Stati Uniti, con la vittoria del democratico Kelly in Arizona per i repubblicani arriva la resa dei conti
di Mario Platero , di Mario PlateroNEW YORK - Che i repubblicani non fossero messi bene lo avevamo già detto e capito. Ma ieri notte, con la vittoria chiave per il Senato in Arizona del democratico Mike Kelly contro Blake Masters, pupillo di Trump, per i repubblicani si arriva alla resa dei conti. Liti interne, accuse di inettitudine a Trump e ai suoi di esponenti anche minori del partito che solo mesi fa non avrebbero mai osato tanto. I trumpiani irriducibili, messi alle corde, rispondono ancora più aggressivi e arroganti del solito, arrivando persino a discutere la candidatura di Kevin McCarthy alla presidenza alla Camera. C'è, soprattutto il rigetto di atteggiamenti provocatori, aggressivi, volgari: non fanno più presa e non appartengono più al nostro tempo, decennio, quello degli anni 20, iniziato sotto l'ombrello di contagi e di guerre, drammi che richiedono sobrietà e serietà. Trump questo ancora non l'ha capito.
Eppure l'andamento generale del…
NEW YORK - Che i repubblicani non fossero messi bene lo avevamo già detto e capito. Ma ieri notte, con la vittoria chiave per il Senato in Arizona del democratico Mike Kelly contro Blake Masters, pupillo di Trump, per i repubblicani si arriva alla resa dei conti. Liti interne, accuse di inettitudine a Trump e ai suoi di esponenti anche minori del partito che solo mesi fa non avrebbero mai osato tanto. I trumpiani irriducibili, messi alle corde, rispondono ancora più aggressivi e arroganti del solito, arrivando persino a discutere la candidatura di Kevin McCarthy alla presidenza alla Camera. C'è, soprattutto il rigetto di atteggiamenti provocatori, aggressivi, volgari: non fanno più presa e non appartengono più al nostro tempo, decennio, quello degli anni 20, iniziato sotto l'ombrello di contagi e di guerre, drammi che richiedono sobrietà e serietà. Trump questo ancora non l'ha capito.
Eppure l'andamento generale delle elezioni conferma il cambiamento di umore. E lo conferma la vittoria di Kelly, 58 anni, che porta i democratici a un voto dalla maggioranza al Senato. Da una parte c'era appunto lui, l'astronauta, l'eroe, il militare, il marito di Gabby Giffords, la deputata che fu ferita gravemente in un attentato un sabato di molti anni fa. È uomo solido, leale, affidabile, tutto d'un pezzo, un po' come John McCain, la nemesi di Trump. Kelly non ha mai lasciato il fianco della moglie quando rimase a lungo paralizzata dopo l'attento. Ha anche mostrato di avere doti politiche organizzando una campagna strutturata e efficace e non hai mai perso la calma.
Dall'altra Blake Masters, 36 anni, venture capitalist, affiliato a Peter Thiel, il miliardario hi tech (co-fondatore Paypal, primo investitore di Facebook etc.) che annuncio' di voler lasciare gli affari per dedicarsi alla promozione della campagna di Trump il suo punto di riferimento principale. Personaggi fragili entrambi nonostante il successo finanziario e l'apparenza da duri. Masters è allampanto con occhi spiritati, ha avuto da Thiel poco meno di 15 milioni di dollari per la sua campagna elettorale e li ha spesi tutti alle primarie, aggiungendo altri ingenti fondi arrivati dal partito, ma anche da altri donatori privati. Alla notizia dell'assegnazione del seggio al suo avversario Masters ha subito parlato di brogli nella Contea Maricopa. Ha attaccato con la sua voce stridula, col tono provocatorio e pretenzioso che ha irritato i residenti dell'Arizona.
Nel frattempo Masters sbraitava che si doveva ricominciare a contare da capo: "È offensivo per le migliaia di persone che lavorano allo spoglio con dedizione sentirsi dire che non hanno seguito le procedure - ha detto Gates in una conversazione con la rete Cnn - Non è vero. Ma questo è quel che fa oggi il partito repubblicano. Io sono dalla parte della verità non delle fake news". Poche parole, dure, dirette, che riflettono il sentimento della gran parte della base repubblicana centrista.
Alla sua voce si è aggiunta quella di Paul Cordes, capo di gabinetto del partito repubblicano del Michigan, il New York Times ha riportato una nota scritta ai suoi membri: "Come partito ci siamo trovati in una battaglia tra le fazioni pro Trump e anti Trump cosa che ha danneggiato i repubblicani in molte corse. Alla fine non basta il danaro o la sponsorizzazione di un notabile ci vogliono candidati di sostanza di grande qualità e bene organizzati". Un messaggio diretto a Masters, Thiel e Trump. Masters era stato imposto dall'alto e sfruttando i milioni di Thiel, già alle primarie, aveva vinto contro candidati più credibili come il procuratore federale Mark Brnovich. Ora ci fa la figura del bambino viziato, come il suo idolo Trump non accetta la sconfitta.
Trump, accerchiato, si muove come un animale ferito, scomposto, persino poco lucido: dopo aver minacciato il suo concorrente DeSantis, ha scagliato un suo fedelissimo, Jason Miller, l'organizzatore del suo annuncio del 15, contro Kevin McCarthy, il possibile presidente della Camera se i repubblicani vinceranno, come è possibile le elezioni: "Se non darà un appoggio esplicito a Donald Trump la corsa 2024 potremmo ritirare il nostro voto a suo favore per la presidenza della Camera" ha detto Miller usando di nuovo quel tono antipatico, denso di disprezzo e di superiorità che oggi non piace più non solo alla maggioranza degli americani ma anche a una parte - e forse alla maggioranza - del partito repubblicano.