Ma in realtà Netanyahu va verso una teocrazia
Yossi Melman , Yossi MelmanTEL AVIV - Dopo aver guidato per un anno e mezzo un’opposizione sprezzante e polemica, Benjamin Netanyahu è tornato al potere e sarà ancora una volta primo ministro di Israele. È il leader del maggiore partito della Knesset – il partito che, alle elezioni che si sono tenute la scorsa settimana, ha ottenuto il 26% dei voti – e si appresta a guidare il governo più di destra, nazionalista, clericale, populista, messianista e antidemocratico della storia del Paese.
La "setta" dei Netanyahu
Nel 2016, prima di vincere le elezioni presidenziali, Donald Trump si è vantato pubblicamente del fatto che avrebbe potuto “sparare a qualcuno nel bel mezzo di Fifth Avenue senza pe…
TEL AVIV - Dopo aver guidato per un anno e mezzo un’opposizione sprezzante e polemica, Benjamin Netanyahu è tornato al potere e sarà ancora una volta primo ministro di Israele. È il leader del maggiore partito della Knesset – il partito che, alle elezioni che si sono tenute la scorsa settimana, ha ottenuto il 26% dei voti – e si appresta a guidare il governo più di destra, nazionalista, clericale, populista, messianista e antidemocratico della storia del Paese.
La "setta" dei Netanyahu
Nel 2016, prima di vincere le elezioni presidenziali, Donald Trump si è vantato pubblicamente del fatto che avrebbe potuto “sparare a qualcuno nel bel mezzo di Fifth Avenue senza perdere elettori”. Altrettanto vale per Netanyahu. Il suo partito, il Likud, più che un partito politico è ormai una setta. Sebbene sia sotto processo per corruzione, i suoi seguaci sostengono, adorano e idolatrano lui, la sua discussa moglie Sarah e il loro problematico figlio Yair, a dispetto di tutto. La famiglia Netanyahu sembra la protagonista di una soap opera, o la versione israeliana delle famiglie Perón e Menem che una volta governavano l’Argentina.
L'alleato omofobo
Un detto ebraico recita: dimmi chi sono i tuoi amici e ti dirò chi sei. Basta leggere i nomi dei quattro alleati della coalizione di Netanyahu per capire in che direzione sta andando Israele. Uno è il Partito Sionista Religioso, guidato da Bezalel Smotrich. Smotrich ha quarantadue anni, è sposato, ha sette figli e nel 2005 è stato arrestato e trattenuto per sei settimane dagli agenti dello Shin Bet, il servizio di intelligence, con l’accusa di terrorismo. Alla fine è stato rilasciato senza nessuna imputazione. Smotrich, che non fa mistero della sua omofobia, ha definito le parate gay “sfilate di bestie”. Sua moglie, al momento di partorire uno dei suoi figli, ha rifiutato il ricovero in ospedale perché il letto a lei assegnato era accanto a quello di una donna araba.
L'alleato anti-arabo
Un altro protagonista, la sorpresa più sensazionale di queste elezioni, è Itamar Ben Gvir, il leader di Otzma Yehudit (“Potere agli ebrei”). Ben Gvir è un discepolo del rabbino razzista Meir Kahana, espulso dal parlamento per aver invocato la pulizia etnica – l’espulsione degli arabi – e in seguito assassinato a New York da un islamista palestinese. Nel 1995 Ben Gvir aveva minacciato il primo ministro Yitzak Rabin poche settimane prima del suo assassinio per mano di Ygal Amir, un altro fanatico ebreo. Poi ha chiesto la scarcerazione dell’assassino. Ben Gvir, che aspira a diventare ministro della sicurezza nazionale, è stato condannato otto volte per reati che includono l’incitamento al terrorismo e l’intralcio ad attività di polizia.
Gli alleati ortodossi
Gli altri due membri della futura coalizione sono partiti ortodossi che prendono istruzioni dai rabbini, non rispettano le leggi laiche dello Stato e chiedono la chiusura di tutte le attività pubbliche il sabato e durante le feste ebraiche. Chiedono anche che ai loro figli siano insegnati solo argomenti religiosi ebraici, si oppongono all’introduzione nelle loro scuole degli insegnamenti di lingue straniere e di scienze e rifiutano di partecipare al servizio militare o civile. Eppure vogliono che lo Stato sovvenzioni le loro scuole e le loro istituzioni pubbliche. Sembra proprio che i rabbini vogliano lasciare i loro seguaci nell’ignoranza, in modo da poterli facilmente indurre a sostenerli e a obbedire ciecamente. Credono anche che gli uomini debbano dedicarsi solo allo studio della Torah, lasciando alle mogli il compito di lavorare e provvedere al sostentamento delle loro famiglie allargate. Asa Kasher, un eminente professore di filosofia, li ha definiti “parassiti economici”.
La questione iraniana
Il denominatore comune degli alleati politici di Netanyahu è il desidero di creare una teocrazia. E ciò che li unisce, Netanyahu compreso, è l’odio verso i media liberali e il forte desiderio di controllare il sistema giudiziario, facendo in modo che siano i politici, e non commissioni professionali indipendenti, a nominare i giudici, compresi quelli della corte suprema. Netanyahu, che potrebbe assumere anche l’incarico di ministro della Difesa, avrà il controllo della sicurezza e degli affari internazionali e lascerà ai suoi alleati molta più voce in capitolo sulle questioni religiose e l’educazione. La sua priorità in fatto di sicurezza sarà la gestione del rapporto con l’Iran, dal momento che gli Stati Uniti e l’Unione Europea si rifiutano di firmare l’accordo sul nucleare alle condizioni intransigenti poste da quel Paese. In passato Netanyahu, che dal 1996 a oggi ha guidato il Paese per quindici anni ed è il primo ministro israeliano più longevo, ha caldeggiato un attacco militare contro i siti nucleari iraniani ma non ha avuto il coraggio di metterlo in atto, preferendo lasciar agire gli Stati Uniti. Persone vicine a Netanyahu sostengono che questa volta, se l’Iran dovesse decidere di accelerare il percorso verso l’atomica, potrebbe ordinare all’esercito israeliano di farlo.
Perché le destre hanno vinto
Sono molte le ragioni che possono spiegare perché gli israeliani hanno preferito la destra radicale allo schieramento di centrosinistra guidato dall’uscente ed effimero primo ministro Yair Lapid e dai suoi alleati politici. Per esempio la scarsa affluenza degli arabi israeliani e la mancanza di ordine pubblico nelle loro comunità, i frequenti scontri fra militanti palestinesi ed esercito israeliano, la campagna sbagliata condotta da Lapid e dai suoi alleati e la mancanza di unità del loro schieramento.
Ma i risultati riflettono anche qualcosa di molto più profondo: un processo che è in corso da anni e sta cambiando il volto della società israeliana. Espressione di questo cambiamento sono il nazionalismo estremo, il razzismo, l’odio verso il prossimo, il messianismo, il desiderio di un leader autoritario, il clericalismo, l’aggressività militare, l’occupazione e l’oppressione dei palestinesi, il mancato rispetto dello stato di diritto e il disprezzo verso i valori liberali dell’Occidente. Dal 1992 a oggi il centro e la sinistra, guidati prima da Rabin e poi da Ehud Barak e da Lapid, sono stati al governo solo per cinque anni complessivi. Il segmento liberale e laico della società israeliana è una specie a rischio che, a lungo termine, è destinata all’estinzione.
Traduzione di Alessandra Neve