipo. Così è stato: il Supremo ha ordinato alla polizia di rimuovere i blocchi anche con la forza. Questo ha spianato la strada per una presa di distanza anche tra i ministri del governo, dei presidenti di Camera e Senato, dei governatori e dei sindaci che in massa hanno fatto sgomberare gli assembramenti. Jair è rimasto solo. Ha resistito ancora qualche ora, poi, dopo aver visto, corretto e limato il suo breve comunicato, ha annunciato la resa.
I suoi collaboratori e alleati avrebbero voluto un discorso più chiaro e deciso, di condanna delle sommosse e un invito esplicito a lasciare le strade. L’ex capitano si è rifiutato, aveva bisogno di mantenere il legame con l’ala dura. È quella che aveva guidato la sua vittoria nel 208, che lo ha sostenuto in questi quattro anni. Non ha parlato del risultato elettorale, non ha riconosciuto la vittoria di Lula, ha solo annunciato l’avvio del trapasso di potere con la consegna dei dossier più delicati e urgenti. Solo a quel punto i magistrati del Supremo lo hanno ricevuto. Erano in 9 su 11 consiglieri. L’ex capitano ha chiesto ai suoi ministri di accompagnarlo ma tutti hanno declinato. Doveva andarci da solo. Il colloquio, raccontano le fonti interne, è stato formale ma disteso. Edson Fachin, uno dei consiglieri, ha detto che l’ex presidente ha usato a un certo punto l’espressione “Se acabou” che in portoghese significa “E’ finita”. Guiderà l’opposizione, ha fatto sapere Jair Messia Bolsonaro.
Lula intanto si prende qualche giorno di riposo a Bahia dove è volato con sua moglie Janja. Martedì sarà a Brasilia per i primi contatti con il Congresso. Inizia il lavoro in cui è più abile: trattare con il Centro per riuscire a governare. E’ in arrivo Kamala Harris, a novembre è stato invitato al vertice sull’Ambiente in Egitto. Avrà molto da dire. L’agonia dell’Amazzonia resta una priorità: "Siamo pronti a un ruolo di primo piano nella crisi climaica", ha twittato.