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Proteste in Kosovo, chi vuole la secessione? Ecco perché la tensione torna a salire

(ansa)
Il presidente serbo Alexander Vucic sostiene con forza la decisione dei pubblici ufficiali serbi di ritirarsi dalle istituzioni del governo di Pristina. Il kosovaro Albin Kurti ribatte che la sicurezza nazionale è messa a rischio da “gruppi criminali” e vede l'ombra di Mosca allungarsi sul Paese.
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ROMA - Come preda di un ciclico sciame sismico, il Kosovo è tornato a tremare. Diecimila kosovari di etnia serba nel weekend sono scesi in piazza nel settore nord di Mitrovica, la città nella parte settentrionale del Paese che il fiume Ibar divide in zona a prevalenza serba-ortodossa e zona a prevalenza albanese-musulmana. Sventolano bandiere di Belgrado a ogni angolo. Una molotov è stata lanciata contro una casa di una famiglia serba nei pressi di Gracanica a pochi chilometri dalla capitale, senza causare feriti. Il presidente serbo Alexander Vucic sostiene con forza la decisione dei pubblici ufficiali serbi di ritirarsi dalle istituzioni del governo di Pristina, dice che "nel Nord c'è grande euforia" e aggiunge che sono in corso "cambiamenti enormi".

ROMA - Come preda di un ciclico sciame sismico, il Kosovo è tornato a tremare. Diecimila kosovari di etnia serba nel weekend sono scesi in piazza nel settore nord di Mitrovica, la città nella parte settentrionale del Paese che il fiume Ibar divide in zona a prevalenza serba-ortodossa e zona a prevalenza albanese-musulmana. Sventolano bandiere di Belgrado a ogni angolo. Una molotov è stata lanciata contro una casa di una famiglia serba nei pressi di Gracanica a pochi chilometri dalla capitale, senza causare feriti. Il presidente serbo Alexander Vucic sostiene con forza la decisione dei pubblici ufficiali serbi di ritirarsi dalle istituzioni del governo di Pristina, dice che "nel Nord c'è grande euforia" e aggiunge che sono in corso "cambiamenti enormi".

Il premier kosovaro Albin Kurti ribatte che la sicurezza nazionale è messa a rischio da "gruppi criminali", accusa Vucic di voler destabilizzare il Paese rispondendo a interessi di Mosca e invita i cittadini di etnia serba a non lasciare le istituzioni politiche, giudiziarie e di polizia. Ma intanto: più di 300 agenti sui 994 serbi in servizio nel corpo di polizia del Kosovo (quasi tutti impiegati al Nord) hanno annunciato per iscritto le dimissioni, quattro stazioni e i valichi di confine a Brnjak e Jarinje sono stati abbandonati, le guardie della compagnia privata di security "Balkan international" che proteggeva la missione civile europea Eulex hanno smesso di lavorare.

I motivi della protesta non sono nuovi, ma il ritiro dei pubblici ufficiali serbi dalle istituzioni (l'ultima volta era accaduto una decina di anni fa) ha alzato di molto la tensione. Si teme che la situazione possa sfuggire di mano, precipitando il Kosovo del Nord in un altro conflitto. Qual è il punto?

Dopo che in estate era stato trovato un accordo per il riconoscimento reciproco dei documenti di chi attraversa la frontiera nord (Belgrado riconosce quelli di Pristina e viceversa, senza più il bisogno di stampare carte di identità temporanee), è arrivato al pettine il nodo, solo in apparenza minore, delle targhe delle automobili. Pristina ha imposto l'obbligo della reimmatricolazione dei veicoli con targhe serbe che dovranno essere sostituite con quelle kosovare siglate RKS (Repubblica del Kosovo), ponendo fine al sistema degli adesivi coprenti. Sono circa 9 mila le automobili con targa emessa dalle autorità di Belgrado e i serbi la considerano materia identitaria.

L'Unione Europea ha riconosciuto la legittimità del provvedimento chiedendo però al governo kosovaro di diluirne nel tempo l'entrata in vigore. Il premier Kurti quindi ha disposto un piano a tappe. Il primo novembre sono scaduti i due mesi di tempo per presentarsi alla motorizzazione kosovara usufruendo di agevolazioni, ma pochissime sono state le adesioni e i servi hanno dato il via alle manifestazioni di piazza. Che, nelle prossime settimane, vivranno altri momenti complicati.

Il piano a tappe di Kurti, infatti, prevede che fino al 21 novembre chiunque sarà trovato a circolare con targa serba verrà ammonito verbalmente. Dal 21 novembre al 21 gennaio scatteranno le multe, a partire da 150 euro. La quarta tappa del piano va dal 21 gennaio al 21 aprile 2023: chi non cambia la targa sarà obbligato a coprirla con una provvisoria kosovara. Dopo il 21 aprile, però, la polizia procederà coi sequestri dei veicoli e confische.  

C'è dell'altro all'origine delle tensioni sul confine nord. Da tempo i serbi del Kosovo, appoggiati dai politici di Belgrado, accusano le autorità di Pristina di discriminazione nei loro confronti e di non rispettare accordi già stipulati, a cominciare da quello del 2013 che prevede la creazione di una Comunità delle municipalità serbe in Kosovo. Il governo kosovaro lo ritiene contrario alla Costituzione (che vieta entità monoetniche nel Paese) e una riedizione della Republika Srpska, l'entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina, il cui leader Milorad Dodik è nel mirino della comunità internazionale per le sue crescenti aspirazioni secessioniste.

Movimenti tellurici che rendono i Balcani il punto d'Europa più rovente dopo l'Ucraina in guerra.