L'ombra del gelo sulla guerra in Ucraina: cosa insegnano i successi del "generale Inverno" nei conflitti della storia
di Enrico Franceschini , di Enrico FranceschiniLONDRA - Da alcuni giorni le truppe russe e quelle ucraine affrontano un nuovo avversario, che avrà conseguenze per entrambi e che li accompagnerà per i prossimi quattro o cinque mesi: il cosiddetto "generale Inverno". Così è stato chiamato dalla storia militare e dalla letteratura il freddo intenso dell'inverno nella Russia zarista e nell'Unione Sovietica comunista, i due imperi al cui interno si trovano le regioni oggi teatro della guerra in Ucraina. Quel condottiero senza volto, rappresentato dalla neve, dal gelo, dalla tormenta e dai disagi che ne derivano, ebbe un'influenza decisiva nelle invasioni subite da Mosca nell'Ottocento e nel Novecento, contribuendo a sconfiggere prima Napoleone e poi Hitler. "Kholod i golod, freddo e fame, la Russia è tutta in due parole", come scrisse Alberto Ronchey nel memorabile lead di un suo reportage di trent'anni or sono per "Repubblica". Ma il freddo ha giocato…
LONDRA - Da alcuni giorni le truppe russe e quelle ucraine affrontano un nuovo avversario, che avrà conseguenze per entrambi e che li accompagnerà per i prossimi quattro o cinque mesi: il cosiddetto "generale Inverno". Così è stato chiamato dalla storia militare e dalla letteratura il freddo intenso dell'inverno nella Russia zarista e nell'Unione Sovietica comunista, i due imperi al cui interno si trovano le regioni oggi teatro della guerra in Ucraina. Quel condottiero senza volto, rappresentato dalla neve, dal gelo, dalla tormenta e dai disagi che ne derivano, ebbe un'influenza decisiva nelle invasioni subite da Mosca nell'Ottocento e nel Novecento, contribuendo a sconfiggere prima Napoleone e poi Hitler. "Kholod i golod, freddo e fame, la Russia è tutta in due parole", come scrisse Alberto Ronchey nel memorabile lead di un suo reportage di trent'anni or sono per "Repubblica". Ma il freddo ha giocato un ruolo anche in molti altri conflitti del passato. La lezione complessiva è che il generale Inverno punisce l'esercito che attacca più dell'esercito che difende, anche se non è sempre così. E talvolta ne escono male tutti e due. Ecco una breve cronistoria di alcuni degli episodi più significativi in cui è emerso questo fattore, per cercare di prevedere come potrà incidere nella guerra d'invasione russa in Ucraina e sulla contro-offensiva lanciata da Kiev per riconquistare i propri territori.
Annibale sulle Alpi
"Levato l'accampamento all'alba, mentre l'armata procedeva lentamente attraverso luoghi ricoperti di neve e sul volto dei soldati si leggevano disperazione e stanchezza, Annibale che si trovava in testa alla colonna in marcia, una volta raggiunta un'altura, ordinò ai suoi di fermarsi e mostrò loro l'Italia, la pianura fino al fiume Po, che si stendeva ai piedi delle Alpi". Così scriveva lo storico Tito Livio, autore di "Ab Urbe condita", storia di Roma dalla fondazione al 9 avanti Cristo. L'attraversamento delle Alpi con un enorme esercito permette al generale cartaginese di prendere di sorpresa l'esercito romano e di vincere la prima fase della seconda guerra punica (218-202 avanti Cristo), anche se poi, dopo i famosi ozi di Capua, Roma si riprende e riesce infine a prevalere. Ma l'ardita impresa di superare le montagne che fornivano una difesa naturale a nord della penisola italiana non è facile, rischiando anzi di compromettere l'invasione ancora prima che cominci. Dalla costa dell'Africa, Annibale era risalito attraverso la Spagna e la Francia odierne alla guida di un esercito di 40 mila fanti, 10 mila cavalieri e 37 elefanti. Il generale giunge alle Alpi verso la fine di settembre del 218 avanti Cristo. L'imponenza delle montagne, uno spettacolo che i soldati cartaginesi non avevano mai visto, l'aspetto selvaggio degli uomini delle popolazioni locali con barbe e capelli lunghi, e il clima sempre più rigido di giorno in giorno, suscitano una crescente apprensione nel corpo di spedizione invasore. Una prima nevicata li sorprende all'inizio di ottobre. Al freddo e alla fatica si aggiungono gli attacchi delle tribù di montanari. Nel punto più elevato, il percorso, in località del Col delle Traversette secondo recenti studi scientifici, raggiunge 2950 metri di quota, con stretti passaggi fra burroni e ghiacciai. Si stima che 20 mila fanti e 6 mila cavalieri morirono lungo il tragitto. E la discesa si rivela ancora più ardua della salita. Ma alla fine, rincuorati dalla vista dell'Italia (forse da Punta Costa, a quota 3305 metri), Annibale raggiunge la pianura padana e, dopo aver fatto riposare quel che rimaneva del suo esercito, attacca i romani, prendendoli per così dire alle spalle.
