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Apple aiuta la censura cinese: limitata la funzione AirDrop usata durante le proteste

Il dispositivo consente di scambiare file tra smartphone che si trovano nelle vicinanze, ed era stato utilizzato per diffondere le immagini di una manifestazione contro le politiche anti-Covid di Xi Jinping. Ora è attivo solo per 10 minuti per gli utenti che non si hanno in rubrica
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PECHINO - Apple sta dando una mano alla censura cinese? Nei nuovi iPhone venduti all'interno dei confini del Dragone è stata modificata infatti la funzione AirDrop, quella che consente di scambiare file tra i dispositivi della mela che si trovano nelle vicinanze. Nella nuova versione (iOS 16.1.1 ) ora è attiva solo per 10 minuti per gli utenti che non si hanno in rubrica, limitando dunque il tempo di ricezione di materiale da dispositivi sconosciuti.

Scaduta questa finestra temporale gli utenti non saranno più in grado di ricevere contenuti da chi non sia già un suo contatto. La funzione viene spesso usata per diffondere immagini, video e documenti e cercare di bypassare così la censura della Rete. Come era avvenuto recen…

PECHINO - Apple sta dando una mano alla censura cinese? Nei nuovi iPhone venduti all'interno dei confini del Dragone è stata modificata infatti la funzione AirDrop, quella che consente di scambiare file tra i dispositivi della mela che si trovano nelle vicinanze. Nella nuova versione (iOS 16.1.1 ) ora è attiva solo per 10 minuti per gli utenti che non si hanno in rubrica, limitando dunque il tempo di ricezione di materiale da dispositivi sconosciuti.

Scaduta questa finestra temporale gli utenti non saranno più in grado di ricevere contenuti da chi non sia già un suo contatto. La funzione viene spesso usata per diffondere immagini, video e documenti e cercare di bypassare così la censura della Rete. Come era avvenuto recentemente, ad esempio, durante la protesta di qualche settimana fa a Pechino quando un uomo srotolò da un ponte della capitale due striscioni contro le politiche anti-Covid di Xi Jinping: le immagini di quella protesta si erano rapidamente diffuse da un telefonino all'altro. "Tim Cook ha la tessera del Partito comunista in tasca?", chiede ironico qualche utente sui social mandarini, riferendosi al boss dell'azienda di Cupertino.

Gli interessi di Apple in Cina

Non è la prima volta che il colosso americano finisce nel mirino delle critiche per le sue mosse controverse e giudicate troppo compiacenti verso il Partito. La Cina è uno dei principali mercati per l'azienda statunitense (e qui si producono pure, nella fabbrica di Zhengzhou, la quasi totalità degli smartphone venduti a livello globale) e ha sempre evitato di prendere posizione su questioni delicate o di offendere il governo cinese. Nel 2019, nel mezzo delle proteste democratiche a Hong Kong, Apple lanciò un'applicazione che permetteva di localizzare gli agenti di polizia su una mappa.

Quello stesso anno aveva rimosso la bandiera taiwanese dalle emoji sui telefonini venduti a Hong Kong e Macao. Due anni prima il colosso statunitense era stato criticato duramente per aver rimosso le Vpn (che qui sono indispensabili per navigare in Internet visto che la maggior parte dei siti web occidentali è bloccata) dal suo Apple Store in Cina, su richiesta delle autorità. E molti dei servizi Apple sono già inaccessibili in Cina: Apple TV+, iTunes Store, Apple Books e Apple Arcade.

I dati degli utenti consegnati a Pechino

Era stato il New York Times in una lunga inchiesta pubblicata nel maggio dello scorso anno a rivelare come il colosso di Cupertino si fosse piegato alle richieste di Pechino pur di mantenere intatti i suoi affari nel Pase del Dragone. Secondo il quotidiano statunitense, dopo aver resistito per qualche anno, nel 2017 Apple ha infatti accettato di ospitare i dati dei suoi utenti cinesi - messaggi, mail, foto, contatti - su server del Dragone, aggirando di fatto le leggi americane. Se fino a quella data le informazioni private dei possessori di prodotti Apple in Cina venivano infatti conservate fuori dal confine cinese, dal 2017, in ottemperanza a una legge locale, sono stati appunto travasati in computer posseduti e gestiti da una compagnia di Stato, la Guizhou-Cloud Big Data (Gcbd), di proprietà del governo provinciale del Guizhou.

Il profitti volano

Nonostante i ritardi nelle spedizioni dovute ai recenti focolai di Covid nella fabbrica della Foxconn a Zhengzhou, gli affari continuano ad andare a gonfie vele. I profitti in Cina - compresi Hong Kong, Macao, Taiwan - sono aumentati del 104% in 24 mesi, raggiungendo i 31,2 miliardi di dollari nell'anno finanziario conclusosi a settembre. Risultato della diplomazia aziendale guidata dall'amministratore delegato Tim Cook, le cui visite regolari a Pechino in tempi pre-pandemici, compresi gli incontri con Xi e i dirigenti tecnologici cinesi, accolto quasi come un capo di Stato, hanno contribuito a evitare il destino di altre aziende tecnologiche occidentali escluse dal Paese.