Pavlivka, l'inutile massacro dei fanti che spaventa il Cremlino
di Gianluca Di Feo , di Gianluca Di FeoNei manuali di storia sulla Seconda guerra mondiale c’è una battaglia che pochi conoscono, ma che gli alleati ricordano come un incubo: Ortona, “la Stalingrado in miniatura”. I fanti canadesi entrarono nelle strade della cittadina abruzzese, finendo in una trappola. I parà tedeschi avevano trasformato i palazzi in fortezze e fu un massacro: in quasi duemila furono uccisi o feriti. La stessa strage si sta ripetendo da dieci giorni a Pavlivka, nel Donbass.
Il massacro
I russi sono andati all’assalto: volevano conquistare la cittadina nella regione di Donetsk, occupata in aprile e persa durante la controffensiva estiva. Sono penetrati nel centro, avanzando tra le villette con giardini e orti senza incontrare resistenza. Perché gli ucraini si erano appostati nelle cantine, pronti a colpirli alle spalle. Ed è stato un massacro. I soldati di Kiev hanno lanciato un contrattacco dalla periferia, chiudendo gli invasori tra due f…
Nei manuali di storia sulla Seconda guerra mondiale c’è una battaglia che pochi conoscono, ma che gli alleati ricordano come un incubo: Ortona, “la Stalingrado in miniatura”. I fanti canadesi entrarono nelle strade della cittadina abruzzese, finendo in una trappola. I parà tedeschi avevano trasformato i palazzi in fortezze e fu un massacro: in quasi duemila furono uccisi o feriti. La stessa strage si sta ripetendo da dieci giorni a Pavlivka, nel Donbass.
Il massacro
I russi sono andati all’assalto: volevano conquistare la cittadina nella regione di Donetsk, occupata in aprile e persa durante la controffensiva estiva. Sono penetrati nel centro, avanzando tra le villette con giardini e orti senza incontrare resistenza. Perché gli ucraini si erano appostati nelle cantine, pronti a colpirli alle spalle. Ed è stato un massacro. I soldati di Kiev hanno lanciato un contrattacco dalla periferia, chiudendo gli invasori tra due fuochi. Non potevano scappare, né avanzare: sono rimasti asserragliati nelle abitazioni cercando di sopravvivere.
I generali di Mosca, invece di ordinare la ritirata, hanno gettato altre truppe nella mischia. Lungo le strade per raggiungere Pavlivka, i rinforzi sono finiti sotto il tiro dell’artiglieria e dei droni. Le immagini riprese dai velivoli telecomandati ucraini sono raccapriccianti. Tank che esplodono, scagliando in aria i corpi. Combattimenti casa per casa, con mucchi di cadaveri nei salotti. Mezzi corazzati dilaniati dai razzi e altri con gli equipaggi nel panico che cercano disperatamente una via di fuga.
Le accuse al generale Muradov
Non sono stati questi filmati a trasformare Pavlivka in un luogo simbolo, ma l’appello lanciato dai combattenti russi: “Ci hanno mandato allo sbaraglio. In quattro giorni almeno trecento sono morti, metà dei blindati è stata distrutta. E questo soltanto nella nostra brigata. Uccisi perché un generale voleva mettersi in mostra con l’alto comando”. I superstiti hanno scritto a Oleg Kozhemyako, il governatore della regione di Primorsky Krai - un’area dell’Estremo Oriente, affacciata sul Mar del Giappone, da dove proviene il reparto -, chiedendo di aprire un’inchiesta “sull’operazione senza senso” e sul generale Rustam Muradov “che cerca solo di guadagnare crediti con il ministro Gerasimov”. Accusano Muradov di avere spinto il generale Akhmedov, suo protetto a cui l’accomuna l’origine daghestana, a insistere nell’assalto per fargli ottenere una medaglia, quella di “eroe della Russia”. E di avere falsificato i dati sui caduti per occultare la carneficina.
Un caso nazionale
La lettera dei fanti di marina della 155ma brigata del Pacifico ha avuto un effetto dirompente in Russia. E’ stata diffusa da molti canali Telegram, a partire da quello dei mercenari della Wagner. Commentatori ultranazionalisti come Alexander Khodakovsky - che ha 628mila follower sui social - e come il popolare War Gonzo ne hanno discusso, sottolineando la gravità delle decisioni dei comandanti. Pavlivka è diventata il caso che incarna tutti i difetti e l’arroganza delle gerarchie militari: generali incompetenti, interessati solo alla carriera e protetti da cordate di raccomandazioni, così cinici da sacrificare centinaia di uomini in attacchi suicidi pur di aggiungere un nastrino ai gradi. Sottolineano come l’offensiva sia stata pianificata in maniera scellerata: nessuna ricognizione per individuare le posizioni del nemico, niente copertura di aerei e cannoni. Marines di due brigate, fanti delle repubbliche secessioniste e carristi mandati al macello.
Nelle polemiche prendono voce le tensioni accumulate in mesi di guerra. I distretti dell’Estremo oriente sono quelli più critici verso la guerra in Ucraina, che deprime la sua crescita economica e produce troppi lutti. Ci sono poi le tensioni etniche: non a caso, i polemisti nazionalisti contestano i generali daghestani. Tante crepe che possono mettere in discussione il sistema di potere putiniano.
Dopo la lettera, il governatore Kozhemyako ha chiesto spiegazioni al comandante della 155ma brigata, che ha ammesso le perdite sostenendo però che quelle riportate nel documento erano “esagerate”. La propaganda dell’armata si è attivata e ha diffuso il video con una squadra dei fanti dello stesso reparto: “Stiamo bene. Lo scontro è duro; adesso ci diamo una ripulita, prendiamo le munizioni e torniamo a Pavlivka. Certo, ci sono morti e feriti. Ma il morale è alto”.
La battaglia infatti non è finita. Ci sono plotoni russi barricati in due quartieri, che hanno bisogno di rifornimenti. Entro poche ore dovranno scegliere tra la resa e la morte. Ma le strade per raggiungerli sono una “kill zone”, impossibile da attraversare: adesso gli ucraini hanno piazzato cecchini e missili anti-tank nei boschetti. In città sono arrivati nuclei di commandos per dare l’ultimo colpo agli invasori: a Kiev hanno capito che il destino di Pavlivka può pesare sul Cremlino.