La guerra napoleonica
"Non c'è nulla di più forte di quei due combattenti là: tempo e pazienza". È il motto del generale Kutuzov, descritto da Tolstoj nel suo epico romanzo "Guerra e pace", e diventato proverbiale. Ma "tempo e pazienza" diventano un combattente formidabile per respingere Napoleone perché mescolati a un terzo ingrediente: l'inverno. L'imperatore francese inizia l'invasione della Russia il 25 giugno del 1812, senza incontrare praticamente resistenza. A eccezione di pochi e brevi combattimenti, la Grande Armata napoleonica, reduce da vittorie in tutta Europa e forte di oltre 600 mila uomini fra fanteria e cavalleria, marcia indisturbata per circa un mese. Inizialmente è il caldo torrido dell'estate russa a creare difficoltà all'avanzata, anche perché milizie e civili evacuavano i villaggi abbattendo il bestiame piuttosto che lasciarlo al nemico e facendo terra bruciata. Napoleone, che si era aspettato di affrontare e sconfiggere subito le truppe dello zar Alessandro in campo aperto, comincia invece a capire che la guerra sarebbe durata più a lungo del previsto. L'inverno in Russia inizia già in autunno e i primi freddi spingono l'imperatore a decidere dove avrebbe trascorso i mesi più rigidi, giungendo alla conclusione di puntare su Mosca e occuparla, nella convinzione che questo avrebbe umiliato lo zar, costringendolo alla resa. Il 7 settembre, alle porte della capitale, la battaglia di Borodino sembra il preludio di una riuscita del suo piano: i francesi vincono, ma i due eserciti subiscono enormi perdite, circa 40 mila uomini per parte. I russi consegnano a Napoleone una capitale deserta, a cui poi appiccano fuoco, devastandola. A corto di rifornimenti, preoccupato da quello che può succedere a Parigi per la sua lunga assenza, in difficoltà per il freddo sempre più intenso, il 19 ottobre l'imperatore decide di ritirarsi, percorrendo a ritroso il cammino fatto in estate. La marcia verso casa diventa una carovana lunga chilometri, che avanza sotto la neve, male equipaggiata per un clima simile, costretta a trasportare anche cannoni e prigionieri, attaccata sui fianchi dalle imboscate con tecnica da guerriglia dell'esercito russo e dei cosacchi suoi alleati. La temperatura scende a -5, poi a -25. Le bufere di neve rendono la visibilità vicina allo zero. A questo si aggiungono le trappole create dai russi, che bruciano i ponti sui fiumi e poi attaccano a sorpresa i francesi, causando perdite enormi all'invasore. "Cosa può l'uomo contro le armi, il freddo e la fame messi insieme?", scrisse in un dispaccio l'ambasciatore del Regno di Sardegna in Russia, Joseph de Maistre. "Si immagini un deserto di ghiaccio dove non si vedono che neve, corvi, lupi e cadaveri: ecco lo scenario da Mosca fino alla frontiera. I soldati muoiono di fame e di freddo, quelli che sopravvivono si cibano di carogne d'animale perfino di carne umana in episodi di cannibalismo". Il 29 novembre Napoleone riesce a passare il fiume Beresina con un contingente di ufficiali e soldati, mettendosi in salvo, ma da lì a metà dicembre il suo esercito perde più di 400 mila uomini. Una disfatta che segna l'inizio della fine per l'imperatore, sconfitto dagli inglesi tre anni più tardi a Waterloo, catturato ed esiliato a Sant'Elena dove muore nel 1821.
