Nel Nord del Kosovo, tra gli agenti serbi in rivolta: "Pronti a combattere. Qui si rischia un’altra guerra"
dal nostro inviato Fabio Tonacci , dal nostro inviato Fabio TonacciMITROVICA NORD (KOSOVO) - Oltrepassato il fiume Ibar che taglia in due la città, la Repubblica del Kosovo si dissolve. Nelle strade di Mitrovica Nord non girano più le pattuglie della polizia, gli agenti serbi si sono dimessi in blocco. Chi dovrebbe garantire l'ordine e la sicurezza adesso dice "sono pronto a combattere se il premier Albin Kurti invierà qui le forze speciali per costringerci a mettere le targhe kosovare".
Il municipio è deserto, il sindaco Milan Radojevic se n'è andato. "Gli uffici non funzionano, si sono dimessi i pubblici ufficiali serbi e anche i bosgnacchi", fa un ragazzo, sbucato da un ingresso laterale con dei fogli in mano. "Sì, pure io...". La Corte di base è aperta, ma non c'è speranza di trovare udienza: i giudici rimasti, di etnia albanese, hanno interrotto i processi. La sede del Comitato d'emergenza, sorta di protezione civile, è vuota. Lo St…
MITROVICA NORD (KOSOVO) - Oltrepassato il fiume Ibar che taglia in due la città, la Repubblica del Kosovo si dissolve. Nelle strade di Mitrovica Nord non girano più le pattuglie della polizia, gli agenti serbi si sono dimessi in blocco. Chi dovrebbe garantire l'ordine e la sicurezza adesso dice "sono pronto a combattere se il premier Albin Kurti invierà qui le forze speciali per costringerci a mettere le targhe kosovare".
Il municipio è deserto, il sindaco Milan Radojevic se n'è andato. "Gli uffici non funzionano, si sono dimessi i pubblici ufficiali serbi e anche i bosgnacchi", fa un ragazzo, sbucato da un ingresso laterale con dei fogli in mano. "Sì, pure io...". La Corte di base è aperta, ma non c'è speranza di trovare udienza: i giudici rimasti, di etnia albanese, hanno interrotto i processi. La sede del Comitato d'emergenza, sorta di protezione civile, è vuota. Lo Stato, nel Kosovo del Nord, è sospeso.
Il precedente storico è inquietante. Il 3 settembre 1990 tutti i kosovari albanesi si dimisero in blocco dalla Milizia Jugoslava, l'allora polizia di Belgrado. Dopo poco 100mila lavoratori albanesi vennero cacciati da ospedali, scuole, amministrazioni, servizi pubblici e furono costretti a espatriare. Fu il primo vagito dell'escalation che portò alla guerra Secondo un sondaggio dello Human Center Mitrovica, il 69 per cento dei kosovari serbi ritiene altissima la possibilità di un nuovo conflitto, il 68 per cento è pronto a resistere con atti di disobbedienza civile se gli verrà confiscata la macchina.
Su 9mila mezzi in circolazione con targa della motorizzazione serba, quasi tutti qui nella "Berlino dei Balcani", risultano appena una ventina di cambi. Chi registra la targa del Kosovo, nonostante il provvedimento del governo di Pristina sia legittimo, vede l'auto prendere fuoco: è già successo cinque volte, e una granata è stata lanciata contro una villetta abitata da "traditori" della causa serba. "Anche per questo mi sono dimesso da ispettore del ministero dell'Ambiente", ammette Bojan, che troviamo sotto la statua del principe Lazzaro. "Ho paura che mi incendino la casa. O che mia moglie venga licenziata senza motivo".
Davanti al ponte sull'Ibar presidiato dai carabinieri passeggiano i deputati dimissionari. "Fin dove volete arrivare? C'è Mosca dietro la vostra scelta? È vero che dei russi presenti qui vi stanno guidando, come sostiene il ministro dell'Interno?". Non rispondono. Non una parola sul segreto di Pulcinella, ossia che l'ordine sia partito dal presidente della Serbia Alexandar Vucic che oggi a Parigi potrebbe vedere Kurti a margine di un incontro organizzato da Macron. Si parlerà della proposta franco-tedesca, che prevede il riconoscimento dell'indipendenza e per questo già bocciata da Belgrado. E di come evitare altro spargimento di sangue in Kosovo.