Ecco perché la Cina non ferma i lockdown duri contro il Covid
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - Trascinati a forza per la strada, presi a calci e pugni da un gruppo di dabai, gli operatori per la prevenzione del virus vestiti nelle loro tute bianche integrali. Alcuni poliziotti, attorno, a guardare la scena. È quello che è successo ad alcuni residenti a Linyi, nella provincia dello Shandong, nel nord-est della Cina. Rei, forse, di aver chiesto spiegazioni sulle dure restrizioni anti-Covid. Il video, circolato sui social cinesi come Weibo e su Twitter, è presto diventato virale. Ennesima testimonianza della situazione estremamente tesa che la politica della tolleranza zero della Cina sta creando. Sette persone sono state arrestate oggi per gli scontri tra personale sanitario e residenti. "La pubblica sicurezza adotterà misure forti contro coloro che hanno violato illegalmente i diritti legali di protezione personale dei cittadini", dice in un c…
PECHINO - Trascinati a forza per la strada, presi a calci e pugni da un gruppo di dabai, gli operatori per la prevenzione del virus vestiti nelle loro tute bianche integrali. Alcuni poliziotti, attorno, a guardare la scena. È quello che è successo ad alcuni residenti a Linyi, nella provincia dello Shandong, nel nord-est della Cina. Rei, forse, di aver chiesto spiegazioni sulle dure restrizioni anti-Covid. Il video, circolato sui social cinesi come Weibo e su Twitter, è presto diventato virale. Ennesima testimonianza della situazione estremamente tesa che la politica della tolleranza zero della Cina sta creando. Sette persone sono state arrestate oggi per gli scontri tra personale sanitario e residenti. "La pubblica sicurezza adotterà misure forti contro coloro che hanno violato illegalmente i diritti legali di protezione personale dei cittadini", dice in un comunicato la polizia locale.
Oggi in tutta la Cina si sono registrati 7.475 casi, duemila in più rispetto a ieri: numeri record che non si vedevano da oltre sei mesi. Un terzo di tutti i casi nazionali a Canton, metropoli da 19 milioni di abitanti e hub manifatturiero cruciale, nuovo epicentro di questa ondata che spera di non fare la fine di Shanghai vista la scorsa primavera. Sessantaquattro, invece, i casi a Pechino, ma tanto è bastato per un nuovo giro di tamponi di massa di tre giorni in alcuni quartieri e il lockdown mirato di alcuni edifici.
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Mentre il resto del mondo ha iniziato a convivere con il virus, la Cina ha compiuto solo piccoli passi molto cauti finora, con i suoi confini ancora in gran parte chiusi e i funzionari sottoposti a forti pressioni per far rispettare le restrizioni. Chiusure, quarantene obbligatorie, test giornalieri di massa e restrizioni ai viaggi continuano a paralizzare le aziende e la vita quotidiana. Quella verso la riapertura sarà una lunga (anzi, lunghissima) marcia. Perché la Cina fatica ad abbandonare la strategia della tolleranza zero? E cosa servirebbe per riaprire, gradualmente, il Paese?
Il rischio di un'ondata incontrollabile
Le possibilità di un boom di infezioni e morti di massa dovuti a un rilassamento troppo repentino sono reali, e i problemi che ne deriverebbero potrebbero essere persino peggiori dei rischi di un lento strangolamento economico e sociale. Allentare troppo in fretta la presa, è stata finora la paura del Partito, significherebbe ritrovarsi con milioni di casi e di morti (l'agenzia Xinhua citava uno studio il mese scorso secondo il quale un'ondata di Omicron incontrollata potrebbe travolgere il sistema ospedaliero e portare a quasi 1,6 milioni di decessi) da gestire improvvisamente visto che i vaccini cinesi proteggono leggermente meno di quelli occidentali, visto che gli over 60 sono quelli meno vaccinati, e visto che la popolazione cinese non è mai stata esposta al virus come avvenuto in altre parti del mondo e dunque non ha sviluppato l'immunità necessaria. Una combinazione di nuove varianti, un sistema sanitario pubblico non sufficientemente attrezzato e l'imminente arrivo dell'inverno fanno temere a Pechino che un potenziale aumento delle infezioni da Covid, dei ricoveri ospedalieri e dei decessi possa minare la fiducia nella legittimità del Partito Comunista. Già così messa a dura prova.
Piccoli passi
Qualsiasi cambiamento significativo dovrà avvenire gradualmente, con mesi di messaggi mirati da parte di vari organi del Partito. Tenuto conto di tutte le preoccupazioni, sarà un lungo percorso, "con una tempistica che si estende fino alla fine del prossimo anno", scrive il Wall Street Journal citando proprie fonti. Anche se la frequenza dei test, un punto fermo della strategia cinese, potrebbe essere ridotta già questo mese, in parte a causa degli alti costi, scrive il quotidiano statunitense. Pechino sta inoltre pianificando il lancio di una campagna di vaccinazione per i gruppi vulnerabili entro la fine dell'anno, con l'obiettivo di arrivare al 95% degli over 60 con almeno due dosi di vaccino. Gli ultimi dati del governo, risalenti all'inizio di novembre, dicono che l'86% della popolazione anziana ha ricevuto due dosi di vaccino, rispetto al 90% della popolazione in generale. Soltanto il 68% ha fatto però il richiamo. Anziani spesso timorosi che il vaccino possa avere effetti collaterali se si soffre di un'altra patologia.
E piccoli segnali
Dopo il discorso di Xi al Congresso del Partito, ci sono state alcune indicazioni concrete che i funzionari cinesi hanno almeno iniziato a dialogare su come alleggerire alcuni aspetti della tolleranza zero: si sta discutendo se ridurre la quarantena obbligatoria per chi arriva dall'estero, ad esempio. Sul fronte dei vaccini, la Cina è in trattative - come confermato durante la visita del cancelliere tedesco Olaf Scholz a Pechino lo scorso 4 novembre - per rendere disponibile agli stranieri il vaccino della BioNTech. Misure che potrebbero contribuire a ridurre l'isolamento della Cina dal resto del mondo, ma che non cambiano la vita a un miliardo e quattrocento milioni di cinesi.
La strategia di Xi
Una tolleranza zero contro il Covid che, se all'inizio ha contribuito a salvare molte vite, ora dopo tre anni senza grossi aggiustamenti sta stravolgendo la vita di milioni di persone. Emblematica la protesta con gli striscioni contro Xi Jinping srotolati da un ponte di Pechino qualche settimana fa. La risposta è sempre la stessa, emergenziale: chiudere e testare. Un approccio che inizia ad essere sempre meno scientifico, sempre più politico. Difficile rinunciare facilmente agli efficacissimi mezzi di controllo da parte del Partito sui propri cittadini che la pandemia ha legittimato. Dopo aver speso quasi tre anni a martellare la popolazione che la strategia cinese è la migliore di tutte, soltanto quando il timoniere Xi annuncerà la vittoria in vista nella guerra contro il virus allora cambierà qualcosa.