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Amazzonia, i registi della foresta: gli indigeni videomaker raccontano loro stessi

Due tribù al confine tra Colombia, Brasile e Perù si attrezzano per raccontare la loro storia e la loro realtà in maniera autonoma senza la mediazione di esterni. E grazie ai finanziamenti di un fondo brasiliano
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Registi e attori in prima persona. Autori e protagonisti che si raccontano. Che narrano la loro storia, la loro origine, le abitudini, tradizioni, senza la mediazione di esterni che arrivano, scattano delle foto, non chiedono il permesso, non spiegano a cosa servono, dove e come verranno pubblicate, e poi spariscono come nulla fosse. Due tribù dell'Amazzonia più profonda, raccolte nella Valle de Javarì, al confine tra Colombia, Brasile e Perù hanno deciso di riappropriarsi della loro immagine e di trasferirla al mondo esterno secondo progetti e idee autonome.

Il racconto delle violenze in Amazzonia

Il destino difficile e le condizioni spe…

Registi e attori in prima persona. Autori e protagonisti che si raccontano. Che narrano la loro storia, la loro origine, le abitudini, tradizioni, senza la mediazione di esterni che arrivano, scattano delle foto, non chiedono il permesso, non spiegano a cosa servono, dove e come verranno pubblicate, e poi spariscono come nulla fosse. Due tribù dell'Amazzonia più profonda, raccolte nella Valle de Javarì, al confine tra Colombia, Brasile e Perù hanno deciso di riappropriarsi della loro immagine e di trasferirla al mondo esterno secondo progetti e idee autonome.

Il racconto delle violenze in Amazzonia

Il destino difficile e le condizioni spesso drammatiche in cui vivono questi gruppi indigeni sono diventati un tema che negli ultimi anni ha attirato frotte di giornalisti, registi, videomaker e fotografi amatoriali. Si muovono con disinvoltura, arrivano nei villaggi sperduti della foresta pluviale, iniziano a riprendere e poi spariscono. La stragrande maggioranza ha nobili intenzioni; vogliono raccontare al mondo cosa accade in questi territori e denunciare le vessazioni a cui sono sottoposte le tribù, l'assalto selvaggio alla natura per scavare miniere illegali alla ricerca di oro e altri minerali del sottosuolo, il taglio dissennato di alberi per trafficare in legname, la pesca di frodo per soddisfare le richieste gastronomiche asiatiche. E poi il traffico di droga, gli scontri con i guardiani della foresta, le esecuzioni sommarie, le violenze, gli stupri. Ma molti sono semplici turisti emozionati dal contatto con tribù quasi sconosciute.

Il progetto di un cinema nativo

Due popolazioni indigene, i Matis del Brasile e i Tikuna della Colombia, contattati per la prima volta nel 1976, hanno così deciso di illustrare loro stessi questa realtà affascinante e insieme tragica. Una fotografia incontaminata, originale, senza interventi esterni, che esprima, da sola, la realtà così com'è. Il merito va al Funai, la Fondazione dell'Indigeno, la struttura governativa del Brasile. Ha consegnato alle due tribù altrettante videocamere e ha insegnato ai più promettenti come funzionano. La France Presse, che svela questo progetto, racconta che i Matis ne sono rimasti così entusiasti da convincere i Tikuna a condividere l'idea.

A scuola di riprese

Entrambe le tribù sono soggetti ideali per delle foto. I loro corpi sono ornati da tatuaggi che riproducono animali e simboli, hanno orecchie e bocche trafitte da steli, ossa e altri ciondoli. "Molte persone", si lamenta Pixi Kata Matis, una regista di 29 anni del Centro de Trabalho Indigenista (Cti), sul viso tatuato il profilo di un felino, "sono arrivate nel nostro villaggio, hanno fatto delle riprese senza il nostro permesso e senza spiegarci a cosa servissero e poi sono sparite". Il programma ha presto contagiato altri nuclei sempre legati ai Matis. A San Martin de Amacayacu, racconta Afp, un villaggio colombiano di 700 abitanti, c'è grande soddisfazione e curiosità. Nessuno sapeva usare una cinepresa, neanche una macchina fotografica. Ma alcuni, attratti da questa novità, si sono impegnati, hanno imparato i primi rudimenti, fatto qualche video, corretto gli errori e oggi, come dice orgogliosa Lizeth Reina, una indigena Tikuna, "sono già provetti professionisti".

Gli applausi alla prima proiezione 

Le due tribù comunicano a fatica. Non parlano la stessa lingua. Ma un po' a gesti, un po' facendo delle prove tecniche, alla fine riescono a condividere l'esperienza accumulata e si buttano sul lavoro. "Una decina sono arrivati dall'altra parte della Valle de Javari", dice con un sorriso Pixi. "È un viaggio faticoso, impervio, ci vogliono anche due giorni di navigazione con la lancia. Ma c'è grande voglia di partecipare". L'idea è realizzare tre documentari su cucine, erbe medicinali, riti propiziatori. Il primo è già stato girato e montato.

La collega dell'agenzia assiste alla proiezione del prodotto appena finito. A decine si stipano all'interno della "maloca" centrale, la tipica casa della comunità, e guardano affascinati le immagini che scorrono sulla parete bianca. Ci sono scene di caccia, con cerbottane, archi e frecce; e c'è la "festa del tatuaggio", il rito che accompagna il passaggio il passaggio ad adulto del giovane Matis. "Sono scene che ci riempiono di orgoglio e che esprimono rispetto", spiega Yina Moran, 17 anni. "Vogliamo lasciare delle testimonianze, contribuire ai ricordi, evitare che il tempo cancelli le nostre tradizioni".

La proiezione si conclude con un grande applauso, tra grida e sorrisi. Si torna alla vita di tutti i giorni, si sbrigano le faccende prima del buio. C'è chi si lava, chi fa il bucato, chi prepara la cena. Si accendono i generatori, in attesa della festa: danze, balli, i tamburi che ritmano nella giungla. Il tutto ripreso dalle telecamere affidate alle mani dei Tikuna.