Cina: addio a Bao Tong, il comunista liberale che criticò il partito per la strage di Tiananmen
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - "Mio padre, Bao Tong, è morto pacificamente alle 7.08. Aveva 90 anni". A darne l'annuncio in poche righe, su Twitter, è Bao Pu, oggi cittadino statunitense e bandito per sempre dal rimettere piede in Cina.
Stretto consigliere di Zhao Ziyang, l'ex premier ed ex segretario del Partito comunista che sosteneva una linea dialogante con gli studenti durante i fatti di Tiananmen - e per questo esautorato e messo di fatto ai domiciliari fino alla sua morte, nel 2005 - Bao Tong rimaneva fino ad oggi il più alto funzionario arrestato e condannato al carcere per aver sostenuto le istanze di quelle ragazze e quei …
PECHINO - "Mio padre, Bao Tong, è morto pacificamente alle 7.08. Aveva 90 anni". A darne l'annuncio in poche righe, su Twitter, è Bao Pu, oggi cittadino statunitense e bandito per sempre dal rimettere piede in Cina.
Stretto consigliere di Zhao Ziyang, l'ex premier ed ex segretario del Partito comunista che sosteneva una linea dialogante con gli studenti durante i fatti di Tiananmen - e per questo esautorato e messo di fatto ai domiciliari fino alla sua morte, nel 2005 - Bao Tong rimaneva fino ad oggi il più alto funzionario arrestato e condannato al carcere per aver sostenuto le istanze di quelle ragazze e quei ragazzi che per 50 giorni occuparono la piazza del potere comunista nel cuore di Pechino. Prima che arrivasse, nella notte tra il 3 e il 4 giugno del 1989, l'esercito a sparare.
Una vita segregrato in casa
Da più di vent'anni Bao viveva semi-segregato nella sua casa della capitale cinese, controllato a vista 24 ore su 24, sette giorni su sette. Rari i permessi per uscire, sempre pedinato dagli uomini della sicurezza. Ma in tutti questi anni ha continuato ad essere l'ex membro del Partito più critico con quella strage, scrivendo articoli e rilasciando alcune interviste.
"Quello che è successo il 4 giugno di quell'anno deve essere completamente ripudiato", disse al South China Morning Post nel 2013. "La Cina ha quasi cancellato la memoria di Tiananmen rendendo illegale parlare di ciò che è accaduto. Ma ogni giorno in Cina ci sono Tiananmen in miniatura, nelle contee e nei villaggi, dove la gente cerca di manifestare il proprio malcontento e il governo manda 500 poliziotti a sedarli", confidò in una rara intervista al Financial Times quattro anni prima, in occasione del ventesimo anniversario della strage.
Critico con il crescente nazionalismo e la chiusura del Paese fin dalla presa del potere di Xi Jinping dieci anni fa, Bao nasce nel 1932 a Shanghai, dove il padre era impiegato in una fabbrica di smalti. Sono i suoi due zii, intellettuali di sinistra, a influenzarlo fin da giovane. E, soprattutto, la sua futura moglie, Jiang Zongcao, conosciuta al liceo, compagna comunista in clandestinità: è lei che lo convince nel 1949 - l'anno della presa del potere di Mao - ad iscriversi al Partito.
"Tiananmen una tragedia della storia cinese"
Bao si fa strada nella burocrazia mandarina, ma non gli vengono risparmiati durante la Rivoluzione culturale sette anni di confino in Manciuria. Nel 1976, alla fine di quel delirio collettivo, Bao viene riabilitato politicamente. Inizia a lavorare a stretto contatto con il premier Zhao Ziyang, un riformatore, e nell'87 entra nel Comitato centrale del Partito.
"La maggior parte degli studenti non cercava di deporre Deng Xiaoping, ma sperava che attuasse delle riforme. Il problema è che Deng si è sentito minacciato e ha chiamato le truppe. È così che è avvenuta la tragedia, una vera tragedia della storia cinese. Un approccio conciliante sarebbe stato il modo migliore per porre fine alle proteste", disse.
Ma la battaglia di Zhao per evitare l'invio delle truppe terminò il 17 maggio 1989 quando i suoi colleghi nel Politburo lo costrinsero a dimettersi. Undici giorni dopo, il 28 maggio, Bao fu arrestato con l'accusa di "divulgazione di segreti di Stato" e "incitamento alla propaganda controrivoluzionaria" e portato nella famigerata prigione politica di Qincheng, dove ci rimarrà in isolamento per sette anni. Viene rilasciato nel '96 e messo ai domiciliari. "Il partito comunista cinese è come la mafia", disse in quell'intervista. "Se il boss pensa che tu possa tradirlo, ti uccide o ti sbatte in prigione per tutto il tempo che vuole. Non è così che un partito politico o un governo dovrebbero comportarsi".