La disfatta in Arizona e il fantasma di McCain sulla ricandidatura di Trump
di Mario Platero , di Mario PlateroNEW YORK – C’è qualcosa di drammaticamente shakespeariano in questo ultimo scorcio del midterm americano: l’immagine del grande senatore dell’Arizona John McCain, nemesi di Donald Trump, torna a perseguitarlo proprio nel giorno del suo annuncio per la corsa alla Casa Bianca del 2024. Non si tratta di un’apparizione casuale, di uno spirito rievocato da improbabili cartomanti, piuttosto è il risultato di una rivincita politica che parte proprio dall’Arizona, stato tradizionalmente repubblicano. Ieri notte la democratica Katie Hobbs, l’"underdog” come direbbe Giorgia Meloni, ha vinto contro la grande favorita Kari Lake, trumpiana di ferro, negazionista dei risultati elettorali del 2020, star delle news locali, donna di fascino che si è però macchiata di un peccato che gli arizoniani non le hanno perdonato: in campagna elettorale, ha attaccato senza pietà la buonanima…
NEW YORK – C’è qualcosa di drammaticamente shakespeariano in questo ultimo scorcio del midterm americano: l’immagine del grande senatore dell’Arizona John McCain, nemesi di Donald Trump, torna a perseguitarlo proprio nel giorno del suo annuncio per la corsa alla Casa Bianca del 2024. Non si tratta di un’apparizione casuale, di uno spirito rievocato da improbabili cartomanti, piuttosto è il risultato di una rivincita politica che parte proprio dall’Arizona, stato tradizionalmente repubblicano. Ieri notte la democratica Katie Hobbs, l’"underdog” come direbbe Giorgia Meloni, ha vinto contro la grande favorita Kari Lake, trumpiana di ferro, negazionista dei risultati elettorali del 2020, star delle news locali, donna di fascino che si è però macchiata di un peccato che gli arizoniani non le hanno perdonato: in campagna elettorale, ha attaccato senza pietà la buonanima di John McCain, lo ha preso in giro, ha tormentato la sua famiglia, denigrato il suo passato militare e politico recitando un copione che sembrava scritto dallo stesso Trump, nemico giurato di un uomo che rappresentava l’antitesi del suo credo: simbolo di un’America leale che crede nel risultato elettorale e non nel furto di voti, nella lealtà e non nell’abuso, nel diritto e non nel bullismo.
La vittoria di Katie Hobbs
A chiudere il cerchio della rivincita politica c’è il successo della Hobbs: alle elezioni del 2020 era segretario di Stato in Arizona. Toccò a lei, sotto le bordate durissime del Presidente in carica, difendere fino all’ultimo la legittimità della conta elettorale che assegnava lo stato a Joe Biden e non a Trump. Fu attaccata, denigrata, dal Presidente e dai molti repubblicani suoi fedeli, inclusa la signora Lake che cominciò a preparare allora la sua campagna elettorale. Appiattita sul trumpismo, usava una retorica aggressiva, volgare. È persino arrivata a chiamare la sua concorrente Hobbs una “gallina”. L’ha disprezzata e bollata come codarda. E attaccando direttamente l’ex Senatore dello Stato, rivendicava un successo politico: "Ho colpito al cuore la macchina elettorale di McCain”.
Peccato che sia stata proprio quella macchina o quel che restava di quella macchina, che alla fine, in un moto d’orgoglio, l’ha punita, ha votato per la sua concorrente e ha distrutto il suo sogno (pericoloso) di diventare governatore a 52 anni e una delle grandi promesse nazionali del suo partito. Sono così ormai 26 i candidati perdenti scelti direttamente da Trump, tutti negazionisti del voto del 2020, tutti aggressivi e arroganti e irriducibili, secondo il modello trumpiano. Riemerge con gli ideali di McCain, l’antico spirito di una storia che poggia sull’onore, sulla dignità e soprattutto sulla verità del risultato elettorale. Qualità che, come sappiamo, non appartengono a Trump, ai suoi prescelti e specialmente alla signora Lake che ieri notte invece di chiamare la sua concorrente per congratularsi, ha già definito impossibile questa vittoria democratica e bollato i funzionari statali di manipolazione, le macchine elettorali di errori e queste elezioni un furto. Il contrario di quel che avrebbe detto il repubblicano McCain, che nel 2008 ha incontrato lungo la sua strada per la presidenza Barack Obama.
Quando lo sconfitto McCain omaggiò Obama
Quella notte di martedi 7 novembre 2008, quando la vittoria di Obama fu chiara, McCain prese il microfono all’Hotel Biltmore di Phoenix davanti a migliaia di sostenitori e rivolgendosi al suo concorrente disse: "Il popolo americano ha parlato e ha parlato chiaramente. Poco fa ho avuto l’onore di chiamare Barack Obama per congratularmi per la sua elezione a Presidente della Nazione che entrambi amiamo… Il suo successo merita rispetto… è un'elezione storica. Abbiamo mille difficoltà davanti a noi e il nostro presidente ha molte differenze con me, ma chiedo a tutti gli americani di aiutarlo a fare il possibile per la nostra nazione (qui potete vedere il discorso di McCain). Obama rispose a tono, in quella notte magica a Grant Park, sulle sponde del lago Michigan quando fece storia, il Presidente eletto disse di McCain: "È un uomo che ha combattuto in queste elezioni con grande tenacia e ha combattuto anche più a lungo per la nazione che ama, a lui per le inimmaginabili torture che ha sofferto va la gratitudine della nostra nazione, senza di lui, senza questo leader coraggioso e altruista non saremmo quello che siamo” (Qui il discorso di Obama).
Dopo Trump, sembrano scambi d’altri tempi e di un altro mondo. Soprattutto a confronto con la retorica trumpiana della Lake: “Mi spiace, ma devo dirlo, questo è il momento di rimpiazzare quel disgustoso pantano di McCain, magari con un lago”. (Lake in inglese significa Lago). Ha poi aggiunto che McCain era “corrotto e non perbene”. Troppo per chi nel suo Stato lo aveva amato e confermato al Senato per un paio di decenni. Trump fece anche di peggio. Lo definì un codardo: ”Si è fatto prendere prigioniero in Vietnam. Per me quello non è un eroe, un eroe è chi non si fa prendere prigioniero”.
Le offese di Trump
Tutti sappiamo che McCain si sacrificò per i suoi compagni, che restò in prigionia soffrendo torture, un cuore enorme. Che vidi battere in un viaggio proprio in Vietnam, quando tornò a Saigon per salutare, dialogare e perdonare i suoi aguzzini. Che Trump, imboscato durante il Vietnam, si permettesse di parlare così ci dà la misura di quanto l’uomo potesse essere malevolo e cattivo, ma anche di quanto una parte troppo grande dell’opinione pubblica americana fosse caduta troppo a lungo sotto il suo incantesimo. McCain si tolse qualche soddisfazione. Votò contro il progetto di Trump per abolire Obamacare, togliendo un voto determinante per i progetti della Casa Bianca, e fino all’ultimo, anche quando stava per morire, ucciso da un cancro al cervello, criticò i modi della presidenza Trump. Alla fine lasciò istruzioni precise: non avrebbe voluto che il Presidente degli Stati Uniti fosse invitato al suo funerale, uno dei più solenni e commoventi degli ultimi decenni. Che Trump annunci la sua corsa per la Casa Bianca del 2024, proprio oggi, quando la sua Lake ha perso malamente per aver attaccato McCain, aggiunge un dettaglio assente nelle tragedie shakespeariane: la giustizia poetica è possibile. Ieri notte lo abbiamo visto in presa diretta.