Omicidio Attanasio, continua in Congo il processo contro gli imputati. La Farnesina: "Un passo importante verso la verità e la giustizia"
di Antonietta NapoliKINSHASA - Una grande tenda nel cortile della prigione militare di “La Gombe”, a Kinshasa. Cinque file di sedie per ospitare chi assiste all’udienza pubblica: questo lo scenario in cui si sta svolgendo il processo per l’uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo nella Repubblica democratica del Congo. Un segnale forte delle autorità congolesi che avevano annunciato lo scorso 12 ottobre l’avvio del dibattito processuale sull’agguato del 22 febbraio del 2021 compiuto da un gruppo armato nei pressi del Parco Virunga.
La ritrattazione degli imputati
Gli imputati, compreso Marc Prince Nshimimana, il presunto autore …
KINSHASA - Una grande tenda nel cortile della prigione militare di “La Gombe”, a Kinshasa. Cinque file di sedie per ospitare chi assiste all’udienza pubblica: questo lo scenario in cui si sta svolgendo il processo per l’uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo nella Repubblica democratica del Congo. Un segnale forte delle autorità congolesi che avevano annunciato lo scorso 12 ottobre l’avvio del dibattito processuale sull’agguato del 22 febbraio del 2021 compiuto da un gruppo armato nei pressi del Parco Virunga.
La ritrattazione degli imputati
Gli imputati, compreso Marc Prince Nshimimana, il presunto autore dell’omicidio che ha sempre negato le accuse, hanno ammesso di aver partecipato ad attacchi a convogli umanitari nella regione del Nord Kivu, ma dopo prime ammissioni hanno ritrattato di essere loro i responsabili della morte di Attanasio. Tre dei sei imputati, catturati tra gennaio e marzo 2022, hanno disconosciuto le rispettive confessioni davanti ai giudici del tribunale militare di La Gombe. Lo scorso 26 ottobre ottobre la Corte aveva rigettato la richiesta della libertà su cauzione per gli imputati, come la contestazione della giurisdizione della Procura militare quale organo giudicante competente.
Il processo, che si svolge a Kinshasa per rischio di inquinamento di prove, rimane dunque nella capitale congolese. Durante l’ultima udienza l’imputato Issa Seba Nyani ha affermato che le ammissioni dello scorso gennaio gli erano state estorte sotto tortura. Il secondo a prendere la parola, Bahati Kiboko, ha invece lanciato accuse nei confronti dell’esercito e del governo congolese affermando che i mandanti dell’agguato fossero proprio da cercare nei palazzi istituzionali di Kinshasa. Il procuratore che rappresenta l’accusa, il tenente colonnello Joseph Malikidogo, ha chiesto di circostanziare la testimonianza, ma l’imputato ha chiesto di avere rassicurazioni per la sua incolumità prima di aggiungere altro a quanto già dichiarato.
La scelta del procuratore
Malikidogo non ha però ritenuto dare corso a un approfondimento delle dichiarazioni spontanee di Bahati. La pubblica accusa è fermamente convinta che alla sbarra ci siano i killer delle tre vittime dell’agguato del 22 febbraio del 2021.
”La scelta di rilasciare gli imputati sarebbe stata scandalosa vista la 'gravità indescrivibile' dei loro crimini”, ha affermato il procuratore Malikidogo aggiungendo che nessun luogo più di un tribunale militare “possa garantire un processo valido e con esiti certi”. Mentre il dibattimento si avvia alla fase finale, la sentenza è attesa entro fine anno, e resta libero Marc Prince Nshimimana, ritenuto il presunto leader del gruppo e colui che ha sparato. L’uomo è in fuga e giudicato in contumacia.
Le speranze della Farnesina
Nonostante manchi l’imputato su cui gravano le accuse più gravi, il processo è ritenuto dalla Farnesina “un passo importante verso la verità e la giustizia su quanto avvenuto la mattina del 22 febbraio dello scorso anno”. Proprio grazie all’impegno dell’ambasciatore Alberto Petrangeli, successore di Attanasio a Kinshasa, è stato possibile arrivare a questa svolta giudiziaria. Accertare come siano andati realmente i fatti in Nord Kivu, realtà congolese estremamente instabile per gli scontri tra le Fardc e il gruppo armato M23, non è una pratica scontata.
Tanti, ancora, i dubbi da chiarire sulla dinamica e soprattutto sui mandanti dell’agguato, che molti continuano a ritenere non sia stato un assalto improvvisato, ma un sequestro che avrebbe avuto come obiettivo prefissato proprio l’ambasciatore italiano in Congo.