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Sul confine del Kosovo l'ombra della Wagner: milizie del Cremlino nel cuore d'Europa

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Il ministro degli Affari Interni di Pristina, Deljaly Sveclija: "I Servizi alleati ci hanno messo in allerta. Sappiamo che russi hanno attraversato più volte la frontiera durante le proteste a Nord"
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PRISTINA - Il confine serbo-kosovaro è mal frequentato. Lungo i 351 chilometri di colline e foreste che Belgrado considera una mera linea amministrativa interna e Pristina, al contrario, la frontiera settentrionale della Repubblica del Kosovo indipendente, da sempre passa chi non dovrebbe passare. Criminali, tanti. Trafficanti, di sicuro. Ma da un anno a questa parte, periodo che coincide - non a caso - con il riaccendersi della tensione tra le comunità serba e albanese, i sentieri tracciati dai contrabbandieri sono battuti con assiduità dalle spie russe. E, stando ai report dell'intelligence occidentale, dai mercenari del Gruppo Wagner, la milizia paramilitare al soldo del presidente Vladimir Putin.

Certe presenze nel Nord del Kosovo a maggioranza serba sono di per sé un chiaro biglietto da visita del regista occulto della destabilizzazione di questo travagliato pezzo di Europa che non riesce a girare, una volta per tutte, la pagina della Storia.…

PRISTINA - Il confine serbo-kosovaro è mal frequentato. Lungo i 351 chilometri di colline e foreste che Belgrado considera una mera linea amministrativa interna e Pristina, al contrario, la frontiera settentrionale della Repubblica del Kosovo indipendente, da sempre passa chi non dovrebbe passare. Criminali, tanti. Trafficanti, di sicuro. Ma da un anno a questa parte, periodo che coincide - non a caso - con il riaccendersi della tensione tra le comunità serba e albanese, i sentieri tracciati dai contrabbandieri sono battuti con assiduità dalle spie russe. E, stando ai report dell'intelligence occidentale, dai mercenari del Gruppo Wagner, la milizia paramilitare al soldo del presidente Vladimir Putin.

Certe presenze nel Nord del Kosovo a maggioranza serba sono di per sé un chiaro biglietto da visita del regista occulto della destabilizzazione di questo travagliato pezzo di Europa che non riesce a girare, una volta per tutte, la pagina della Storia. "Abbiamo evidenze che durante la protesta dei serbi contro le targhe automobilistiche kosovare c'erano in loco elementi russi", dice a Repubblica il ministro degli Affari interni Deljaly Sveclija dal suo ufficio che affaccia sullo stadio Vokrri di Pristina. "La stessa segnalazione l'abbiamo raccolta ad agosto quando hanno issato le barricate per strada e hanno sparato contro la polizia". Il contingente militare Nato, allora, è stato a un passo dall'intervenire. "Il Cremlino non invia qui i soldati per soffiare sul malcontento e infiltrare le manifestazioni, gli basta mandare gli 'istruttori' e gli 007".

A Mitrovica, città ribattezzata la Berlino dei Balcani perché il fiume Ibar ne separa i quartieri sud a maggioranza albanese-musulmana da quello a nord abitato da 20 mila serbo-ortodossi, negano che sia Putin a manovrare i fili. Ai serbi l'ordine di dimettersi in massa dalle istituzioni della Repubblica, lasciando Nord Mitrovica sguarnita di pattuglie, giudici e dipendenti comunali, è arrivato semmai da Belgrado. Sostengono che nessuno parlasse russo sabato scorso tra i diecimila che si sono radunati in piazza Milic impugnando le bandiere della Serbia. Tuttavia, sui muri sono apparsi manifesti con la foto del presidente russo sotto la statua del principe Lazzaro e la scritta "Putin Kosovo". E fino a tre anni fa il governo russo aveva un ufficio diplomatico proprio qui. "Molto attivo ed efficace...", ricordano gli abitanti. Un'altra circostanza la cui spiegazione è quanto di più lontano ci possa essere dalla casualità.

