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Ecco perché la Brexit non sta funzionando

Il Parlamento nordirlandese (afp)
Commercio, economia, decrescita. Sinora gli effetti dell’uscita del Regno Unito dall’Ue sono stati mascherati da Covid e guerra in Ucraina. Ora però stanno venendo a galla, e ci sono brutte notizie per Londra
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LONDRA. A oltre sei anni da uno dei referendum più divisivi di sempre e a più di due dalla definitiva uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, ci sono delle certezze: la Brexit non funziona, almeno per il momento. Oramai scaricare tutte le colpe sul Covid e sulla guerra in Ucraina non è più sufficiente. Perché il Regno Unito, secondo i motivi e diversi dati che vedremo in questo articolo, va peggio, se non molto peggio, di altri Paesi del G7 o economicamente sviluppati.

Non è un caso che, almeno a oggi, molti fautori della Brexit oltremanica non abbiano solidi argomenti per giustificare l’addio a Bruxelles, se non “abbiamo avuto il vaccino anti Covid prima di tutti”, “abbiamo la libertà di commerciare con altri Paesi”, “abbiamo riacquisito libertà e controllo del nostro destino”. Tutto paradossalmente giusto. Ma l’economia britannica sta evidentemente soffrendo più …

LONDRA. A oltre sei anni da uno dei referendum più divisivi di sempre e a più di due dalla definitiva uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, ci sono delle certezze: la Brexit non funziona, almeno per il momento. Oramai scaricare tutte le colpe sul Covid e sulla guerra in Ucraina non è più sufficiente. Perché il Regno Unito, secondo i motivi e diversi dati che vedremo in questo articolo, va peggio, se non molto peggio, di altri Paesi del G7 o economicamente sviluppati.

Non è un caso che, almeno a oggi, molti fautori della Brexit oltremanica non abbiano solidi argomenti per giustificare l’addio a Bruxelles, se non “abbiamo avuto il vaccino anti Covid prima di tutti”, “abbiamo la libertà di commerciare con altri Paesi”, “abbiamo riacquisito libertà e controllo del nostro destino”. Tutto paradossalmente giusto. Ma l’economia britannica sta evidentemente soffrendo più di molte altre. E la colpa è, indubbiamente, la Brexit, anche se nessuno vuole parlarne o mettere in discussione nel Regno Unito, neanche i laburisti che considerano l’argomento tossico. Ma ecco perché le cose non vanno bene, in cinque motivi. 

I guai economici

La Brexit è stata votata dal 52% dei britannici nel 2016 soprattutto contro l’immigrazione e la libera circolazione delle persone dall’Ue, pilastro del mercato unico europeo. In ogni caso, era plausibile che abbandonare il mercato unico collettivo più grande del mondo e lontano solo poche miglia dalla Manica, ossia il mercato unico europeo appunto, sarebbe stato un atto di raro masochismo economico.

I nodi stanno venendo al pettine: secondo l’Obr, ossia l’Ufficio della Responsabilità Fiscale che fa parte del Tesoro britannico, la Brexit provocherà una perdita del 4% del Pil nei prossimi 15 anni. In cambio, sinora, Londra ha firmato nuovi accordi commerciali con Giappone, Australia e Nuova Zelanda, gli unici supplementari a quelli che aveva già nel mondo sotto l'ombrello dell’Ue. Ma il dado è il tratto: i benefici del trattato di libero scambio con Camberra, per esempio, è stato stimato dallo stesso Obr pari allo 0,08% entro il 2035. Misere briciole. 

I guai commerciali 

Quando alla fine del 2019 l’allora primo ministro Boris Johnson firmò il trattato di libero scambio tra Uk e Ue, lo presentò alla nazione come una grande vittoria diplomatica e commerciale: “Zero dazi, zero tariffe! Cresceremo ancora di più!”, promise. Peccato che un trattato di libero scambio abbia molte più frizioni, burocrazia e costi doganali rispetto all'appartenenza al mercato unico europeo.