L'invasione di Hitler
Poco più di cent'anni dopo la disfatta napoleonica, nonostante l'esempio di cosa possa produrre il generale Inverno, nel 1941 Adolf Hitler ci riprova. Anche il Fuhrer invade la Russia, anche lui in giugno, anche lui arriva (quasi) fino a Mosca: un monumento con tre gigantesche barriere anticarro, all'altezza dell'aeroporto moscovita di Sheremetevo, indica tuttora il punto fino a cui arrivarono le forze naziste, abbastanza vicino da poter bombardare il centro della capitale con i loro cannoni, ma senza mai riuscire a prenderla. Come Napoleone, anche Hitler pensa di poter conquistare la Russia con una guerra lampo e viene invece fermato dal motto di Kutuzov, "tempo e pazienza", e dal gelo invernale. Come Napoleone, anche per lui all'inizio sembra andare tutto bene: l'Operazione Barbarossa, come viene chiamata in codice l'invasione, penetra facilmente in territorio russo per 800 chilometri. L'assedio di Mosca comincia poco dopo, ma il 7 ottobre il generale Inverno dà un assaggio di quello che può fare: iniziano abbondanti nevicate, poi la temperatura sale improvvisamente di qualche grado, e la neve si scioglie, impantanando le strade al punto di renderle impraticabili. È un fenomeno ancora ben noto ai russi, che d'inverno prediligono il "moroz", il gelo a -10 gradi sottozero. che tiene la neve compatta e ghiacciata, altrimenti le vie diventano laghi e ci si bagna i piedi ad attraversarle (per questo tutti a Mosca sopra le scarpe indossano i valenki, pesanti stivali di feltro). Camion e panzer di Hitler non riescono più a muoversi, nemmeno gli aerei della Luftwaffe possono decollare perché le piste sono un mare di fango. Poi arriva l'inverno vero. Per sfortuna dei tedeschi, l'inverno del '41 raggiunge le temperature più basse della storia, con il termometro che scende fino a quaranta gradi sottozero. Il carburante si congela. Le armi risultano inutilizzabili. L'abbigliamento dei soldati non basta più a proteggerli. E come al tempo di Kutuzov, Stalin ordina alle sue truppe di attaccare il nemico con imboscate e trappole. Anche per i tedeschi inizia una ritirata, più lunga di quella napoleonica: per 900 giorni assediano infatti Leningrado, riducendola alla fame, e la sconfitta diventa definitiva soltanto con la battaglia di Stalingrado, fra l'agosto del '42 e febbraio del '43, che apre ai sovietici la strada verso Berlino: un altro inizio della fine.
Le gavette degli alpini italiani
Alla disastrosa campagna partecipano anche le truppe italiane, con l'Ottava Armata e il corpo degli Alpini, inviati da Benito Mussolini a combattere in Russia in nome dell'alleanza con Hitler, armati ed equipaggiati molto peggio dei tedeschi. In tutto, i nostri connazionali che partono per l'invasione sono circa 300 mila: un terzo, almeno 100 mila, non torneranno a casa, uccisi dai russi e dal generale Inverno. "La visibilità divenne nulla", scrive l'ex-alpino Giulio Bedeschi in "Centomila gavette di ghiaccio", il romanzo autobiografico in cui ricorda quella tragica esperienza, con il quale vinse nel 1964 il Premio Bancarella. "Come ciechi, i marciatori continuarono a camminare affondando fino al ginocchio, piangendo, bestemmiando, avanzando con estrema fatica di trecento metri in mezz'ora. Come ad ogni notte, ciascuno credeva di morire di sfinimento nella neve, qualcuno veramente s'abbatteva e veniva ingoiato dalla mostruosa nemica, nel nero cuore della notte".
