Israele, chi è Itamar Ben Gvir, l'ultrà di destra che garantisce la maggioranza a Netanyahu e preoccupa gli Usa: dalle minacce a Rabin al governo
GERUSALEMME – Da leader di un partito isolato e considerato inaccettabile ad astro nascente della politica di un’Israele che si sposta sempre più a destra. Se i risultati delle elezioni nello Stato ebraico con oltre l’85% per cento dei voti scrutinati regalano la vittoria a Benjamin Netanyahu, il vero trionfatore è il quarantaseienne Itamar Ben Gvir.
Numero due della lista Partito Sionista Religioso e leader del gruppo Otzma Yehudit (Potere ebraico), Ben Gvir cominciò il suo attivismo negli ambienti dell’estrema destra ai tempi degli Accordi di Oslo che dovevano aprire la strada alla pace tra Israele e quella che all’epoca era l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Nel 1995, poche settimane prima dell’assassinio del primo ministro Yitzhak Rabin per mano di un estremista di destra, Ben Gvir conquistò le luci della ribalta brandendo in televisione lo stemma di una Cadillac rubata dall’…
GERUSALEMME – Da leader di un partito isolato e considerato inaccettabile ad astro nascente della politica di un’Israele che si sposta sempre più a destra. Se i risultati delle elezioni nello Stato ebraico con oltre l’85% per cento dei voti scrutinati regalano la vittoria a Benjamin Netanyahu, il vero trionfatore è il quarantaseienne Itamar Ben Gvir.
Numero due della lista Partito Sionista Religioso e leader del gruppo Otzma Yehudit (Potere ebraico), Ben Gvir cominciò il suo attivismo negli ambienti dell’estrema destra ai tempi degli Accordi di Oslo che dovevano aprire la strada alla pace tra Israele e quella che all’epoca era l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Nel 1995, poche settimane prima dell’assassinio del primo ministro Yitzhak Rabin per mano di un estremista di destra, Ben Gvir conquistò le luci della ribalta brandendo in televisione lo stemma di una Cadillac rubata dall’auto del leader. “Abbiamo raggiunto la sua macchina, arriveremo anche a lui,” disse nell’occasione.
Respinto dall’esercito per via delle sue posizioni estremiste, Ben Gvir va fiero di essere stato incriminato più di cinquanta volte con l’accusa di incitamento all’odio (accuse in massima parte cadute in tribunale), esperienza che l’ha spinto a diventare avvocato. Ben Gvir vive nella comunità ebraica di Hebron in Cisgiordania, una piccola enclave in una delle più popolose città palestinesi nonché tra le aree più tese della regione. Si è costruito una reputazione come difensore degli estremisti ebrei accusati dei crimini più efferati, compresi i responsabili della morte del piccolo palestinese Ali Dawabsheh, ucciso a 18 mesi insieme ai genitori da una bomba incendiaria lanciata nella sua casa nel villaggio di Duma.
In passato il leader caldeggiava l’espulsione da Israele di tutti i cittadini arabi, negli ultimi anni ha dichiarato di aver cambiato idea e di avercela solo con coloro che non sono “leali allo Stato,” oltre che con i terroristi, per cui invoca la pena di morte.
A consentirgli di entrare nell’arena politica dalla porta principale nel 2021 è stato lo stesso Netanyahu, che prima delle elezioni spinse Otzma Yehudit – che fino ad allora aveva raccolto neanche il 2% dei consensi elettorali – ad allearsi con il Partito Sionista Religioso e con il gruppo omofobo Noam per evitare di disperdere i suoi voti. La lista allora raccolse sei seggi, oggi sono diventati quattordici, grazie alla capacità di Ben Gvir di catalizzare consensi battendo sul tema della sicurezza, della forza militare e dell’identità ebraica di Israele.
“Buongiorno popolo d’Israele! È giunto il momento di un vero governo di destra. È tempo di essere padroni nel nostro paese!” ha twittato Ben Gvir, all’indomani delle elezioni.
Se la composizione della mappa elettorale verrà confermata dai risultati finali, Netanyahu infatti avrà la possibilità di formare un governo senza alcuna componente centrista, con i 31 seggi del Likud, i 14 del Partito Sionista Religioso e i 20 delle due formazioni ultraortodosse (i sefarditi dello Shas e gli ashkenaziti di United Torah Judaism).
In questo scenario però, il Likud potrebbe essere costretto a rinunciare a ministeri di peso a favore degli alleati, un’ipotesi non gradita a Netanyahu. Il leader del Partito Sionista Religioso Bezalel Smotrich ha dichiarato di ambire alla Difesa, un posto chiave per uno Stato che si trova quotidianamente a scontrarsi con terrorismo e minacce alla sicurezza nazionale. Ben Gvir invece punta al Ministero della Sicurezza Interna, allo scopo di controllare la polizia.
Tra gli obiettivi del Partito Sionista Religioso poi c’è quello di depotenziare l’indipendenza della magistratura, riformando la modalità di elezione dei giudici della Corte Suprema e concedendo all’esecutivo la possibilità di scavalcarne le decisioni. Una posizione che secondo molti analisti israeliani attualmente rappresenta il principale pericolo per la tenuta democratica del paese. Smotrich e Ben Gvir si sono detti inoltre favorevoli a trovare una soluzione per i processi di Netanyahu, decriminalizzando i reati di cui è imputato oppure concedendogli una sorta di immunità retroattiva, sebbene Netanyahu abbia dichiarato di non aver bisogno di questo tipo di manovre.
Nelle scorse settimane, la grande affermazione del Partito Sionista Religioso, ampiamente prevista dai sondaggi, ha suscitato apprensione tra gli alleati di Israele nel mondo. Il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayed per esempio, ha avvertito Netanyahu che un governo con l’ultradestra potrebbe mettere a rischio le relazioni bilaterali stabilite con gli Accordi di Abramo, mentre un ammonimento contro la scelta di un alleato tanto controverso è stato lanciato anche da Robert Menendez, a capo della Commissione Affari Esteri del Senato americano.
E tuttavia, gli analisti concordano come sia molto improbabile che Netanyahu scelga di abbandonare gli alleati a destra per cercare alternative meno scontate. Anche se nella volatile politica israeliana – il paese ha votato ieri per la quinta volta in tre anni e mezzo – tutto può sempre succedere.