Se confermata, la presenza in incognito di mercenari della Wagner, gli uomini dei lavori più sporchi che Putin utilizza in Libia, in Siria e nel Donbass ucraino, è il fattore che può spingere la situazione fin sull'orlo di un nuovo conflitto, e anche oltre. Il ministro Sveclija, seduto tra la bandiera del Kosovo e il drappo rosso con l'aquila nera bicefala simbolo degli albanesi dei Balcani, spiega: "Mettiamola così...abbiamo informazioni dettagliate di russi che hanno attraversato più volte il confine, e, in più, l'intelligence alleata ci ha messo in allerta sulla Wagner".

La provocazione, del resto, è una delle armi dell'arsenale del presidente Alexandar Vucic. La scorsa settimana si è alzato in volo uno dei sei Mig-29 donati da Putin (gli altri 8 a disposizione dell'aeronautica serba sono stati regalati dal governo bielorusso), ufficialmente per abbattere un drone kosovaro. "Che non è stato mai trovato", sottolinea Sveclija. "Ma poi, vi sembra realistico che utilizzino un caccia contro un drone? È il solito canovaccio serbo, non ci cascate". Il 24 settembre di un anno fa, ai primi vagiti della rivolta contro il provvedimento del premier Albin Kurti (approvato dall'Unione Europea) per uniformare le targhe sostituendo le 9.000 emesse della Serbia, un Mig sorvolò i valichi di Jarinje e Bernjak mentre l'ambasciatore russo a Belgrado si appalesava lungo la frontiera. Il giorno seguente, l'ufficio della motorizzazione di Zubin Potok è stato incendiato e due granate sono state lanciate contro quello di Zvecan.

Il dossier in mano al governo kosovaro è corposo e in aggiornamento: Belgrado ha ricevuto da Mosca 30 carri armati T-72, 30 mezzi blindati, il sistema di difesa aerea Pantsir S1 e, la vigilia del Natale 2021, sono arrivati i missili Kornet anti-carro. Presso l'aeroporto di Nis, che dista 60 chilometri in linea d'aria da Pristina, l'enorme "centro umanitario Serbia-Russia" funge in realtà da base di spionaggio. La cooperazione militare tra Vucic e Putin monta, come testimonia l'escalation di esercitazioni militari congiunte, passate dalle 2 del 2012 alle 104 dello scorso anno. "Il ministero della Difesa russo ha un ufficio presso la sede del governo di Belgrado, vi sembra normale?", si chiede Sveclija.

La guerra in Ucraina non pare aver compromesso l'alleanza: la Serbia ha votato contro le sanzioni occidentali, consentendo a 906 imprenditori russi e a 360 società di trasferirsi sul proprio territorio mettendoli così al riparo dalle misure restrittive. L'interesse di Putin nel mosaico balcano è noto: impedirne la stabilizzazione, pungolare l'Ue, controllare le mosse della Nato, e, per dirla con le parole del ministro Sveclija, "usare la Serbia come testa di ponte nel cuore dell'Europa, aiutandola ad avere l'esercito meglio armato tra quelli dell'ex Jugoslavia".

Meno scontata è la partita di Vucic, che sarebbe sbagliato relegare a marionetta del Cremlino. È consapevole di quanto il suo popolo ritenga la Repubblica del Kosovo nient'altro che un'usurpazione, e di quanto invece si senta vicino alla Federazione, per religione e per storia. Non foss'altro perché i russi non bombardarono Belgrado nel 1999. Sa anche, però, che soddisfare ogni pretesa di Putin è la zavorra che gli impedirà di entrare nell'Ue. In quest'ottica, per Vucic la servitù di passaggio concessa a spie e mercenari russi potrebbe rivelarsi come la tunica di Nesso che Ercole indossò, ignaro del veleno di cui era intrisa.