La battaglia delle Ardenne
Il generale Inverno fa sentire la sua morsa anche in un'altra grande battaglia della Seconda guerra mondiale: l'offensiva delle Ardenne, tra il 16 dicembre 1944 e 28 gennaio 1945, l'ultimo attacco strategico tedesco sul fronte occidentale, con il quale Hitler spera di ottenere una clamorosa sconfitta degli Alleati. Durante la prima settimana, le forze tedesche colgono alcune significative vittorie, riuscendo a sfondare in profondità. Presi di sorpresa, in preda a un eccessivo sentimento di superiorità numerica e sicurezza, i comandi alleati mostrano inizialmente segni di sbandamento, facendo temere un disastro. Dopo un mese di durissimi scontri, nel clima rigido delle Ardenne, una regione di colline e foreste tra Belgio, Lussemburgo e Francia, la battaglia terminò tuttavia con la vittoria degli Alleati e il fallimento dell'offensiva del Terzo Reich. I tedeschi perdono 30 mila uomini fra morti e dispersi, gli angloamericani più di 20 mila. Le conseguenze vengono dibattute a tutt'oggi dagli storici. Secondo alcuni, le dure perdite fecero cambiare piani agli Alleati, rallentando l'avanzata verso Berlino. Altri sostengono che l'importanza data da Hitler alla battaglia delle Ardenne gli fece spostare forze e mezzi dal fronte orientale, favorendo involontariamente l'avanzata sovietica. La storiografia russa, al contrario, ritiene che fu l'avanzata sovietica a costringere Hitler a districarsi su due fronti e a perdere per questo la battaglia delle Ardenne. Nel corso della quale nacquero anche forti dispute tra gli americani del generale Patton e del generale Eisenhower, da un lato, e gli inglesi del maresciallo Montgomery dall'altro. Il vero vincitore fu ancora una volta il generale Inverno, che in un certo senso aveva inflitto sconfitte prima agli uni e poi agli altri.
La guerra di Corea
Un'altra battaglia di fondamentale importanza combattuta in condizioni di estremo gelo fu quella del bacino di Chosin, durante la guerra di Corea, tra il 27 novembre e il 13 dicembre 1950. Segna l'ingresso in guerra della Cina a fianco della Corea del Nord, con un attacco a sorpresa contro le forze internazionali e americane che appoggiano la Corea del Sud. La Nona armata cinese, forte di 130 mila uomini, circonda 30 mila soldati delle Nazioni Unite sotto il comando del generale Oliver Smith. Mao Ze Dong in persona ha dato ordine di distruggere le truppe dell'Onu. Le quali riuscono tuttavia a battere in ritirata e a rompere l'accerchiamento, infliggendo pesanti perdite ai cinesi, grazie alla Task Force Faith, una unità di Marines americani che subisce in pieno la violenza dell'attacco cinese, opponendo una eroica resistenza in condizioni numeriche di totale svantaggio. La battaglia viene combattuta su uno dei terreni più impervi e con le condizioni invernali più avverse mai incontrate nel corso dell'intera guerra. Il 14 novembre un'ondata di gelo proveniente dalla Siberia scende sopra il bacino di Chosin, facendo calare la temperatura fino a -37 gradi. C'è un elevato rischio per i soldati di morire di congelamento. Gli incidenti sulle strade ghiacciate diventano sempre più frequenti. Le armi non funzionano più. Le forniture mediche si ghiacciano. Le siringhe di morfina da somministrare ai feriti devono essere scongelate nella bocca di un medico prima di venire iniettate. Sangue e plasma ghiacciati risultano inutilizzabili. Perfino tagliare un pezzo di un abito per trattare una ferita espone al rischio di cancrena o congelamento. Le batterie per le auto e per le radio si scaricano. Il lubrificante per le armi è troppo viscoso per essere usato appropriatamente. I fucili si inceppano. E' impossibile sparare. Eppure, stremati dal freddo e falcidiati di perdite, i Marines rompono l'anello stretto dai cinesi attorno alle forze Onu e permettono la ritirata. Le forze dell'Onu riportarono un totale di 10495 morti, tra cui 4385 Marines Usa. Altri 7 mila uomini morirono assiderati Una dozzina di Marines ricevono la Purple Heart, più alta medaglia al valore americana, per il loro coraggio. La battaglia pose fine all'aspettativa di una vittoria totale delle forze Onu, con la riunificazione della penisola di Corea: la divisione al 38esimo parallelo tra una Corea del Nord sotto influenza cinese e una Corea del Sud protetta dagli Stati Uniti. Ma le forze cinesi persero quasi 50 mila uomini e a loro volta compresero di non potersi spingere oltre. Il generale Inverno aveva fatto sentire anche lì la sua gelida morsa.