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Mosca infiamma lo scontro nel Kosovo

(reuters)
Si dimettono politici e poliziotti d’etnia serba per protesta contro il governo di Pristina. Il premier accusa la Russia. Belgrado mette l’esercito in allerta
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Questa volta il focolaio è ancora più vicino all’Italia. Un fuoco su cui soffiano con ostinazione gli emissari del Cremlino, con lo stesso obiettivo dell’invasione dell’Ucraina: rimettere in discussione l’architettura della sicurezza in Europa disegnata negli ultimi trent’anni. Partendo da dove è tutto è cominciato: i Balcani.

Ieri in Kosovo i rappresentanti della minoranza serba si sono dimessi in blocco. Un ministro, dieci parlamentari, i dirigenti delle amministrazioni locali, i funzionari della polizia hanno deciso di lasciare i loro posti. Il motivo dello scontro è quello che da un anno divide l’unico stato creato nel Vecchio Continente: le targhe stradali. Il governo di Pristina ha imposto l’adozione di targhe del Kosovo; la minoranza vuole mantenere quelle serbe. Un commissario si è rifiutato di rispettare le nuove regole ed è stato licenziato. Provocando una protesta che rischia di…

Questa volta il focolaio è ancora più vicino all’Italia. Un fuoco su cui soffiano con ostinazione gli emissari del Cremlino, con lo stesso obiettivo dell’invasione dell’Ucraina: rimettere in discussione l’architettura della sicurezza in Europa disegnata negli ultimi trent’anni. Partendo da dove è tutto è cominciato: i Balcani.

Ieri in Kosovo i rappresentanti della minoranza serba si sono dimessi in blocco. Un ministro, dieci parlamentari, i dirigenti delle amministrazioni locali, i funzionari della polizia hanno deciso di lasciare i loro posti. Il motivo dello scontro è quello che da un anno divide l’unico stato creato nel Vecchio Continente: le targhe stradali. Il governo di Pristina ha imposto l’adozione di targhe del Kosovo; la minoranza vuole mantenere quelle serbe. Un commissario si è rifiutato di rispettare le nuove regole ed è stato licenziato. Provocando una protesta che rischia di degenerare in conflitto.

Sono annunciate anche manifestazioni di piazza nelle città del Nord dove vivono i serbi. E sono stati segnalati movimenti dei reparti antisommossa kosovari, diretti verso quei centri. Non solo. Aldilà della frontiera anche Belgrado ha potenziato lo schieramento delle sue forze, che sono state messe in allerta dopo l’avvistamento di droni sospetti. Insomma, una scintilla che può incendiare tutto il Paese.

A chi interessa? Soltanto alla Russia. A Pristina ieri il premier Albin Kurti ha lanciato un appello a non boicottare le istituzioni, invitando l’etnia serba a “non cadere in preda alle manipolazioni politiche e ai giochi geopolitici”. Poi ha accusato Belgrado: “Sta diventando uno strumento del Cremlino”.

Nelle stesse ore il presidente della Serbia Aleksandar Vucic ha riunito i suoi ministri, incontrato il patriarca ortodosso Porfirije e gli ambasciatori russo e cinese per discutere la situazione nel Kosovo. Una telefonata è stata dedicata all’ambasciatore americano. Vucic ha dichiarato che difenderà “gli interessi nazionali vitali”.

“Preoccupano le crescenti tensioni tra Serbia e Kosovo”, ha scritto ieri sera il ministro degli Esteri Antonio Tajani: “Ho chiesto ai nostri ambasciatori a Belgrado e Pristina di rivolgere un invito alla moderazione e al dialogo affinché ci sia un giusto compromesso. L’Italia è impegnata per la stabilità e la sicurezza nei Balcani occidentali”. L’Italia ha anche la guida delle truppe Nato che dal 1999 tutelano la pace: il generale Michele Ristuccia ha preso il comando meno di un mese fa. Da lui dipendono 3762 militari di 27 nazioni: il nostro è il contingente più numeroso, con oltre 700 uomini e donne. A cui è affidato proprio il pattugliamento delle zone calde: ieri nelle piazze di Mitrovica, il capoluogo della zona serba, sono scomparsi tutti i poliziotti, tranne i carabinieri. Nella notte sono stati filmati uomini armati, con il volto coperto da passamontagna, che prendevano il controllo di alcuni incroci stradali.

La scorsa settimana Ursula von der Leyen è stata a Belgrado. Ha promesso aiuti europei per sostenere l’aumento del prezzo dell’energia, mettendo sul tavolo 165 milioni. Ma ha chiesto anche di allinearsi alla politica della Ue e di rispettare le sanzioni contro Mosca, che la Serbia non applica. Tre giorni fa il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha riunito i rappresentati dei paesi balcanici a Berlino, lanciando un monito netto: Belgrado decida se vuole stare con l’Europa o con la Russia. Finora però gli sforzi diplomatici dell’Unione non hanno ottenuto risultati. E le stesse fratture etniche sembrano pronte a riemergere anche in Bosnia, dove le opposizioni contestano la recentissima vittoria di Milorad Dodik nelle elezioni per la presidenza della Repubblica Serba, una delle tre entità che compongono lo stato federale nato dopo la guerra civile. Dodik, legatissimo al Cremlino e sanzionato dagli Usa, ha incontrato Putin due volte negli ultimi mesi. Il suo disegno politico è chiaro ed eversivo: ottenere la piena indipendenza per i serbi di Bosnia.

Sarajevo, Pristina: è come se le lancette della Storia corressero all’indietro, mettendo a rischio gli equilibri faticosamente costruiti dopo conflitti feroci e sempre rimasti in bilico, senza trovare una reale stabilità. Ma l’obiettivo strategico di Mosca è proprio quello di azzerare le mappe disegnate dopo la caduta del Muro, per imporre il suo ruolo di grande potenza. A qualsiasi costo.