Iran, proteste nel Sud-Est per il "venerdì di sangue"
a cura della redazione Esteri , a cura della redazione EsteriNelle strade della provincia sudorientale iraniana del Sistan-Baluchistan, in centinaia sono scesi in strada dopo la preghiera del venerdì per protestare contro la repressione delle autorità nel capoluogo Zahedan. In questa città, lo scorso 30 settembre, più di 90 persone sono morte durante una manifestazione che si è svolta nella città per chiedere giustizia per lo stupro di una quindicenne attribuito a un poliziotto. Un “venerdì di sangue”, così è stato denominato dagli attivisti, che si aggiunge alle violenze che da metà settembre stanno sconvolgendo il Paese, iniziate con la vasta mobilitazione seguita alla morte di Masha Amini.
La protesta è avvenuta a due settimane dall’inizio delle manifestazioni per la ventiduenne curda morta dopo essere stata arrestata dalla “polizia morale” perché non indossava correttamente l’hijab, il velo obbligatorio per le donne in pu…
Nelle strade della provincia sudorientale iraniana del Sistan-Baluchistan, in centinaia sono scesi in strada dopo la preghiera del venerdì per protestare contro la repressione delle autorità nel capoluogo Zahedan. In questa città, lo scorso 30 settembre, più di 90 persone sono morte durante una manifestazione che si è svolta nella città per chiedere giustizia per lo stupro di una quindicenne attribuito a un poliziotto. Un “venerdì di sangue”, così è stato denominato dagli attivisti, che si aggiunge alle violenze che da metà settembre stanno sconvolgendo il Paese, iniziate con la vasta mobilitazione seguita alla morte di Masha Amini.
La protesta è avvenuta a due settimane dall’inizio delle manifestazioni per la ventiduenne curda morta dopo essere stata arrestata dalla “polizia morale” perché non indossava correttamente l’hijab, il velo obbligatorio per le donne in pubblico in Iran. Secondo l’Iran Human Rights, Ong con sede a Oslo, almeno 304 persone sono state uccise dal 16 settembre in tutto il Paese. Amnesty International stima che dal 30 settembre oltre 100 manifestanti sono stati uccisi dalle forze di sicurezza nel Sistan-Baluchistan, provincia a maggioranza sunnita in una nazione guidata dal clero sciita.
In un video pubblicato su Twitter dall’account di attivisti 1500 Tavir si vede un gruppo di persone calpestare e rompere un segnale stradale con il nome del generale Qassem Soleimani, morto in un attacco statunitense nel 2020 in Iraq, nella città di Khask. Mentre altri video pubblicati sui social dalla città di Saravan mostrano i manifestanti in abiti tradizionali che chiedono la morte di Khamenei.
“Dove sono state addestrate le forze militari per sparare? Oggi è chiaro che le persone sono state uccise ingiustamente”, ha detto nella sua preghiera del venerdì Molavi Abdolhamid, il più importante esponente religioso sunnita iraniano. “Le autorità devono condannare questo crimine e coloro che hanno ordinato la repressione del ‘venerdì di sangue’ e i suoi autori devono essere processati”, ha aggiunto Abdolhamid secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters.
Secondo l'agenzia semiufficiale Tasnim, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, “i controrivoluzionari che volevano creare disordini a Zahedan hanno fallito”. "I fedeli della moschea Maki, la più grande moschea sunnita del Paese, sono tornati a casa senza incidenti, a parte alcuni che hanno cantato slogan anti-governativi”, ha aggiunto l'agenzia, che cita inoltre "piccole manifestazioni”a Khash, Iranshahr e Rask, a sud di Zahedan.
Esperti delle Nazioni Unite hanno chiesto all'Iran di smettere di minacciare i manifestanti con la pena di morte e hanno domandato "l'immediata liberazione dei manifestanti arbitrariamente privati della loro libertà". In un colloquio telefonico con il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, ha accusato ieri i Paesi occidentali di sostenere i tumulti insegnando ai manifestanti a fabbricare armi e bottiglie molotov.