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L'Arizona fa sognare i democratici: la vittoria al Senato è a un passo

Ai dem ora basta vincere in Nevada o Georgia. Il Gop punta a scaricare Trump: spingerebbe anche l'Asinello al salto generazionale
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NEW YORK - L'ex astronauta prestato alla politica Mark Kelly, non ha portato i democratici sulla Luna: ma poco ci manca. La vittoria in Arizona del moderato anti-armi, capace di rivincere il suo scranno in Senato 51,8 a 46,1, staccando di oltre cinque punti l'avversario trumpiano Blake Masters, porta infatti in parità la gara per la Camera Alta dove è testa a testa, 49 a 49. Cresce dunque l'attesa dei risultati in Nevada dove il candidato del Gop Adam Laxalt è in vantaggio per un pugno di voti ma la conta delle schede inviate per posta continua e potrebbe favorire la dem Catherine Cortez Masto (assicurando in tal caso la maggioranza dem al Senato), tanto che il rep annuncia su Twitter di essere pronto a chiedere la riconta. Se Laxalt dovesse farcela sarà invece in Georgia che al ballottaggio si giocheranno le sorti d'America e di quel Congresso dove nemmeno la Camera è stata ancora assegnata: la maggioranza è 218 seggi, e i dem…

NEW YORK - L'ex astronauta prestato alla politica Mark Kelly, non ha portato i democratici sulla Luna: ma poco ci manca. La vittoria in Arizona del moderato anti-armi, capace di rivincere il suo scranno in Senato 51,8 a 46,1, staccando di oltre cinque punti l'avversario trumpiano Blake Masters, porta infatti in parità la gara per la Camera Alta dove è testa a testa, 49 a 49. Cresce dunque l'attesa dei risultati in Nevada dove il candidato del Gop Adam Laxalt è in vantaggio per un pugno di voti ma la conta delle schede inviate per posta continua e potrebbe favorire la dem Catherine Cortez Masto (assicurando in tal caso la maggioranza dem al Senato), tanto che il rep annuncia su Twitter di essere pronto a chiedere la riconta. Se Laxalt dovesse farcela sarà invece in Georgia che al ballottaggio si giocheranno le sorti d'America e di quel Congresso dove nemmeno la Camera è stata ancora assegnata: la maggioranza è 218 seggi, e i dem sono fermi a 201 e i rep a 211.

Ma intanto il risultato dell'Arizona è un ennesimo ceffone a Donald Trump: che sul negazionista del voto e antiabortista fanatico Master tanto aveva scommesso. E infatti ieri, invece di godersi il matrimonio della figlia minore Tiffany, ha sbraitato contro il risultato: "Funzionari idioti e corrotti hanno perso il controllo dell'Arizona. Nuove elezioni vanno convocata subito" ha detto. Senza arretrare dalla decisione di annunciare martedì 15 la sua terza corsa per la Casa Bianca in un evento organizzato al resort di Mar-a-Lago, alla presenza dei suoi fedelissimi. Con buona pace degli alleati che lo stanno implorando di aspettare fino a dopo il ballottaggio in Georgia del 6 dicembre, per non influire - negativamente - sulle sorti di un'altra sua creatura, l'afroamericano Herschel Walker in corsa per i repubblicani in quello stato.

Nell'Elefante cresce insomma l'insofferenza per l'ingombrante ex presidente. Lo dimostra pure la scelta della potente Republican Jewish Coalition, l'organizzazione degli ebrei americani repubblicani, di non invitare Trump al suo meeting della prossima settimana a Las Vegas. Dove invece sono chiamati tutti i papabili alle primarie repubblicane del 2024. Il governatore della Florida Ron DeSantis forte della imponente vittoria nel suo stato (e The Donald lo ha già minacciato "So certe cose di te...").

L'ex vicepresidente Mike Pence, che nel suo libro appena pubblicato, So Help Me God, ha messo a nudo le pressioni ricevute da Trump per non ratificare il voto che portarono alla rivolta del sei gennaio. E poi l'ex segretario di stato Mike Pompeo, l'ex ambasciatrice all'Onu Nikki Haley e pure l'ex governatore del New Jersey Chris Christie, un tempo trumpiano di ferro, che nei giorni scorsi lo ha detto chiaro: "Il risultato è colpa delle scelte sbagliate di Trump". Certo, se davvero il Gop deciderà di voltare le spalle all'ex presidente puntando su un candidato più giovane e fresco, quasi certamente anche i democratici saranno costretti a fare lo stesso. D'altronde il prossimo 20 novembre Joe Biden compirà 80 anni, il più anziano inquilino della Casa Bianca finora: e nel 2024 ne avrà ben 82. Per carità, nel partito ufficialmente nessuno ne parla, e lui stesso pochi giorni fa ha confermato di averne discusso con la moglie Jill: "Mi ripresenterò".

Ma proprio ieri sul New York Times l'editorialista Frank Bruni si è divertito a fare una lista di chi potrebbe sarebbe pronto a prendere il testimone: la vice Kamala Harris, tanto bistratta dai media ma che pure negli ultimi tre mesi ha battuto gli Stati Uniti in lungo e in largo contribuendo alla tenuta dei dem. E pure l'attuale ministro dei trasporti Pete Buttigieg, due anni fa fu il primo candidato apertamente omosessuale a tentare la sfida delle primarie per la Casa Bianca: con però il difetto di piacere poco agli afroamericani. Senza dimenticare Gretchen Whitmer, vero astro nascente dei dem, appena rieletta (e con ampissimo margine) governatrice del Michigan, che il Nyt descrive come "capace di pensare come un generale, apparire come una diva degli anni 40 e parlare come se stesse pescando sul ghiaccio". Attenzione: in quella lista, ora compaiono pure i più recenti vincenti di casa dem. Il senatore Mark Kelly dell'Arizona, in testa.