Di conseguenza, tantissime aziende britanniche, soprattutto quelle medio-piccole che non possono permettersi di aprire una sede in Ue per aggirare il problema, hanno enormi problemi ad esportare in Europa, nonostante una sterlina decisamente deprezzata negli ultimi tempi a causa del disastro finanziario dell’ex prima ministra Liz Truss. E l’import è cresciuto nel frattempo solo perché il Regno Unito ancora non impone quasi alcun tipo di controllo per la merce in arrivo dall’Ue. I risultati sono evidenti in questo grafico dell’Obr: se dopo la pandemia l’export britannico ha avuto alti e bassi, l’economie dell’eurozona, degli Stati Uniti e delle economie più avanzate hanno ripreso a correre molto più forte di Londra.

Grafico OBR 

 

Prospettive deprimenti

Non solo. Secondo l'Obr, la Brexit ha sinora causato la “perdita del 15% di intensità commerciale” del Regno Unito. Anche come investimenti, secondo l’istituto di statistica Ons, i livelli non hanno mai più raggiunto quelli pre 2016, l’anno del referendum, mentre in Usa ed Ue i valori sono molto più confortanti o in sensibile ascesa, come nota il Financial Times e come illustra questo grafico in basso. L’inflazione oltremanica ha sfondato il 10% anche per queste dinamiche. Mentre la sterlina, come dicevamo, ha perso costantemente valore da quella consultazione popolare di 6 anni fa, ma è vero che questo è un trend che andava avanti da molti decenni rispetto al dollaro. 

Grafico Financial Times 

Ci sono poi problemi cronici dell’economia britannica, come quello della scarsa produttività, aggravatasi soprattutto dopo la crisi dei mutui subprime nel 2008-2009. Ma la Brexit complica l’intero scenario. Basti vedere i dati sulle prospettive di crescita e inflazionarie del Regno Unito rispetto agli altri Paesi del G7, come stimato da Fmi e Banca d’Inghilterra nel grafico in basso. Dati inquietanti per Londra. Mentre nel G20, va peggio solo la sanzionatissima Russia. 

 Grafico Financial Times 

 

La mancanza di manodopera 

È un’altra innegabile conseguenza della Brexit a causa delle difficoltà per i lavoratori europei di ottenere un visto per gli impieghi meno qualificati, nell’ambito del severo “sistema a punti” sul modello australiano approvato due anni fa dal governo Johnson. Le conseguenze sono evidenti: la disoccupazione è ai minimi da quasi mezzo secolo, al 3,8%, ma ci sono ancora un milione e mezzo circa di posti di lavoro vacanti.


La storia è sempre la stessa: molti britannici o autoctoni non vogliono fare certi tipi di mestieri sfiancanti o poco retribuiti, come lavorare nei campi, nei cantieri o anche nei ristoranti, dove intanto si vedono sempre più giovanissimi inglesi alle prime armi e spesso confusionari perché senza esperienza. Non a caso, il nuovo primo ministro Rishi Sunak, un brexiter della prima ora che ha sempre sognato la City come nuova Singapore sul Tamigi simbolo della deregulation, sta pensando di concedere visti più facili ai lavoratori non qualificati. Insomma, l’altro sogno della Brexit, ossia quello di avere salari sempre più alti e piena occupazione autoctona (altro modello Singapore), non sembra essersi affatto avverato, almeno per ora. 

La questione Irlanda del Nord

Il paradosso è che la nazione britannica sull’isola di Irlanda cresce più di Inghilterra, Scozia e Galles. Quando, con la progressiva uscita dall’emergenza e dalla contrazione pandemica, sono iniziati a emergere questi dati positivi per l’economia di Belfast, i brexiter li hanno subito derubricati e snobbati: “La vera ragione sta nell’ampio settore pubblico nordirlandese”, è stata la loro lettura. Invece, l’economia nordirlandese ha raggiunto prima di tutti, nella famiglia del Regno Unito, i livelli pre Covid.

Il motivo, quello reale, è semplice: l’Irlanda del Nord, a causa del controverso Protocollo Brexit che fa infuriare euroscettici e unionisti e che potrebbe scatenare una guerra commerciale tra Ue e Uk che penalizzerebbe soprattutto Londra, ha la “fortuna” di godere di uno status speciale. Ossia far parte sia del mercato unico europeo che di quello britannico, senza alcuna frizione. La stessa condizione anche del Regno Unito, prima della Brexit. Un raffronto per cui molti si stanno mordendo i gomiti in Gran Bretagna. E forse il peggio deve ancora arrivare, visto che Sunak si appresta a una manovra lacrime e sangue e all’aumento delle tasse per riparare i disastri ereditati da Truss.