Sul confine del Kosovo l'ombra della Wagner: milizie del Cremlino nel cuore d'Europa
dal nostro inviato Fabio Tonacci , dal nostro inviato Fabio TonacciPRISTINA - Il confine serbo-kosovaro è mal frequentato. Lungo i 351 chilometri di colline e foreste che Belgrado considera una mera linea amministrativa interna e Pristina, al contrario, la frontiera settentrionale della Repubblica del Kosovo indipendente, da sempre passa chi non dovrebbe passare. Criminali, tanti. Trafficanti, di sicuro. Ma da un anno a questa parte, periodo che coincide - non a caso - con il riaccendersi della tensione tra le comunità serba e albanese, i sentieri tracciati dai contrabbandieri sono battuti con assiduità dalle spie russe. E, stando ai report dell'intelligence occidentale, dai mercenari del Gruppo Wagner, la milizia paramilitare al soldo del presidente Vladimir Putin.
Certe presenze nel Nord del Kosovo a maggioranza serba sono di per sé un chiaro biglietto da visita del regista occulto della destabilizzazione di questo travagliato pezzo di Europa che non riesce a girare, una volta per tutte, la pagina della Storia.…
PRISTINA - Il confine serbo-kosovaro è mal frequentato. Lungo i 351 chilometri di colline e foreste che Belgrado considera una mera linea amministrativa interna e Pristina, al contrario, la frontiera settentrionale della Repubblica del Kosovo indipendente, da sempre passa chi non dovrebbe passare. Criminali, tanti. Trafficanti, di sicuro. Ma da un anno a questa parte, periodo che coincide - non a caso - con il riaccendersi della tensione tra le comunità serba e albanese, i sentieri tracciati dai contrabbandieri sono battuti con assiduità dalle spie russe. E, stando ai report dell'intelligence occidentale, dai mercenari del Gruppo Wagner, la milizia paramilitare al soldo del presidente Vladimir Putin.
Certe presenze nel Nord del Kosovo a maggioranza serba sono di per sé un chiaro biglietto da visita del regista occulto della destabilizzazione di questo travagliato pezzo di Europa che non riesce a girare, una volta per tutte, la pagina della Storia. "Abbiamo evidenze che durante la protesta dei serbi contro le targhe automobilistiche kosovare c'erano in loco elementi russi", dice a Repubblica il ministro degli Affari interni Deljaly Sveclija dal suo ufficio che affaccia sullo stadio Vokrri di Pristina. "La stessa segnalazione l'abbiamo raccolta ad agosto quando hanno issato le barricate per strada e hanno sparato contro la polizia". Il contingente militare Nato, allora, è stato a un passo dall'intervenire. "Il Cremlino non invia qui i soldati per soffiare sul malcontento e infiltrare le manifestazioni, gli basta mandare gli 'istruttori' e gli 007".
Se confermata, la presenza in incognito di mercenari della Wagner, gli uomini dei lavori più sporchi che Putin utilizza in Libia, in Siria e nel Donbass ucraino, è il fattore che può spingere la situazione fin sull'orlo di un nuovo conflitto, e anche oltre. Il ministro Sveclija, seduto tra la bandiera del Kosovo e il drappo rosso con l'aquila nera bicefala simbolo degli albanesi dei Balcani, spiega: "Mettiamola così...abbiamo informazioni dettagliate di russi che hanno attraversato più volte il confine, e, in più, l'intelligence alleata ci ha messo in allerta sulla Wagner".
Il dossier in mano al governo kosovaro è corposo e in aggiornamento: Belgrado ha ricevuto da Mosca 30 carri armati T-72, 30 mezzi blindati, il sistema di difesa aerea Pantsir S1 e, la vigilia del Natale 2021, sono arrivati i missili Kornet anti-carro. Presso l'aeroporto di Nis, che dista 60 chilometri in linea d'aria da Pristina, l'enorme "centro umanitario Serbia-Russia" funge in realtà da base di spionaggio. La cooperazione militare tra Vucic e Putin monta, come testimonia l'escalation di esercitazioni militari congiunte, passate dalle 2 del 2012 alle 104 dello scorso anno. "Il ministero della Difesa russo ha un ufficio presso la sede del governo di Belgrado, vi sembra normale?", si chiede Sveclija.
La guerra in Ucraina non pare aver compromesso l'alleanza: la Serbia ha votato contro le sanzioni occidentali, consentendo a 906 imprenditori russi e a 360 società di trasferirsi sul proprio territorio mettendoli così al riparo dalle misure restrittive. L'interesse di Putin nel mosaico balcano è noto: impedirne la stabilizzazione, pungolare l'Ue, controllare le mosse della Nato, e, per dirla con le parole del ministro Sveclija, "usare la Serbia come testa di ponte nel cuore dell'Europa, aiutandola ad avere l'esercito meglio armato tra quelli dell'ex Jugoslavia".